Fiaschi

Giusto un appunto (che già il fatto mi sembra sparire dai resoconti e dalle riflessioni) a margine dello psicodramma “Italia fuori dai mondiali”.

Come nazionale, ieri sera abbiamo ufficialmente pareggiato, e quindi perso, alla fine del secondo tempo, col fischio dell’arbitro.

Come nazione, invece, avevamo già perso durante l’inno nazionale svedese, coi fischi del pubblico.

Speriamo che star fermi un giro ci aiuti a ripensare un po’ di cose.

Deutschland wuber alles

Questa cosa che una nazione di gente inquadrata, organizzata, seria, precisa e con la passione per le salsicce primeggi in diversi settori è una vera follia.

Se continuiamo così, il talento a briglie sciolte, il caos e l’improvvisazione dovranno cedere il passo alla disciplina, alla coordinazione, allo sforzo comune.

Saremo costretti a rinunciare al colpo di genio improvviso, alla soluzione inaspettata, all’illuminazione, e ci toccherà metterci lì a pianificare, costruire, mettere alla prova, aggiustare, provare di nuovo.

Il rigore. Il razionalismo. Le regole.

Il modello tedesco.

Tanto valeva lasciargli vincere la seconda guerra mondiale.

Entrare nella storia

C’è che ieri sera, alla fine, mi sono ritrovato davanti Brasile-Germania, in TV. E mentre la guardavo, e succedeva quel che succedeva, a un certo punto hanno iniziato a piovere da ogni parte statistiche, del tipo “il peggior risultato dal”, “il maggior numero di gol in”, “il miglior marcatore dei”, e in un certo senso mi sono sentito fortunato, perché eventi a così bassa probabilità è difficile incrociarli, viverli, e se uno guarda le serie storiche pensa “chissà che faccia quelli che nel ’23 erano lì a vedere questo evento eccezionale”, ma quando uno ci finisce dentro, la serie storica, poi lo capisce bene che faccia ha, ed è quella che più o meno avevamo tutti, ieri sera. È la faccia del “e quando mi ricapita?”.

Cosa resta dei Mondiali

In ordine sparso.

Gli arbitri, che dopo microfono e cuffiette ora hanno anche la bomboletta spray, in un percorso che li sta trasformando negli unici veri perfomer degli incontri calcistici.

Buffon, che credo sia lì da quando ha lasciato Zoff. O no?

Gli stadi, che ci hanno speso tanto, non li hanno finiti, li hanno messi in posti assurdi e fra un po’ non serviranno a niente. Tutte cose a cui siamo abbastanza abituati, in Italia. Solo che da noi si fa con gli ospedali, di solito.

Pirlo, che quando chiuderà la carriera calcistica gli daranno una cattedra in Geometrie non euclidee, in qualche università.

I discorsi sul meteo che sono passati da riempitivo per silenzi imbarazzanti a concetto fondante delle prestazioni sportive. Che rivincita.

Balotelli, questo ragazzotto un po’ scapestrato che sa fare i miracoli ma poi non li fa. Come qualsiasi altro santo, d’altronde.

Il confronto tra Rai e Sky:
– Sky stravince.
– Occhei però Sky lo paghi.
– E il canone allora?
– Costa meno, in confronto.
– Mica tanto. Quant’è il canone?
– Ah no, non lo so, non lo pago mica.

Chiellini, che gli hanno dato un morso, e tutti a scandalizzarsi, ma lui, lo vedi, ha la faccia di quello che sta pensando “Ma sì, capita”.

Le partite trasmesse a quegli orari assurdi in cui, di bello, in TV, c’è solo Ghezzi che doppia se stesso fuori sincro.

Prandelli, che nessuno mi toglierà dalla testa che assomiglia a Riccardo Fogli.

La goal line technology. Che secondo me nelle favelas ci si stanno ancora ammazzando dalle risate.

Un paio di cose che mi sono sembrate strane

La prima è che domenica mattina, al cinema, c’è la canonizzazione (mi viene sempre da leggere cannonizzazione, come dire che li sparano in cielo) di papa Giovanni XXIII e di papa Giovanni Paolo II. In diretta.

La seconda è che la RAI, in vista dei mondiali di calcio brasiliani, sta trasmettendo uno spot che finisce con la statua del Cristo Redentore, quella famosissima che domina Rio de Janeiro, che indossa la maglia della nazionale italiana (col numero 10; e invece di Cristo, come da regolamento, c’è scritto Italia).

Viene da pensare che ci sia stato il classico scambio di valigette.