Biografie

L’altro giorno ho dovuto scrivere una mia breve biografia per un libro che uscirà fra un paio di mesi e che conterrà, tra gli altri, un mio racconto. Mi era già capitato altre volte di scrivere queste cosiddette notizie sull’autore, coincidendo io con quest’ultimo, che sono poi finite in libri, siti web o su etichette di prodotti alimentari sospetti. Confrontando la biografia che ho scritto l’altro giorno con quelle più vecchie, mi sono accorto che nel corso del tempo le ho scritte sempre più brevi. Le prime biografie erano lunghe, arzigogolate, piene di battute e gag. Le ultime, pur avendo nel frattempo accumulato più biografia, sono formate da pochissime righe e da informazioni essenziali.

Sarà che all’inizio, quando uno non ha molto da scrivere di sé perché non ha fatto granché, si sente così poco importante che finisce per metterci di tutto, nelle biografie. E sarà che alla fine, quando uno da scrivere ne ha, si sente così poco importante per aver fatto quelle cose che nemmeno gli passa per la testa di scriverle.

Così, di anno in anno, all’aumentare delle esperienze, le biografie si assottigliano. Quelle perfette, evidentemente, sono solo nome e cognome.

Un postino

Attilio Fontamara faceva il postino.

La sua carriera era iniziata il giorno in cui si era recato presso l’ufficio postale per spedire la sua collezione di francobolli. La signora allo sportello aveva chiesto “E il francobollo?”, e lui aveva risposto “È dentro”, e lei aveva replicato “Ma deve star fuori”, così lui aveva preso la collezione e l’aveva messa sulla grande busta. Fu l’affrancatura più costosa della storia. Affascinato da tale meccanismo, Attilio Fontamara decise d’intraprendere le vie della corrispondenza.

Ad Attilio Fontamara avevano fatto fare un corso per imparare a fare il postino, ma a lui non era sembrato sufficiente, così aveva fatto anche diverse vie e viali e vicoli, e alla fine, quando si era sentito pronto, aveva imboccato la sua strada, fino a casa sua, dove aveva consegnato per la prima volta la posta, a se stesso (la busta paga da postino).

I primi tempi furono duri. Disabituato com’era, ogni volta che entrava nell’ufficio postale prendeva il bigliettino e si metteva in coda, facendo spesso tardi al lavoro.

Piano piano però prese confidenza col mestiere. Un aiuto per ben indirizzarlo glielo diede il collega Sollecito, che aveva una bella calligrafia e anche una bella fidanzata.

Per sette anni, con la divisa blu sempre in ordine e il borsone a tracolla, Attilio Fontamara consegnò la posta con ottima puntualità e precisione. Per migliorarsi acquistò anche un orologio atomico, il cui peso e ingombro però lo rallentarono, peggiorando le sue prestazioni. Questo per dire che anche il migliore degli orologi non è garanzia di puntualità. Tornò così a quello da polso sinistro, che aveva disegnato sul quadrante un teschio.

Non era certo esente da difetti, Attilio Fontamara postino. Per esempio confondeva sempre raccomandata e raccomandato, e per tale motivo si era beccato diverse denunce per corruzione e abuso d’ufficio postale, da cui però era sempre uscito prima dell’orario di chiusura e con la fedina penale intatta.

Dopo sette anni, volle fare un esperimento per vedere come funzionava il mondo. Iniziò ad aprire le corrispondenze e a scambiarne i contenuti. Iniziò a non far corrispondere le corrispondenze, con un’abilità da illogico non indifferente. La lettera per Don Pavenzio la mandava al commercialista Bagoni. La lettera per Simonetta Colibrì e la mandava a Fulgenzio Borgorotto. Tutti ricevevano comunicazioni destinate ad altri. Dopo un mese, non era successo niente di che. Dopo due mesi, uguale. Al terzo mese, macché. Attilio Fontamara cessò l’esperimento, e fece ricorrispondere le ricorrispondenze. Empiricamente parlando, concluse che le vite delle persone si somigliano tutte. Dopo sei mesi Fulgenzio Borgorotto convolò a nozze con Mario Cantailgallo, bravissimo nelle poesie d’amore ed ex fidanzato di Simonetta Colibrì.

Una volta, preso dalla curiosità di capire che viaggio facesse la posta, Attilio Fontamara decise di spedirsi. Si chiuse in un pacco e s’indirizzò a se stesso. Fece tutto il viaggio postale, ma quando arrivò a destinazione ovviamente non era lì per riceversi, così il pacco tornò indietro all’ufficio postale.

Giacque così Attilio Fontamara, postino.

The Truffer

Ronnie Cortina fu condannato per evasione fiscale. Quando il giudice gli disse che doveva all’erario 15 milioni di dollari, Ronnie rispose: “Ok. E senza ricevuta?”.

Ronnie Cortina, meglio noto all’Interpol come Ronnie D’Ampezzo, Ronnie Francisco Maria de Pista Negra, Ronnie McDonald, Ronnie The Evasor Marilleva, era nato in una famiglia di onesti truffatori. Suo nonno, Diferro Cortina, ai tempi in cui era sufficiente saper copiare la firma altrui per diventare presidente degli Stati Uniti, fu presidente degli Stati Uniti dalle 14.37 del 9 giugno 1911 fino alle 14.53 del 12 giugno dello stesso anno, quando si accorsero del trucco. Grande democrazia, gli USA.

Suo padre, Susan Cortina (aveva deciso di chiamarlo così il padre, per dargli le opportunità di truffa che lui, con un nome maschile, non aveva mai avuto), aveva raggiunto la fama nel mondo della truffaldinità quando era riuscito a vendere al governo dell’Arabia Saudita 900 camion di neve freschissima, proveniente dalle cime del Caucaso, garantendone la lenta liquefazione.

Sua madre, Marylin Monroe Cortina, donna di una bruttezza proverbiale, era stata Miss Bellezza da urlo nel 1922, pur non avendo partecipato al concorso.

In un ambiente famigliare di tal fatta, Ronnie era cresciuto con solidi principi morali, falsificati alla perfezione e indistinguibili da quelli veri. L’iscrizione alla scuola cattolica fece il resto.

All’età di 16 anni, Ronnie era già un genio delle false identità. Ma questo, ovviamente, si seppe molto più tardi. Grazie a questa innata abilità, pur essendo di costituzione piuttosto esile, riuscì a vincere il campionato mondiale di sollevamento pesi nel 1946 e ad ottenere una cattedra in Fisica teorica all’Università di New York, pur confondendosi anche con la tabellina dell’1.

Nel ’47 Ronnie sparì quasi completamente dalla scena. Qualcuno disse perché impegnato in una focosa storia d’amore con un giovane Fidel Castro. L’unica notizia certa fu che trascorse il mese di luglio in un paesino del Nuovo Messico, Roswell, probabilmente per le vacanze estive.

Sul finire degli anni ’40, in un’America che ancora tirava un sospiro di sollievo per non aver subito entro i suoi confini le catastrofi della seconda guerra mondiale, Ronnie fece una fortuna vendendo porta a porta un macchinario per fermare la deriva dei continenti. Fu proprio in quel periodo che l’FBI iniziò a sospettare che fosse un mago della truffa, ma nessuno se la sentì di accusare il vicedirettore dell’agenzia, il cui nonno era stato presidente, oltretutto.

Nel 1951 Ronnie volò in Europa spacciandosi per pilota di linea e guidando lui stesso l’aereo, pur soffrendo in modo evidente di mal d’aria. Quand’era giusto sopra l’Atlantico, si rese conto della grande opportunità che aveva. Lasciò i comandi al copilota e, dopo aver passato qualche minuto in bagno, ne uscì come curatore fallimentare della American Airlines. Prese il microfono e iniziò una vendita all’asta delle singole parti dell’aereo, che i passeggeri acquistarono con entusiasmo trascinati dalle sue capacità commerciali. Lo vendette tutto, lasciandosi da parte giusto i carrelli per l’atterraggio a Parigi. Dopodiché vendette pure quelli, al signor Welch, gommista di Oklahoma City.

Ronnie Cortina nell’Europa della ricostruzione post bellica. Lo immaginate? Truffò così tanto e così tanti che nell’aprile del 1957, tramite un sistema di una complessità senza pari, riuscì, unico caso al mondo, a truffare se stesso. Ci rimise 250mila dollari.

Ripercorrere tutte le incredibili operazioni di raggiro che architettò sul suolo europeo è praticamente impossibile. Ancora oggi qualcuno sostiene che sia il legittimo proprietario del Lussemburgo. E in qualche segreto magazzino tedesco c’è ancora qualche piccolo frammento del “Muro 2”.

Nell’autunno del 1962, dopo aver accumulato una fortuna che nemmeno tutte le sue 134 identità avrebbero potuto dilapidare in una vita intera, Ronnie decise di tornare negli Stati Uniti. Lo fece con una nave russa, convincendo il capitano a fare scalo a Cuba, “per un certo affare”.

Arrivato infine a New York, per prima cosa volle riassaporare una bella tazza di caffè come solo in America non lo sanno fare. Se lo gustò con calma, in un posticino fra la Quinta e Madison, guardando ammirato gli edifici titanici della grande mela. Poi comprò una di quelle barrette di zucchero di cui andava matto e se la mise in tasca. Quando uscì, si ritrovò in faccia le pistole dell’FBI: “Favorisca lo scontrino!”, gridarono gli agenti. Lo aveva lasciato sul bancone.

Fu arrestato così, Ronnie Cortina, mago della truffa, come un Al Capone qualunque.

Oggi, dopo aver scontato la sua pena, conduce un’esistenza tranquilla e onesta. Per evitare i media ha preferito cambiare nome. Ora si fa chiamare Donald Trump.

Breve storia di Dexter Bolina, anche detto Torpedone

Ferdinando Saverio Ignacio Romidio Bolina De La Cruz, detto Dexter, dal nome del criceto che portava sempre con sé, anche da adulto, sebbene il povero animale fosse morto quando Dexter aveva 6 anni, fu il più grande pugilatore dell’emisfero australe nel periodo compreso tra il 6 settembre 1952 e il 21 ottobre dello stesso anno, e alcuni anziani dotati di memoria eidetica lo ricordano ancora.

Nato in un piccolo ospedale della Foresta Nera cilena (è quella meno famosa delle due), ma naturalizzato umano, Dexter Bolina trascorse un’infanzia relativamente tranquilla. Nonostante suo padre e sua madre fossero entrambi miliardari, il primo appartenente a una famiglia di petrolieri, la seconda campionessa di raccolta dei tartufi, il piccolo Dexter fu allevato in assoluta povertà, perché all’epoca il modello educativo era del genere “deve farsi le ossa”.

Vittima di cattive compagnie all’asilo, all’età di tre anni e mezzo Dexter fu arrestato per possesso di bambolina raffigurante l’aspirante dittatore Alfonso Coruna. A causa dell’aggravante del merchandising (le bamboline erano prodotte dallo stesso Coruna e vendute per mettere da parte fondi in vista del colpo di stato), Dexter fu condannato a 14 anni di reclusione in un carcere di media sicurezza disegnato da Calatrava. Quella terribile esperienza lo scolpì nello spirito e nel fisico.

Quando ne uscì, a 15 anni (i cileni sono pessimi in matematica), Dexter Bolina aveva imparato a prenderle e a darle e anche a spedirle con una raccomandata assicurata, ma, a causa della fedina penale unta in più parti e di quella sua mania di picchiare le persone a sangue per dimostrare loro gratitudine, passò parecchi mesi senza trovare lavoro, così iniziò a vagabondare per il paese.

Un giorno, mentre depresso scalava le Montagne Rocciose (quelle meno famose) senza né corde né carte di credito, in una piccola caverna scavata nella roccia incontrò un uomo in meditazione. Credendo che fosse morto e preso dai morsi della fame, Dexter tentò di mangiarlo, ma quello fece appena in tempo a fermarlo dichiarandosi veg. L’uomo si chiamava Gesù Cristo II, detto L’umile, e in effetti era un veggente (fino al 1974 in Cile “Veg” stava per “Veggente”, poi cambiò la normativa e significò “Vegrisolico”, una parola completamente inventata). Il saggio guardò profondamente negli occhi Dexter per alcuni minuti, poi gli disse “Ce li hai marroni”. Dopodiché gli consigliò, visto il fisico scolpito, di darsi a qualche attività atletica con cui potesse anche dar sfogo a quella sua innata violenza, tipo il biliardo, oppure la boxe. Siccome Dexter non era bravissimo a contare fino a cifre così alte, preferì darsi alla boxe.

Iniziò la sua carriera di pugilatore presso la Palestra Fortebraccio di Santiago (l’altro, non quello famoso) come reggitore del secchio per gli sputi. Dopo sei mesi aveva riflessi così allenati da non prendere più nemmeno uno sputo in faccia. Era pronto per il primo incontro.

Il suo primo avversario fu Juan Carlo Fornero De La Pension, un attrezzista del Regio Teatro di Santiago che nei ritagli di tempo cacciava a mani nude i grizzly e li macellava per una nota azienda di calzature americana, che poi li metteva nelle foto aziendali dei finti viaggi dei manager.

L’incontro fu interrotto dopo 43 secondi per irriconoscibilità di Juan Carlo da parte dei parenti fino al terzo grado. Dexter non aveva nemmeno finito di allacciarsi gli scarponcini, anche perché continuava a tentare indossando già i guantoni.

Così nacque la leggenda. Che durò un mese e mezzo, cioè fino al secondo incontro.

L’avversario questa volta era un americano di origine russe a cui avevano trapiantato lì in Cile così tanti organi che alla fine aveva deciso di trasferirsi per intero. Si chiamava Bob “L’annoiato” Rovinski, 106 chilogrammi, davvero pochissimi di cervello, interior designer, nel senso biologico del termine. 37 uccisioni confermate.

Il primo round fu tutto di studio. Dexter approfondì l’epigrafia romana. Bob preferì buttarsi sull’antropologia culturale.

Dal secondo round s’iniziò a fare sul serio. Dexter aveva un gancio favoloso: conosceva un tizio alla frontiera pronto a farlo uscire dal paese in qualsiasi momento con documenti falsi. Bob aveva un diretto che alcuni chiamavano “Delle 9:13”, e fece parecchie stazioni sulla faccia di Dexter.

Al quarto round Dexter si appellò alla Legge Mammì e chiese di far trasmettere l’incontro col bollino rosso.

Al sesto round c’era più sangue sul ring che dentro Mick Jagger. I diretti di Bob iniziarono a fare ritardo e dal pubblico si alzarono molti cori di protesta e inni al car-sharing.

All’ottavo round andò via la luce. Non tornò fino all’undicesimo. Dexter, che aveva lavorato per alcuni mesi in miniera, e quindi era in grado di vedere al buio come i cavedani, ne fu molto avvantaggiato. Prese infatti un tizio dal pubblico e lo ficcò sul ring al suo posto, mentre lui si riposava e beveva cherosene alla spina.

Al dodicesimo round il divario fu evidente e ci fu bisogno di ricucire il ring.

Al tredicesimo non successe niente.

Il quattordicesimo fu rimandato per avverse condizioni meteo.

Il quindicesimo vide solo un tentativo d’invasione da parte di un attivista di Potere operaio che terminò con la conversione dell’uomo a broker di Wall Street.

Al sedicesimo round avvenne il miracolo: il bibbitaro abbassò i prezzi del 10%.

Al diciassettesimo round Bob, che aveva iniziato a sbadigliare già alla terza ripresa, chiese a Dexter se potevano tagliare corto, e Dexter, che era sempre stata una persona gentile e disponibile, cadde in un KO mentalmente autoindotto, perdendo l’incontro.

Così finì la leggenda di Dexter Bolina, il grande pugilatore. Ma quando 4 mesi più tardi si risvegliò dal KO, cominciò quella di Aleandro Garcia Roveda, com’era convinto di chiamarsi, pilota di go-kart.

(ah, Dexter lo chiamavano il Torpedone perché non aveva mai preso un autobus in vita sua. Lo prendevano per il culo così, bonariamente)