Il pelo rosso

Non so se sapete che ho la barba. Una folta, avvolgente barba. Non che sia un hipster (dio mi scampi): la porto per convinzione, non per moda. Ci ho fatto anche l’iconcina del blog, e infatti poi mi hanno detto “Perché hai messo un gatto come logo?”. Un gatto con un solo grande occhio. Che sarebbe la bocca che ride, invece.

Per molto tempo ho portato barbe modificate, nel senso di basettoni, mosche, pizzi di varia forma e dimensione. Qua e là anche robe ridicole. Un cammino necessario verso la maturità della barba integrale.

Ogni tanto la spunto, l’accorcio, la sistemo, che è d’uopo. Ma buona parte della mia faccia non vede la luce diretta del sole da non mi ricordo più quanto tempo. Dovessi rasarmi, radermi (i portatori di barba non fanno distinzione) dimostrerei 10 anni e 5 chili in meno. Non che m’interessi.

Negli ultimi tempi, gli ovvi segni dell’età: sono spuntati dei peli bianchi. Nessun trauma, ne portavo già parecchi in testa da molto tempo. Però ho notato che crescono più velocemente dei neri. Magari un giorno un biologo mi saprà dire perché. Oppure uno psicologo.

Poi, qualche settimana fa, la stranezza. Bello lungo, sulla guancia sinistra, in alto, vicino al confine con la no beard zone, un pelo rosso. Penso a un riflesso, alla luce, mi avvicino allo specchio, cambio posizione: un pelo rosso.

Che roba, la natura, che in mezzo a leggi e norme usa anche l’eccezione, la deviazione. Il caso, diceva Monod, accanto alla necessità. Un errore di trascrizione, una bassa probabilità, un raggio cosmico capitato lì proprio in quel momento, quando si decideva il colore. Una modificazione genetica, un legame chimico sfuggito, qualcosa che si è rotto o interrotto, il non previsto.

Non so perché, ma mi è venuto in mente il Parlamento.