Lasciare il segno

Quelli che li conosci da cinque minuti e all’improvviso ti chiedono Di che segno sei?, e tu glielo dici, e loro annuiscono con un mezzo sorriso che vuol dire che ormai loro sono a posto così, già ti conoscono, hanno capito tutto di te, meglio dei tuoi genitori, degli amici, meglio ancora del tuo psicoterapeuta, perché sei un leone, o un cancro, o un acquario, o quello che è, e non c’è nulla di strano nel fatto di prendere l’umanità nella sua interezza e dividerla in 12 categorie di persone che pensano e agiscono allo stesso modo, e non c’è nemmeno niente di strano nel concepire che il futuro delle persone è governato e largamente prevedibile dalla posizione che i pianeti del sistema solare avevano quando sono nate, perché si sa che le influenze astrali, insomma, come si fa a non crederci (io gli farei leggere qualcosa sull’entanglement quantistico, gli scoppierebbe il cervello), e non è un problema se gli oroscopi, a leggerli la settimana dopo, sembra proprio che si siano inventati tutto (ma tanto chi li legge, la settimana dopo?), e ce ne sono anche di peggio, che poi sono quelli che non gli basta il segno zodiacale, perché è una roba seria, l’oroscopo, e allora chiedono Ascendente?, e quando rispondi Cazzo ne so, ti guardano come uno che non sa come fa di cognome, così, alla fine, ho deciso che se uno mi chiede di che segno sono, gli dico di nessuno.

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Proposta per un programma televisivo di cui si sente il bisogno (almeno io sì)

La televisione degli ultimi anni ha sfornato una quantità di format così singolari che viene spesso da pensare che gli autori non sappiano più cosa inventarsi, e ancor di più lo si spera. È passato poco più di un decennio da quando siamo rimasti frastornati dal Grande fratello, e nel frattempo le stranezze televisive si sono moltiplicate. Tra un’ondata di reality e una di talent, nel bel mezzo di un bombardamento di programmi food (attenzione a non dire “di cucina”) è sorto tutto un sottobosco di trasmissioni che vi portano in casa robe che in casa non vorreste mai avere: sporcizia, malattie, morte, psicopatologie, Sgarbi.

In questo panorama così variegato e che fa rimpiangere il Postmodernismo (ora dovremmo essere nel Magarisitornassealmodernismo) si sente la mancanza di un programma che sia in grado di raccogliere i cocci di tutto quello che è andato in frantumi, cioè tutto, e inizi a reincollarli per vedere se si riesce ancora a tirarne fuori qualcosa di buono. Perciò, ispirandomi al famoso show con Gordon “blé di rabbia” Ramsey, ho ideato un reality intitolato “Governi da incubo”.

In pratica, si prende l’equivalente politico-amministrativo del famoso chef e lo si manda a cercare di salvare il governo dalla catastrofe, agendo ai vari livelli della pubblica amministrazione: comuni sull’orlo del fallimento, province commissariate, regioni afflitte da scandali, tangenti e infiltrazioni malavitose. Ovunque ci sia bisogno di un miracolo, quindi ovunque, e di un uomo forte in grado di operarlo, il Gordon Ramsey governativo va e risolve; oppure fallisce, e signori si chiude. Oltre alla stagione standard che si basa sulle amministrazioni più o meno locali, si può prevedere un finale di stagione di due episodi ambientato in Parlamento.

Ai produttori che fossero ancora in dubbio vorrei far notare come un format del genere sia facilmente esportabile all’estero, lavorando sulla caratterizzazione nazionale, e possa essere venduto anche alle emittenti governative dei regimi dittatoriali, proponendolo però come programma di tarda serata, o col bollino rosso.

Non mi metto a scendere nei dettagli, ma se qualcuno della TV volesse contattarmi per discuterne, si senta libero di farlo.

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Cose che restano da dire sul femminicidio

Mettiamo da parte il fatto che in Italia le cose si fanno solo quando c’è una sorta di emergenza, nel senso proprio dell’emergere.

E mettiamo anche da parte il fatto che quasi sempre quest’emergenza è fasulla, statisticamente parlando, e si tratta di un’emergenza in senso mediatico, perché i numeri danno prova del problema da chissà quanto tempo, ma nessuno se n’era mai accorto, chissà perché.

E mettiamo anche da parte il fatto che è l’onda mediatica ad accendere gli animi, creare discussioni, avviare movimenti e associazioni, fiaccolate, aizzare lo sdegno, produrre speciali dedicati, fiction a tema (un ritorno ci vuole, no?), e soprattutto a risvegliare i politici dalla costante pennichella istituzionale (perché si sa, in Italia ci sono sempre le elezioni, fra poco, ed è meglio farsi vedere attivi – anche se incapaci – che inattivi) giusto il tempo per produrre in fretta e furia un testo di legge che spegnerà gli ardori e non risolverà niente, perché fra i proclami e l’applicabilità dei provvedimenti c’è un mare, e fra l’applicabilità e la funzionalità c’è un oceano.

E mettiamo anche da parte il fatto che per l’ennesima volta in un provvedimento che doveva regolamentare le castagne ci sono finite anche le noci (consigliano sempre di usare frutta di stagione, volevo provare), e nonostante tutti si siano messi a gridare allo scandalo, lo scandalo è stato approvato, perché sai, c’è l’emergenza.

E mettiamo anche da parte il fatto che questo vizio di regolamentare a scale sempre minori, verso casi ogni volta più specifici, spostando il peso dalla saggezza del giudicante al suo mero rispetto della normativa, che è un altro modo per dire disumanizzazione, prima o poi ci porterà a un sistema di una complessità tale da risultare completamente paralizzato (già adesso i ritmi sono molto bassi, e i tempi di conseguenza molto lunghi), incapace di giudicare alcunché, e in grado tuttalpiù di calcolare unicamente una pena quantitativa in base a quelli che saranno nient’altro che algoritmi di un codice più simile a quello software che a quello penale.

Messo da parte tutto questo, non è che resti molto da dire. Anzi.

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Cerchi nell’asfalto

Vi affacciate alla finestra, una mattina, come ogni giorno, e all’improvviso eccolo là. La sera prima avete abbassato la serranda, avete chiuso le tapparelle (questa cosa delle serrande e tapparelle in Italia è più fondante di destra e sinistra), e lì c’era una strada, un incrocio magari. Ora non più. Ora c’è un cerchio nell’asfalto.

Sbucano fuori così, dal nulla, senza alcun preavviso, di notte. Ve ne sono d’infinite forme e dimensioni. Alcuni così semplici e minimali da far pensare a qualcosa di provvisorio: transenne, oppure quei blocchi di plastica quasi sempre bianchi e rossi, che ricordano la Formula 1, a formare poligoni, più che cerchi veri e propri. Altri elaboratissimi, con in mezzo aiuole fiorite, pubblicità, sculture e monumenti.

Quando ci si trova al cospetto di questi fenomeni inspiegabili, di queste rotatorie, non possiamo far altro che puntare lo sguardo al cielo, nella speranza che lì fuori, da qualche parte, ci sia vita intelligente. Perché qui da noi, per ora, non se ne parla proprio.

Rotatorie

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Accatto al potere

Non so se l’avete sentito dire, però c’è la crisi. Il che significa che fra precariato, disoccupazione, pressione fiscale e tutto il resto, siamo tutti piuttosto al verde. Chi era povero lo è ancora di più, chi non lo era lo sta diventando e chi era mezzo ricco rischia di guarire dalla schizofrenia. I ricchi, manco a dirlo, continuano a esserlo, il che ci fornisce un buon inidizio sul dove stiano finendo tutti i nostri soldi.

Una delle conseguenze più ovvie di questo allargamento della povertà è l’aumento dei mendicanti. Persino nella profonda provincia, dove fino a qualche anno fa era impensabile vederne, gli aspiranti ai nostri spiccioli hanno fatto la loro comparsa. Il tizio vicino ai carrelli del supermercato, per dirne uno, è già quasi mainstream, e buona parte della popolazione ha ormai sviluppato i classici meccanismi di indifferenza.

Così, come in ogni libero mercato che si rispetti, anche nel settore dell’accattonaggio è scattata la concorrenza. Ai questuanti oggi come oggi è richiesta una preparazione non indifferente in svariati ambiti: scelta delle location, approccio al cliente, PNL, fidelizzazione, fuga dai vigili. I corsi di aggiornamento sono diventati indispensabili. Per esempio, l’ultima tendenza, diffusasi a partire dagli Stati Uniti, paese dove i mendicanti hanno un loro albo professionale, è chiamata “POM” (Piss Off the Machine), e consiste nel piazzarsi a un bancomat e insistere con tale intensità e talmente a lungo che alla fine lo sportello cede e fa l’elemosina. In Italia la POM è ancora poco usata, ma si vocifera di almeno un paio di casi di successo, in Abruzzo.

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Benessere in cambio di poesia

Il progresso porta tanti benefici, è vero. Ogni tanto però succede che in cambio voglia qualcosa. La civiltà avanza, i suoi doni ci circondano, ma senza farci caso perdiamo dei dettagli, delle minuzie; siamo pronti a farne a meno, naturalmente, perché non valgono quanto una vita migliore, ma sono piccoli traumi, e ognuno ha il suo. A me, per dire, mancano i locali fumosi. E sì, era una vera vergogna: l’aria irrespirabile, insalubre, gli occhi che lacrimavano, bruciavano, i vestiti puzzolenti, le cicche, la cenere, tutti a inalare la stessa robaccia, fumatori e non, grandi e piccoli. Che schifo. Che nostalgia.

Oppure, già che ci siamo, quella cosa che quando uno spariva, se ne andava di casa, all’improvviso, lasciando mogli, figli, famiglie, senza alcuna avvisaglia, svanendo nel nulla, quando succedeva, poi si raccontava che “era sceso a prendere le sigarette”. Quanti se ne sono andati così? Un vero schifo.
Oggi invece, sarà il salutismo, sarà l’ambientalismo, uno che vuole sparire ci pensa su parecchio, perché poi, nei racconti, essere quello che “era sceso a buttare l’umido”, non è per niente un’immagine poetica. Che nostalgia.

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Salvataggi

Dev’esserci stato un periodo in cui Word non aveva la funzione di salvataggio automatico. Non so esattamente quando sia stata introdotta, ma all’inizio dubito l’avesse. (E anche se l’aveva, non è che siamo qui a fare del giornalismo d’inchiesta) D’altronde, cosa se ne sarebbe dovuta fare la gente, del salvataggio automatico? C’era già lì il classico Salva. C’era già lì addirittura la scorciatoia da tastiera. Quando uno vuol salvare, lo fa.

Poi però Word si è diffuso, trasportato dal quasi onnipresente Windows. E le persone hanno seriamente iniziato a scriverci: lettere anonime, lettere d’amore (che sono come quelle anonime ma in Comic Sans), relazioni, tesi, romanzi. È nato così quel fenomeno noto come “salvataggio compulsivo”, ovvero la tendenza a salvare il documento con una frequenza variabile dal singolo paragrafo al singolo carattere. Alla Microsoft l’hanno capita, e nelle versioni successive è stato inserito il salvataggio automatico ogni N minuti. Gli ossessivo-compulsivi hanno vivacemente protestato perché la frequenza fosse in secondi, ma quelli di Mountain View (Vista Montagna, non aggiungo altro) hanno temuto di dare il via a un’escalation che portasse a salvataggi ogni picosecondo, e si sono limiti a un salvataggio automatico al minuto, non di più.

Ora, riflettendoci, si potrebbe fare la stessa cosa con Alitalia. Cioè, invece di aspettare che la situazione sfoci nella catastrofe, con perdita di soldi e documenti di testo che hanno richiesto lacrime e sangue, perché non si fanno dei salvataggi automatici, che so, ogni 2 anni (ossessivo-compulsivi: no, non si può fare ogni 2 mesi), così ce ne stiamo tutti più tranquilli? Sarebbe una bella comodità.

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Che peccati

Se alle religioni togliamo la parte metafisica (quella fumosa, che se non ci credete tanto vale cambiare fede) e la parte rituale (quella noiosa, che se non partecipate poi le poche volte che lo fate vi guardano male), quel che resta, più o meno, è un sistema normativo. Tipo i dieci comandamenti. Tradotto: regole. Se le rispettate, avrete accesso alla business class della vita ultraterrena. Se le violate, seconda classe di un regionale di pendolari con l’aria condizionata rotta a fine luglio, per sempre. Molti grandi peccatori pendolari ferroviari non noteranno quindi alcuna differenza.

Per avere degli sconti di pena, fino anche al totale annullamento, esiste, quantomeno nel sistema cattolico, la confessione. Avete presente quando vi rinchiudete in un posto isolato insieme a un prete e aprite la vostra intimità a lui e non si tratta di un abuso? Ecco, quella è la confessione. Da quanto tempo non ti confessi? Hai bestemmiato? Hai fornicato? Hai rubato? E via così, anche senza domande, in una spontanea ammissione di colpe.

Allora pensavo, non si potrebbe fare una roba del genere, una confessione, che però sia laica? Con un confessore che invece di riferirsi al sistema normativo cattolico, si riferisca a quello civile, e non nel senso legislativo, e chi si metta a chiedere se parcheggi in doppia fila, se hai letto almeno un libro nell’ultimo mese, se continui a sfondarti di reality, se ti stai informando in vista del voto, se ti sei sforzato di ragionare con la tua testa oppure il tuo cervello ha deciso di abdicare, se sprechi e tutto il resto. E alla fine nessuna penitenza, perché tanto, se fai delle cazzate del genere, le stai già pagando, anche se non te ne accorgi.

 

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Bosone di nome

Il Nobel per la Fisica è quello a cui sono più affezionato. Sarà che quando penso alla scienza la prima disciplina che mi viene in mente è la fisica, non me ne vogliano medici, fisiologici (sempre che esistano) e chimici. Gli economisti invece mi vedranno bruciare all’inferno prima di sentirmi dire che la loro è una scienza.

Anche all’Universo – con cui sono pienamente d’accordo – la fisica è la prima cosa che è venuta in mente, giusto un attimo dopo il Big Bang. Non poteva andare diversamente, visto che mancavano proprio gli oggetti di studio delle altre discipline. Non c’era ancora nemmeno la chimica, che sarebbe stata inaugurata poco dopo, a temperature appena più gradevoli. Poi, tutte le altre. L’economia avrebbe dovuto attendere 13,7 miliardi di anni, se fosse stata una scienza.

Comunque, anche grazie a quel bestione del Large Hadron Collider, il Nobel per la Fisica è andato a Peter Higgs e a François Englert, per la scoperta del Bosone di Higgs, dal cui nome si deduce che Peter è il padre e François la madre.

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Il Nobel che mi resta

È iniziata oggi, con l’annuncio dei vincitori del premio per la Medicina (o Fisiologia, ma nessuno ha mai capito cos’è), la settimana dei Nobel. Nei prossimi giorni si proseguirà con quelli per la Fisica, Chimica, Letteratura, Pace, Economia. Quello dell’Economia lo assegnano lunedì, a banche aperte.

Come ogni altro riconoscimento, anche il Nobel soffre di qualche difetto di assegnazione. Alcuni che lo meritavano non lo hanno ottenuto (l’inventore della ruota), altri che invece l’hanno ricevuto non ne sono sembrati poi così degni (Kissinger). Altri ancora che l’hanno ricevuto ma non per le loro ricerche più strepitose (Einstein lo prese per l’effetto fotoelettrico).

Dal canto mio, viste la mia età e la mia preparazione scientifica, non posso non concludere che, per quanto riguarda Medicina, Fisica (che poi avevo una teoria unificatrice mica male in mente), Chimica ed Economica, ho ormai perso il treno.
Mi restano Pace e Letteratura. Ora, non sono un tipo violento, né un attaccabrighe, ma a dir la verità non ho mai nemmeno sedato una rissa. Non credo di avere i numeri per quello della Pace, sinceramente.

Rimane il Nobel per la Letteratura. Visto che scrivere scrivo, perché no? Ci provo. Voglio dire, se hanno candidato Vecchioni qualche speranza per il futuro ce l’ho.

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Berlusconio

In natura esiste un – si fa per dire – processo in base al quale certi atomi, che hanno problemi di – si fa per dire – stabilità interna, tendono a raggiungere spontaneamente la stabilità emettendo delle particelle. Questo processo si chiama – si fa per dire – decadimento. Un tipo particolare di decadimento è il decadimento – si fa per dire – B. Perché un atomo instabile decada e diventi un diverso elemento ci vuole un certo tempo, detto emivita, che può anche essere – si fa per dire – 20 anni.

Non state a guardare troppo la precisione. Non ho mica fatto scienze – si fa per dire – politiche.

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Una notizia di cento anni fa

In un numero del marzo del 1913 il “Chienti e Potenza”, giornale di Camerino, riporta la seguente notizia, che a me – a ragione o a torto non importa – ha fatto venire in mente Achille Campanile:

Strani effetti del vino – Il primo del mese tal Sabbatini Ulderico in compagnia del padre, Domenico, non meno ubriaco di lui ebbe ad infastidire non poca gente per la così detta discesa dello Spedaletto e lungo la passeggiata delle mura. Tuttavia il loro stato di ubriachezza era tale che mal si reggevano in piedi e quindi i pacifici cittadini se ne sbarazzavano facilmente. Lo studente Vincenzo Falzi, figliuolo del Segretario della Congregazione di Carità, da essi aggredito senza un perché non durò fatica a mandarli a gambe levate uno dopo l’altro. Senonché l’Ulderico indispettito dagli insuccessi gladiatori e dalle baie dei monelli, giunto alla strada delle Scalette riabilitò il suo onore infliggendo una tremenda coltellata ad una vacca di proprietà del prof. Domenico Filippi che si trovava a passare per caso condotta da un ragazzo quattordicenne a nome Guido Carradori. La vacca va migliorando.

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Ma dove vanno i moderati

L’Universo non ha un centro. Se lo avesse, il sabato sera vedremmo sfilare una moltitudine di astronavi in quella direzione. Ci sarebbero ingorghi e clacson che sbraitano. E le vedremmo anche tornare indietro, le astronavi, più diluite, fino all’alba della domenica mattina. Qualcuna, ahimè, non tornerà: le famosi stragi astronautiche del sabato sera.

La politica invece, a quanto pare, un centro ce l’ha. Se sia nato prima di destra e sinistra è questione di lana bovina. Fatto sta che da qualche tempo a questa parte vediamo sfilare in quella direzione, e non solo il sabato sera, una moltitudine di politici, al punto che ci coglie il dubbio se si tratti di una questione gravitazionale. Calcolarne l’accelerazione potrebbe risolvere il dilemma, ma nessuno sembra intenzionato a farlo.

Questo flusso centripeto di politici può sembrare molto strano, addirittura sospetto. Ma forse è come nelle grandi città: uno in centro ci va a lavorare, mica ci abita.

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Come affrontare bene la caduta del governo

Innanzitutto niente panico. Non stiamo parlando di un asteroide di 12 kilometri. La probabilità che la caduta del governo causi la vostra morte o quella dei vostri cari è minima. No, non è pari a zero, ma siamo lì.

La cosa migliore che potete fare è fregarvene. Inutile farsi prendere dall’ansia per un evento che non avrà ripercussioni negative sulla vostra vita: l’idea che l’instabilità politica danneggi i cittadini più della stabilità è infatti una scemenza. Siete per caso diventati più felici, più ricchi o più belli quando c’è stato un governo lungo e stabile? Non credo. Ai politici invece è successo, guarda caso. Ecco perché sono loro i primi a preoccuparsi, se cade il governo. Quindi, se non siete dei politici di mestiere, state pure tranquilli: le cose continueranno ad andar male senza scossoni.

Inoltre ricordate sempre che in Italia il declino non ha un fine corsa. Siamo stati così bravi da scoprire un metodo per far andare le cose sempre peggio senza mai raggiungere la catastrofe completa. È una cosa che assomiglia al paradosso di Achille e la tartaruga. Scaviamo scaviamo, ma non tocchiamo mai il fondo. Il che significa che potremo andare avanti per sempre, evitando comunque il disastro. Vi pare davvero il caso di preoccuparvi?

Ah, dimenticavo: bevete molta acqua.

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Uno spassionato consiglio ai terroristi di domani

Tutti devono rapportarsi alla propria epoca, anche voi terroristi. Inutile far finta di vivere in un medioevo di barbarie, massacri, ideologie e fedi. La società è evoluta, e con essa il terrore. Le bombe, le radiazioni, la minaccia chimica, il kamikaze non fanno più presa sulle persone. I dirottamenti, i sequestri, le scariche di Kalašnikov non smuovono più l’animo umano come una volta. Oggi che la tecnologia permea ogni aspetto della nostra vita, che l’intero pianeta è interconneso e viviamo immersi nelle comunicazioni, nella trasmissione d’informazioni, attraverso i nostri portatili, i nostri tablet e soprattutto con gli onnipresenti smartphone, quello che vi consiglio è di puntare su una app maligna che segnali sempre la batteria all’8%.

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La famiglia tradizionale

È scoppiato un gran casino, col signor Barilla. Ha detto delle cose e le ha dette in un modo che se prendeva un B52 e bombardava un centro d’accoglienza sovraffollato usando dei gattini ripieni di esplosivo ad alto potenziale forse si metteva contro meno categorie. In giro si parla di boicottaggio, addirittura, il che non mi stupisce: là fuori è pieno di gente che cerca da una vita di dare un bel taglio ai carboidrati senza riuscirci.

Poi, ecco che riesce fuori questa famosa famiglia tradizionale. Non è questione di essere d’accordo o meno, è questione di capire di che diavolo stiamo parlando. C’era una volta la famiglia tradizionale. Ora però, dopo i Soprano, i Pritchett, i Jefferson, i Robinson, gli Addams, i Keaton, le Gilmore, i Flintstones, i Jetsons, gli Osbourne, i Simpson, i Cunningham, i Forrester, i Tanner, i Morgan, gli Stark (e i Lannister e i Targaryen e i Greyjoy… ), i Cesaroni, i Fisher, i Bluth e chissà quante altre, davvero qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarla tradizionale?

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Pensate al futuro (cit)

Ci sono quelli che quando gli dici che stai leggendo, che so, Dick o Asimov, o che lì davanti al cinema stai aspettando di vedere, che so, Elysium, e che insomma ti piace la fantascienza, ti senti rispondere cose tipo “No, io ‘ste cazzate… “. Poi magari loro ti dicono che gli piace Dan Brown e stanno andando a vedere l’ultimo grido in fatto di commedie romantiche. E tu pensi che, se la realtà non subisce tracolli, è più probabile che si avveri un mondo di astronavi e alieni che quello di Dan Brown. Figuriamoci le commedie romantiche.

Tutto questo per dire che è uscito, per i tipi elettronici delle Barabba Edizioni, “L'(n+1)esimo libro della fantascienza”, un e-book di ragguardevoli dimensioni pieno di racconti, qualche disegno e qualche poesia, ovviamente a tema fantascientifico. Gratis. Lo trovate qui.

Lunga vita e prosperità.

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Blogfest, il post che pare obbligatorio

Sabato mattina, era quasi l’ora di pranzo, me ne stavo seduto su una panchina del lungomare di Rimini a farmi dei giganteschi affari miei e a godermi un po’ d’ombra. Ero stato fino in fondo al molo – quel giorno l’avrei fatto altre due volte, il che spiega la vibrazione nella Forza che andavo percependo – dove un’epifania a lento rilascio (forse per colpa delle poche ore dormite) mi aveva svelato che si trattava di una giornata da 30 gradi al sole, mentre io ero vestito per una che massimo massimo 25 e ventilata.

Dal nulla sbuca una signorina, con un vestitino a fiori, che mi dice che con un amico stanno cercando di tirar giù una Vespa da un furgone, ma lei non ce la fa e insomma gli servirebbe una mano. E penso che sfiga, ora che avevo smesso di sudare. E poi penso che l’ho già vista, da qualche parte, la signorina.
Le dico ok, vi aiuto, perché se nel giorno dell’equinozio d’autunno una signorina sul lungomare di Rimini ti chiede di tirar giù una Vespa da una furgone, non ce l’hai mica la prontezza d’inventarti un’ernia lì per lì, così dici ok, vi aiuto. Lei mi dice grazie e si presenta: Io sono Spora. E penso che nome strano. Poi mi presento io: Io sono Mix. E penso che così strano non è, Spora, se poi ti presenti come Mix. Poi alla fine c’arrivo: ah! Spora, pensa te.

La Vespa esiste davvero. Pure il furgone che la contiene. Solo che, no, non stiamo parlando di una Vespa classicamente poggiata sul pianale di un furgone. Troppo facile. La Vespa sta su una specie di ripiano, nella parte posteriore del furgone, mezza incastrata in alto, forse per non farla ballare. Una roba da far svenire un esperto di logistica.
Esiste davvero anche l’amico della signorina, e per fortuna è dotato di altezza, a differenza di me. Altrimenti tanto valeva chiudere tutto e andare col furgone in Tibet. Lui si prende la parte del motore, io sto in zona pedana. Ci aiuta anche la signorina Spora, ma accecato dallo sforzo non realizzo in che modo. Al secondo tentativo le cose vanno lisce. Al primo ho chiesto un annullo missione perché avevo sbagliato la presa e stavo per ucciderci tutti e tre, sul lungomare di Rimini, nel giorno clou della Blogfest. Avrei avuto un picco di follower.

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Nessuno dovrebbe mai incontrare l’Internet

Succede un po’ come con i romanzieri o i musicisti. Uno adora le loro opere, impazzisce per i loro libri e le loro canzoni, e si fa un’idea. Un’idea di com’è quell’artista come persona, e com’è di persona. Nel senso che se ne fa un’immagine non solo, per così dire, psicologica, ma anche fisica. Simpatico, antipatico, snob, alla mano, taciturno, chiacchierone. Bello, brutto, grasso, magro. Cose così.

Poi succede che li incontri davvero, fisicamente. E ci resti male, perché l’immagine psicofisica che ti eri fatto non corrisponde. Quasi non li riconosci. Ti dici “no, non è lui, sarà uno che si spaccia per lui”. E invece no.

Con le persone dell’Internet succede la stessa cosa. Io, per esempio, secondo me la gente legge quello che scrivo e pensa che devo essere piuttosto alto. E invece no. Mi dispiace.

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Acquisti pericolosi

Allora oggi è successo che dopo tanto tempo mi sono ritrovato a comprare delle bacchette. Bacchette per suonare la batteria, che lo so che state già dicendo “pensa che paranoico, si compra le bacchette personali per mangiare dal cinese, non si fida di quelle che ti danno al ristorante, dev’essere uno di quelli fissati con l’igiene-i materiali-la provenienza delle robe, d’altronde, a pensarci bene, non ha mica tutti i torti, non è che ci sia da fidarsi poi tanto, anzi, fammi dare un’occhiata su eBay, se le trovo anch’io, così ho le mie e punto, vado sul sicuro. Toh!, c’è un tizio in Cina che le vende a prezzi stracciati”.

Mentre ero lì che ammiravo lo scaffale delle bacchette, le prendevo in mano valutandone la presa, il bilanciamento, la lunghezza, la larghezza, la rastrematura, la punta (io preferisco quella di legno, a oliva, o anche sferica, quando mi sento particolarmente frivolo), provandole anche, su un pad che era lì accanto, mi guardavo continuamente attorno, circospetto, per controllare che non arrivasse un commando di ambientalisti per picchiarmi, colpevole di partecipare al disboscamento planetario, un po’ com’è successo qualche giorno fa a quella sagra dove un gruppo di vegani ha ferito degli arrosticini, mi pare.

Poi sono andato in libreria. Lo so, un po’ me le cerco.

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