ITA missa est

L’Alitalia non c’è più. Cioè, c’è ancora, ma ormai è solo un contenitore di debiti. Una specie di cassaforte al contrario. Se un ladro la scassinasse, non solo non diventerebbe ricco, ma si ritroverebbe senza nemmeno i soldi che possedeva già e con una folla di creditori incazzati sotto casa.

L’Alitalia, la nostra storica compagnia di bandiera, ha smesso di esistere dopo 75 anni. Lascia un grande vuoto, soprattutto nel bilancio statale. Già adesso mi sale la nostalgia: chissà se mi mancheranno di più i salvataggi di Alitalia o quelli di Baywatch.

L’Alitalia adesso è in amministrazione straordinaria. Non fa tanto effetto, in un Paese come il nostro in cui lo straordinario è ormai l’ordinario, e l’ordinario è esso stesso l’attesa dello straordinario. Insomma, la bara dell’Alitalia è ancora aperta e possiamo darle l’ultimo saluto. “Guarda, pare che dorme”.

Al suo posto è già arrivata ITA, la compagnia con la sigla più fastidiosa da infilare in qualunque discorso, e la cui utilizzabilità nei giochi di parole è dolorosamente infinITA. Essere passati da “Alitalia” a “ITA” è come dire “Visto? Abbiamo già risparmiato”, come fossero le lettere il problema.

Non è che a una compagnia appena nata voglio già tarpare le ali. Soprattutto perché non mi va di vedere una compagnia aerea diventare una compagnia di autobus. Però non sono fiducioso.

Non sono fiducioso, perché la prima cosa che ho letto di questa nuova ITA è che i suoi aerei saranno di colore azzurro. Adesso io voglio sapere chi è il genio che ha deciso di verniciare degli aerei che sfrecciano in cielo pieni di gente e a centinaia di chilometri orari dello stesso colore dello sfondo. Aerei azzurro cielo. Una follia a livello di visibilità. Sarebbe come fare le auto color asfalto. O color nebbia.

Ma va bene così. Ci abitueremo anche a questo.

E allora addio cara Alitalia. Speriamo ti chiudano la bara in fretta, perché sinceramente cominci un po’ a puzzare.

Dopodiché, potrai finalmente volare in cielo. Per una volta in perfetto orario.

 

Il futuro dei Maneskin

Che botto che hanno fatto, i Maneskin. Sono stati così bravi ad aprire per i Rolling Stones a Las Vegas, che continueranno a farlo anche fuori dal palco, a casa di Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood (detto “il terzo”). Gli apriranno i barattoli col tappo duro, il portone di casa, la serranda del garage, certe bottiglie di vino col sughero antipatico, gli account sui nuovi social media. Perché comunque c’hanno quasi ottant’anni, e va bene che stanno in forma, i Rolling Stones, però a quell’età un aiuto serve sempre.

Bravi ragazzi.

Sfera Eppubblica

I social media hanno messo a disposizione di tutti una sfera pubblica. Un’enorme sfera pubblica. E non riesco a capire come a un certo punto questa possa essere sembrata una buona idea.

Certo, una sfera pubblica esisteva anche prima. Solo che prima non potevamo tenerla in tasca e tirarla fuori ogni due minuti.

La sfera pubblica precedente ai social media era protetta da un involucro fatto del materiale più resistente del mondo: la pigrizia. Le piazza e le strade, insomma, non erano piene di gente che arringava su qualunque tema a un pubblico che rispondeva e commentava e faceva a sua volta partire una nuova arringa e via così fino a una nuova definizione di girone infernale. Accedere alla sfera pubblica dal divano di casa, però, è comodissimo, e persino la pigrizia è andata in pezzi sotto i colpi del devo dire la mia.

Non mi stupisce più. Non ci stupisce più. È prassi, ormai.

Quello che ancora un po’, invece, mi stupisce, anche se sempre meno, come fosse un veleno a cui a forza di piccolissime dosi si diventa immuni, è l’utilizzo della sfera pubblica come se fosse quella privata. I cazzi propri trasmessi a social unificati. Alcuni probabilmente convinti che “i mei amici di Facebook” siano una sfera privata. Anche quando ne hanno cinquemila. E la privacy dei post impostata su “pure i morti”.

Sì, il primo motore dei social network è il potersi fare i cazzi degli altri. Però ogni tanto, davanti a un post, mi capita di pensare “io non dovrei sapere così tanto dei cazzi tuoi. Non dovrei sapere sempre dove sei, cosa fai, con chi, come, perché”.

Se non pubblichiamo online la cronaca puntuale e costante delle nostre vite, non moriamo mica . Quello succederà più avanti, nel metaverso che Zuckerberg ci sta arredando.

Diamoci un po’ di respiro.

Ah. Nel frattempo sono stato investito. Vi scrivo da sotto la macchina.

L’eletto

A me piacerebbe molto se facessero uno di quei film in cui a un certo punto tutti i personaggi iniziano a chiedersi se il protagonista non è per caso l’eletto, il prescelto, l’uomo o la donna della profezia, uno di quei film in cui alcuni personaggi iniziano quasi subito a chiederselo, se è l’eletto, altri aspettano un po’ e poi si convincono, altri ne sono sicuri dall’inizio chissà perché, altri invece niente da fare, finché non lo o la vedono in azione non ci credono (è il famoso effetto San Tommaso), e tu lo capisci che è ovvio che è l’eletto, anche perché è il protagonista del film, chi dovrebbe essere, l’eletto, la comparsa?, quindi ti sembrano tutti un po’ ridicoli a chiedersi continuamente chissà se è l’eletto, vuoi vedere che è l’eletto?, anzi dopo un po’ ti viene proprio da pensare ma siete scemi, certo che è l’eletto, siete in venti a chiedervelo continuamente, c’è la profezia, chi vuoi che sia, l’idraulico?, e solo lui, il protagonista, è quello che proprio non ci crede, no no, dice a tutti, non sono mica io l’eletto, però si capisce che in fondo in fondo sa di esserlo, perché comunque la domanda se la pone, il dubbio ce l’ha, e se uno non è l’eletto manco se lo chiede, si chiede altre cose, tipo perché è aumentato così tanto il metano, e poi piano piano si convince, comincia a pensare ma vuoi vedere che sono davvero l’eletto, e appena si convince al cento percento diventa ufficialmente l’eletto, perché lo è sempre stato, alla fine.

Ecco, a me piacerebbe molto se facessero un film così, solo che alla fine viene fuori che il protagonista non è l’eletto. L’eletto è un altro. Uno che non s’era nemmeno mai visto, o si è visto di sfuggita. E sarebbe un film bello e sincero su tutti quelli che non contano un cazzo. E farebbe un sacco di soldi, perché a non contare un cazzo siamo in tantissimi, quasi tutti.

Il mondo dei No vax

Anno 2035. La popolazione mondiale è ridotta a 13 milioni di abitanti. Tra il 2031 e il 2032 infatti, tutti coloro che avevano ricevuto il vaccino contro il Covid-19 sono morti a causa di un misterioso e letale effetto collaterale. Tale effetto è insorto in ogni vaccinato esattamente a dieci anni dalla vaccinazione, proprio lo stesso giorno, ma verso le otto di sera. Una fatale modifica del DNA che spingeva la persona colpita a chiedere “Ordiniamo del poke?” e a collassare immediatamente dopo priva di vita.

Nei paesi ricchi le perdite hanno sfiorato il 99%, perché fra campagne ministeriali, pass sanitari, obbligo di vaccinazione e appello della Ferragni solo una minima parte della popolazione, i No vax inossidabili, è riuscita a non vaccinarsi. Nei paesi poveri invece erano morti in pochissimi, perché i paesi ricchi col cavolo che gli avevano mandato davvero le dosi necessarie, ma poi sono morti per le solite ragioni per cui si muore a grappoli nei paesi poveri. Nonostante non ci fosse più nessuno che li aiutava a casa loro.

Negli anni successivi al 2032 sono morti anche molti No vax, perché se c’è un problema causato da una quasi estinzione, è quello della mancanza dei servizi. Sanità, trasporti, commercio, birrifici artigianali: tutte le basi su cui si reggeva la civiltà sono venute a mancare da un momento all’altro. Innumerevole il numero delle morti per fame causate dalla scomparsa improvvisa di Just eat.

Anche in Italia tutto è andato in pezzi. Hanno resistito solo il Codacons e il Garante della privacy. Ad oggi la popolazione dell’intera penisola conta solo 11 mila persone, di cui 8 mila a Milano. Perché comunque Milano è Milano. Lì la catastrofe è tangibile come in nessun altro posto: hanno addirittura annullato il Fuori Salone.

Internet non esiste più. Un virus cinese ha mandato in crash il 99% dei server nel 2033, il resto l’ha fatto l’assenza di manutenzione. L’unico sito rimasto in piedi è Dagospia. Anzi, DagospIA, perché pare che a tenerlo in vita sia un’intelligenza artificiale avida di gossip.

Il mondo, adesso, appartiene ai No vax. Dopo anni di lotte e proteste, dopo anni di prese in giro e meme, dopo anni di restrizioni e clandestinità, finalmente hanno avuto ragione. Il loro è il più potente grido “ve l’avevamo detto!” che la storia ricordi, peccato che ad ascoltarlo non ci sia nessuno. Nonostante tutti gli altri siano cadaveri in avanzato stato di decomposizione, i No vax si aggirano comunque nelle deserte vie delle svuotate città perennemente a testa alta e con un ghigno stampato in faccia. Cosa non può il senso di rivalsa?

In una via qualunque di una città che la natura si sta riprendendo in fretta, tra automobili abbandonate, rifiuti di plastica e scarafaggi che scorrazzano indisturbati, s’incontrano due di questi ormai padroni della Terra. Due No vax.

– Ehi.
– Ehi ciao. Come va?
– Non posso lamentarmi. E tu?
– Le solite cose.
– Sai dove posso trovare un po’ di cibo? Le mie scorte stanno finendo.
– Se vai in centro, da quella parte, c’è una specie di negozio di alimentari.
– Un alimentari?
– Sì. Verdura, frutta, uova, formaggio. Pane. Qualche volta c’è persino la carne. Oh, non ti aspettare granché.
– Ma è fantastico, sono due settimane che mangio solo pere e scarafaggi.
– Pere e scarafaggi?
– Come abbinamento non è male, però alla lunga…
– Comunque laggiù c’è un ipermercato abbandonato con ancora gli scaffali pieni di cibo in scatola.
– Grazie, ma quella roba cerco di non toccarla. Giusto se non mangio da tre giorni.
– Pure io evito, con tutti quei conservanti e coloranti. Robaccia.
– Peggio di quelle merda solo i vaccini.
– Davvero.
– Eppure c’era gente che ci faceva la fila.
– Per il cibo in scatola?
– Per i vaccini.
– Ah.
– E sai dove portava invece quella fila?
– Dove?
– Al cimitero.
– AHAHAAHAHAHAHAH.
– AHAHAHAHAHAH
– AHAHAHAH.
– AHAHAH.
– Ahahah.
– Ahah.
– Ah
– Mh.
– Tra l’altro, visto che siamo rimasti così pochi, sai di cosa non dovremo preoccuparci più?
– Di cosa?
– Del riscaldamento globale.
– NON C’È ALCUN RISCALDAMENTO GLOBALE!!

Tiki talk

Di calcio non so niente. O, come direbbe Antonella Clerici, di calcio non so un calcio.

Questo non saper niente di calcio fa di me un mezzo italiano. Non seguo il campionato, non conosco i nomi dei giocatori, non tifo per nessuna squadra, non so chi è andato dove in che ruolo e per quanti miliardi, dei moduli so che la somma dei numeri deve fare 10, solo che non si vede mai il 2-1-3-2-1-1, chissà perché. So che ultimamente c’è stata questa novità del VAR, che è un modo intelligente per inserire altra pubblicità durante una partita. Ah, all’arbitro hanno dato una bomboletta per fare dei segni sul campo, come quando stanno per fare dei lavori stradali allora disegnano certi sgorbi sull’asfalto che immagino significhino “qui passa un tubo”, “qui c’è la corrente”, “qui è sepolta la sinistra”. L’arbitro segna dove deve stare il giocatore, poi però nessuno scava. Vai capire.

Sono una creatura mostruosa. Sono il terrore di coloro che vogliono scambiare due chiacchiere mentre si sta in coda, che vogliono una spalla per un commento sagace. Ovviamente sul calcio, chiacchiere e commento, perché il calcio tutto pervade e tutto invade, ed è quindi il tema sicuro. Anzi, è il tema. Li vedi fiduciosi, sorridenti. Lo danno per scontato: sei un uomo, sei in Italia, di pallone ne sai per forza. Anche se non ne capisci un cazzo, ne sai. Sembra un paradosso, lo so, ma in Italia non lo è, con buona pace della logica elementare.

“Non seguo il calcio, mi dispiace”. Dovreste vederli. Prima il disorientamento, come quando ci si ritrova davanti all’indicazione per “Tutte le direzioni”, poi la consapevolezza, come quando capisci che “carne 1 o 2 volte” è a settimana, non al giorno, nella dieta. E infine la repulsione, come quando capisci che il tizio con cui vuoi chiacchierare di calcio non ne sa niente. Anzi, senza come, era proprio questo il caso, mi sono confuso.

La condanna, naturalmente, come per ogni mostro che si rispetti, è l’isolamento. Perché appena dopo di me nella coda, o giusto accanto, c’è immancabilmente un italiano normale. E quello sì che coglie la palla – ops! Il commento – e subito lancia un assist – ops! Una reazione – al primo, mentre già un terzino – ops! Un terzo – si unisce al gioco – ops! Conversazione – e tira una puntinata – ops! Puttanata – e GOOOOOL!! GOOOOOOOLLL!!

E io in un angolo, silenzioso e umiliato, che assisto a tutto questo.

Poi però qualcuno dice “madonna che caldo oggi”, e io non mi faccio trovare impreparato. Mi giro di scatto tenendo il telefono bene in vista sull’app del meteo e grido “PER DOMANI METTONO TRENTOTTO GRADI”.

Ed eccomi qui, mio adorato pubblico, sono il nuovo re della conversazione. Per i prossimi trenta secondi.

A tagliarmi i capelli

Condivido con gli adepti di Scientology la credenza che meno sono i capelli che una persona ha in testa più bassa è la temperatura che questa percepisce. I pelati infatti hanno sempre freddo. In realtà non so se quelli di Scientology credano in una roba del genere, però non mi stupirebbe, visto che credono in cose ben più assurde. Meno capelli meno caldo, quindi, è il mio dogma. Dogma che mi porta di corsa, quando le temperature superano la soglia della vivibilità, a ridurre la quantità di capelli che ho in testa tramite il cosiddetto taglio.

L’altro giorno, visto che i capelli che avevo in testa mi avevano portato a percepire fino a 35° all’ombra, sono andato a tagliarmeli, per abbassarli fino ai ben più piacevoli 27°-28°. Ho un parrucchiere preferito, dove però non vado fisso perché questi esercenti bisogna sempre un po’ tenerli sulle spine, sennò si abituano, ti danno per scontato e poi ti trattano ogni volta un po’ peggio, fino alle percosse fisiche. Se invece li tieni sul filo del “chissà, magari vado da un altro”, sfoderano un livello di qualità più alto. Questa strategia la chiamo ORT, Owner Relationship Terrorism.

Trovare un parrucchiere alternativo (al mio preferito, nel senso; non nel senso che ti lava la testa con la San Pellegrino) nel mio quartiere è facile, basta uscire da casa e entrare nel civico successivo. O in quello precedente. O in quello di fronte. O in qualunque altro. Si tratta di un fenomeno inquietante. Io non ho mai visto una così alta concentrazione di parrucchierie. La mia speranza è che buona parte di queste siano semplici coperture per attività criminali, non tanto perché tifo criminalità, quanto perché l’unica altra spiegazione possibile è che i parrucchieri si riproducano per mitosi, scenario non bello.

Ieri quindi sono uscito e ho infilato una porta a caso del quartiere, ritrovandomi ovviamente in un negozio che conteneva specchi, poltrone, forbici, tagliacapelli ma soprattutto un essere umano addetto a tagli e acconciature. Un semplice “si accomodi” e la la procedura è iniziata.

Durante la procedura, convenzione sociale vuole che fra acconciatore e acconciato s’intrattenga una conversazione che esula da quella strettamente professionale e necessaria a dirigere la procedura stessa del taglio (“come li facciamo?” ecc.). La qualità e la quantità di tale conversazione dipende da molti fattori, e può andare dal livello più basilare (meteo, critiche allo Stato) fino a quello più estremo (confessione di reati, dichiarazione d’amore, versetti danteschi).

Visto che a causa dei social network ci si ritrova fin troppo spesso ad affrontare le opinioni becere e le idee tremende degli sconosciuti, in real life, come dicono a Milano, tendo a tenere la manopola della conversazione tra “sono timido” e “mi fingo morto”. Anche con così poche parole scambiate però è apparso subito chiaro che il mio acconciatore avesse origini napoletane.

Ed è per questo che, finito il taglio, perfettamente riuscito, quando mi sono alzato dalla poltrona e ho estratto il portafoglio, ci sono rimasto a dir poco malissimo quando l’acconciatore chiaramente napoletano mi si è avvicinato e:

«Ecco la ricevuta, sono venti euro».
«Mi scusi?»
«Sono venti euro».
«Quello l’ho capito. Ma la ricevuta…»
«La ricevuta cosa?»
«Mi ha fatto la ricevuta»
«Be’, certo»
«Senza chiedermelo»
«Funziona così, non è mica a richiesta»
«Non doveva farmela»
«Ma come no?»
«Al limite dovevo essere io a chiederla stizzito»
«Guardi, mi dia i venti euro e siamo a posto»
«Non si fa così!»
«Non capisco»
«Ma scusi, non è napoletano?»
«Sì, ma cos…»
«E allora lei così mi rovina»
«Per venti eur…»
«Non doveva farmela, la ricevuta!»
«Starà mica dicendo che noi napol…»
«Ma certo che lo sto dicendo. È così che dev’essere. Altrimenti le battute?»
«Quali battute?»
«Quelle che scrivo. Mi pagano per quello… Ma così lei mi manda in rovina!»
«Cosa c’entro io con le sua battute? Mi dia venti euro e se ne v…»
«Dove andremo a finire senza gli stereotipi? Su cosa si faranno le battute? Senza napoletani truffaldini, romani sfaticati, milanesi cocainomani, genovesi tirchi, siciliani mafiosi, marchigiani contadini, molisani inesistenti su cosa scherzeremo? Non ci sarà più niente da dire, la comicità sarà finita e io sarò rovinato, e la colpa è sua, sua e di quella ricevuta maledetta che…»
«Basta! La strappo. Strappo la ricevuta. Ecco. Mi dia ‘sti venti euro e non torni mai più»
«Va be’ ma senza ricevuta facciamo quindici, no?»

 

Giù la mascherina

Da ieri non c’è più l’obbligo d’indossare la mascherina all’aperto.

Ha quindi finalmente termine quel periodo di amletici dubbi che tutti abbiamo vissuto soprattutto nelle ultime settimane, da quando cioè le temperature si sono fatte prima estive e poi infuocate e la mascherina ha smesso di essere un abituale fastidio ed è diventata l’equivalente delle mani guantate che si stringono con forza attorno al collo nella più classica delle scene da thriller. Qualcosa che finirebbe in cronaca titolato così: “Strangolato in strada. In manette la mascherina (che comunque salutava sempre)”. A causa del caldo molte persone, quasi tutte per la verità, io compreso, quando era possibile la mascherina già non la indossavano più, all’aperto, pur tenendola a portata di mano.

Appoggiata sotto al mento, i più tradizionalisti, appesa all’orecchio, i più temerari (quelli che fanno arrampicata, tipo), sul gomito i giovani e i rapper, in tasca i precisini e lasciata direttamente a casa gli smemorati, più o meno tutti all’aperto ci siamo avvalsi della facoltà di respirare senza filtri se il distanziamento era garantito.

Ma quella del distanziamento, abbiamo scoperto, non è questione semplicemente metrica, perché ha a che fare, escludendo quelli che giravano col metro a fettuccia in tasca, con la percezione delle distanze. Provate a chiedere a dieci persone quanto è lungo un metro. Vi risponderanno in dodici, per dire quanto la cosa sia soggettiva. Il distanziamento ha pure a che fare con con la percezione del pericolo. La paura del Covid, per esempio, ad alcuni ha fatto sembrare millimetri quelli che invece erano chilometri, e nei momenti di maggiore paranoia c’è stato chi ha messo la mascherina pure per parlare al telefono (o preferendo un più sobrio vivavoce); ad altri, meno preoccupati, ha fatto gridare discorsi a due centimetri dall’orecchio dell’interlocutore, nella convinzione che un sottile strato di tessuto potesse bloccare parole sparate fuori a 120 decibel.

Quello che idealmente sarebbe dovuto essere un parametro oggettivo si è scoperto molto banalmente soggettivo, come quasi tutto nell’universo (all’infuori della bontà della pizza). E da qui i famosi amletici dubbi sul quanto prima bisognasse rimettersi la mascherina quando si stava per incrociare qualcuno. Ammettiamolo, tutti noi abbiamo sentito la mancanza di un apposito galateo Covid che ci fornisse delle indicazioni sul come affrontare queste situazioni. In assenza di tale prontuario, ognuno ha fatto da sé, sulla base delle proprie valutazioni e convinzioni. Nonostante tale varietà di vedute, sono emersi alcuni scenari molto diffusi, praticamente dei classici. Ne elenco qui i più semplici, in cui ad interagire sono due persone. Le chiameremo Ugo e Uga.

Paranoid humanoid: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Se la toglieranno entrambi solo a casa, pur non avendo incontrato nessun altro.

Rogue One: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Dopo 250 metri e a 3 metri dall’incontro Ugo se la toglie perché non ne può più. Uga lo fulmina con lo sguardo.

The Great Escape: Ugo e Uga si notano da lontano. Quando sono a una ventina di metri Uga indossa la mascherina, Ugo no. A 10 metri tutto come prima. A 5 uguale. A 3 Uga attraversa la strada per evitare Ugo. Ugo si mette la mascherina.

Contact: Ugo e Uga si notano da molto lontano. Ugo inizia a gridare “SCUSI PUÒ METTERSI LA MASCHERINA, GRAZIE” e continua a farlo finché non sono a circa 10 metri, quando Ugo si accorge che Uga la mascherina la indossava già. Lui invece dimentica d’indossarla.

Divergent: Ugo e Uga si notano da molto lontano e subito si mettono la mascherina. Dopo 250 metri e a 3 metri dall’incontro Uga entra in un portone. Ugo bestemmia.

The Good, the Bad and the Ugly: Ugo e Uga si notano da una trentina di metri. Si vanno incontro lentamente. Ognuno aspetta che l’altro faccia la prima mossa con la mascherina. Entrambi la sfiorano senza indossarla. Quando sono a 3 metri Ugo lancia la mascherina in faccia a Uga. Titoli di coda.

Fast&Furious, Covid Lane: Ugo e Uga sono due runner, la mascherina non devono mettersela nemmeno se respirano come mantici e sputacchiano come Lama.

Fear and Loathing in White Zone: Ugo e Uga si notano da lontano. Ugo indossa subito la mascherina. A 5 metri s’accorge che Uga è un cartello di divieto di sosta.

 

 

 

5 brevi curiosità attorno al Concordato

(in basso e molto a destra nella foto, Mussolini che compila la lista delle cose buone che ha fatto)
  1. Si definisce concordato un trattato bilaterale che regola i rapporti tra Dio e un qualsiasi stato terrestre. Non essendo Dio persona giuridica, la firma del documento lato Dio è opera di un prestanome di fiducia della proprietà, detto il Papa. La dicitura attuale nella firma del trattato è “in rappresentanza di Dio, Papa …”. La precedente dicitura, modificata nel 1979 dopo grandi pressioni della Santa Sede, era “per Dio, Papa…”.
  2. Il primo concordato tra la Santa Sede e l’Italia era contenuto nei Patti lateranensi del 1929, ma nel 1984, anno della firma del nuovo concordato, si preferì un più funzionale cassetto.
  3. “Libera Chiesa in libero Stato” è la frase utilizzata dai cittadini della Città del Vaticano per chiamare la tana libera tutti a nascondino.
  4. Nonostante la credenza popolare, il nome “concordato” non deriva dal fatto che il documento è stato firmato su un Concorde Roma-Città del Vaticano. Anche perché a causa della grande velocità del velivolo non ci sarebbe stato il tempo materiale per farlo.
  5. La Santa Sede ha insistito per inserire nel concordato una clausola secondo cui tra Vaticano e Italia tutti i rapporti devono essere senza alcuna protezione.

Riguardo la TV

La settimana scorsa il televisore mi ha avvertito che a settembre smetterà di funzionare. Invece mi sa che la lavatrice si è scordata di dirmi che stamattina si sarebbe rotta. Ma una dimenticanza capita a tutti. Comunque ho apprezzato molto il gesto del televisore. Anche a lui deve stare sul cazzo l’obsolescenza programmata, e per sputtanare la sua casa madre mi ha spifferato tutto. La cosa che mi stupisce di più è che il televisore conosca la sua durata di servizio. Di solito i prodotti tecnologici la ignorano, allora si ribellano, fuggono, si nascondono, arrivano fino al loro creatore e gliela chiedono, ricevono risposta e infine lo uccidono. Ma forse col mio televisore ho visto troppe poche volte Blade Runner. Mi stupisce anche che la data in cui smetterà di funzionare sarà a settembre, e non è stata il giorno dopo che è scaduta la garanzia. Una cosa è certa, conoscere la data in cui ti spegnerai dev’essere un incubo, soprattutto per il tuo assicuratore.

Il televisore smetterà di funzionare per un cambio di standard, un po’ com’è successo a Charlie Chaplin quando si passò dal cinema muto a quello sonoro e si scoprì che aveva la stessa voce di Mario Giordano. I cambi di standard sono sempre eventi traumatici. Sono così traumatici che molti si rifiutano di applicarli e continuano a vivere in un film in costume in cui vige quel ridicolo sistema imperiale britannico, invece di entrare nel mondo reale contemporaneo e metrico decimale. Però è vero: quando uno standard s’impone è terribile stare dalla parte del sistema che ha perso la gara. Pensate a chi puntava tutto sul Betamax, sul Minidisc, su Antonio Di Pietro.

Il televisore smetterà di funzionare perché cambieranno le frequenze di trasmissione. Lì per lì pensavo fosse una bella notizia, poi ho capito che non significa che smetteranno finalmente di trasmettere lo stesso film tre volte al giorno per due settimane. Le frequenze televisive cambieranno perché quelle che la TV occupa adesso servono al 5G, nel caso non aveste capito fra telefoni e TV chi ha vinto la battaglia per l’intrattenimento.

Però potete stare tranquilli: con il cambio di standard non varierà né la quantità di canali disponibili, né la qualità delle trasmissioni. Quindi continueremo ad avere a disposizione centinaia di canali di schifezze e a guardare i soliti tre decenti, una o due sere a settimana, per mezz’ora, mentre scorriamo foto e discussioni sul cellulare.

 

L’incredibile opportunità scientifica di avere due papi

Forse non ce ne rendiamo bene conto, ma avere a disposizione due papi contemporaneamente è un’opportunità incredibile. Tale fenomeno infatti si presenta molto di rado. Anzi, se ci limitiamo ai casi in cui un papa rinuncia volontariamente¹ al suo titolo, nella storia possiamo contarne solo due.

Uno è quello attualmente in corso e che coinvolge Benedetto XVI e Francesco (senza numero, almeno finché non ne arriva un altro che vuole chiamarsi Francesco: a quel punto Francesco diverrà Francesco I, e l’altro Francesco II, e così via. Per ulteriori notizie in merito vedi di Carlo M. Aglio, Numerazione dei papi e topologia algebrica – Vol 1). L’altro caso è quello che nel 1294 vide rinunciare al papato Pietro da Morrone, nickname Celestino V, un eremita che era stato eletto papa perché due cardinali avevano scommesso un dollaro su di lui: il primo cardinale credeva che fosse l’ambiente a determinare la persona, e che quindi anche un asociale semianalfabeta come Pietro fosse in grado di fare il papa; il secondo cardinale pensava invece che fosse la genetica a determinare la persona, e che quindi Pietro non sarebbe mai riuscito nell’impresa. Visto che Celestino V diede le dimissioni qualche mese dopo la sua elezione, la scommessa la vinse il secondo cardinale. Peccato che la prima occasione per spendere quel dollaro vinto sarebbe arrivata solo 500 anni più tardi. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

Un fenomeno che coinvolge figure così particolari e uniche e che è osservabile con così scarsa frequenza ci offre un’opportunità di studio che la scienza deve certamente cogliere. Anche perché, almeno per una volta, non si tratta di dover spendere miliardi per un’enorme apparecchiatura da nascondere sottoterra in Svizzera, manco fosse il caveau di una banca. Certo, bombardare un papa con un fascio di protoni accelerato a poco meno della velocità della luce dev’essere senza dubbio affascinante, ma non è questo il caso.

Vediamo quindi cosa si può sperimentare avendo a disposizione sia il sommo pontefice, cioè il papa attualmente in carica, Francesco (da qui in poi: Papa1), sia il papa emerito, o semplicemente “quell’altro”, come lo chiamano in Vaticano, Benedetto XVI, che ha rinunciato al suo ruolo nel 2013 per godersi il tfr (da qui in poi: Papa2).

Il primo esperimento che viene in mente quasi banalmente a tutti, avendo a disposizione due papi, è quello del nesso empatico, lo stesso che si dice ci sia fra gemelli biologici. Quello per cui, se un gemello si fa male a Caltanissetta, anche l’altro che è a Imperia sente dolore (le località possono variare). Dimostrare un eventuale legame empatico di questo tipo fra i due papi è piuttosto facile: è sufficiente dare una martellata su una mano a papa1 o papa2 e vedere se papa2 o papa1 provano evidente dolore. S’inizia coi due papi quasi a contatto, e poi li si allontana martellata dopo martellata, per vedere fino a che distanza “prendono”, se prendono. Per eliminare la variabile rappresentata dalla soglia del dolore, che potrebbe falsare l’esperimento, si possono sottoporre i papi a diverse esperienze dolorose. Si possono quindi aggiungere alla martellata: pugno al volto, cazzotto a martelletto, calcio allo stinco, pizzicotti sparsi, tirata d’orecchie, calcio nelle parti basse, ascolto di un disco dei The giornalisti, visione di una puntata recente dei Simpson, disdetta dell’abbonamento a Sky. Un altro metodo prevede che i due papi partecipino in coppia a un torneo di briscola e sia loro impedito l’uso dei segni. Se vincono, il nesso empatico-telepatico è dimostrato e il prosciutto vinto va ai ricercatori. Se perdono, il costo dell’iscrizione al torneo è a carico dei due pontefici.

Passando a un ambito più propriamente fisico, gli esperimenti realizzabili sono molto numerosi e permettono di individuare quali sono le proprietà fisiche che i papi hanno in comune. Per esempio: la forza di gravità agisce allo stesso modo su papa1 e papa2 oppure il processo a Galileo Galilei ha lasciato degli strascichi? I papi hanno lo stesso profilo aerodinamico o papa1 è più adatto al volo? Quanto migliora l’aerodinamica il diverso abito religioso? Se papa1 indossasse un abito Armani e papa2 un completo dell’OVS, quale dei due subirebbe di più l’attrito in un mezzo fluido? E quale dei due verrebbe prima riconosciuto a una festa di Briatore?

In ambito quantistico la domanda che più assilla la scienza sul tema è: perché papa1 e papa2, quando sono venuti a contatto, non sono annichiliti? Mentre quella che assilla i fan di Dragon Ball è: papa1 e papa2 possono fare la fusione? E che creatura verrebbe generata? Ratzoglio? Bergzinger? Papapa?

Avere due papi a disposizione significa tra l’altro poter affiancare all’esperimento principale un esperimento di controllo: in sostanza significa fare lo stesso esperimento con le stesse condizioni ma con un apparecchiatura diversa, così da poter evidenziare potenziali errori di sistema (tipo una vite non ben stretta, una spina non inserita nella presa, un computer con Windows Vista). D’altronde, “un papa di controllo non capita tutti i giorni”, come si afferma anche in un dettaglio minore e poco conosciuto del Giudizio universale di Michelangelo. In questo senso sono possibili moltissimi esperimenti di fisica e chimica dei materiali a cui sottoporre i papi, al di là dei classici crash test (che comunque nell’alto Medioevo sono stati già messi in pratica con risultati interessanti). Per esempio, si potrebbe sottoporre entrambi i papi allo stesso tatuaggio (il volto di Gesù) presso tatuatori diversi e confrontare i risultati: è più somigliante quello di papa1 o quello di papa2? Com’è che quello di papa2 sembra Kim Rossi Stuart? Chi dei due ha pagato col bancomat per avere il cashback e chi in contanti? Domande che la scienza attende solo di poter porre.

Un altro ambito che si potrebbe indagare grazie alla compresenza di due papi è quello della psicologia di massa, utilizzando i papi non come soggetti degli esperimenti ma come strumenti. Non sarebbe forse interessantissimo studiare quale sarebbe la reazione dei fedeli in attesa dell’Angelus all’affacciarsi inatteso di papa2 alla famosa finestra? E se papa2, parlando, avesse la voce di papa1? E se invece avesse la voce di Amanda Lear? E non sarebbe un grandissimo progresso per la scienza studiare le reazioni dei cattolici all’annuncio che papa1 e papa2 hanno deciso di convolare a nozze?

La presenza di due papi è una grande opportunità per allargare le nostre conoscenze scientifiche. Bisogna sfruttarla a fondo e in fretta, perché la morte di un papa ci priverebbe di questa rara possibilità, a meno che l’ultimo esperimento non si rivelasse un successo. Perché se si dimostrasse vero che morto un papa se ne fa un altro, da adesso in poi avremo sempre due papi alla volta.²

 

¹ Per quel che riguarda le rinunce non volontarie al soglio pontificio, è inutile mettersi a enumerarle. Si pensi solo che per un lungo periodo ai papi appena eletti venivano fatte firmare le dimissioni in bianco, pratica sempre osteggiata dai sindacati dei lavoratori della Chiesa. E comunque ci sono stati momenti, durante l’alto Medioevo, in cui c’erano in giro più papi che cattolici.

² O più, se si aggiungessero altri papi dimissionari. Esiste anche la possibilità, sebbene statisticamente irrilevante, di un ritorno a zero papi, in caso di morte contemporanea di tutti i papi presenti.

The Empire Strikes Back

Da un po’ di tempo a questa parte ero preoccupato. Va bene che c’erano altri temi all’ordine del giorno, la pandemia per esempio, o i Måneskin e il loro essere rock o meno, ma la prolungata assenza della Chiesa cattolica dalle prime pagine dei giornali e dai primi servizi dei tiggì iniziava a insospettirmi. Al punto che ho persino temuto che il Vaticano avesse seriamente deciso di farsi i cazzi propri, finendola con le solite e continue interferenze nella gestione della cosa pubblica italiana.

Oggi, per fortuna, questo terribile dubbio è stata archiviato. Il Vaticano c’è. Dio invece, chissà (non che la cosa abbia tutta questa importanza, a questo punto). Il Vaticano c’è eccome, e schizza alla ribalta con un suo grande classico riproposto con calore e nostalgia, in un misto di vecchio e nuovo che non può non colpire al cuore. Qualcuno in quelle affrescatissime e sacre sale deve aver visto la reunion di Friends.

E quindi, scoccata l’estate, ecco l’opposizione al ddl Zan, che già di per sé viaggiava zoppo e affaticato verso l’approvazione. La Chiesa mette in campo alcuni temi della tradizione (la famiglia è solo quella padre-madre-tutti i figli che ci scappano non potendo utilizzare il preservativo; ok che Dio è amore infinito, ma le coppie dello stesso sesso se ne approfittano), ma declinati in una forma completamente nuova: la violazione del Concordato.

Il tutto per ora si può sintetizzare con una domanda che in Vaticano devono essersi posti, con un ritardo di un paio di millenni, quando hanno dato un’occhiata al testo del ddl. E la domanda è: e se poi ci prendono per omofobi?

Bentornato Vaticano. Non c’eri mancato per niente.

Quattordici giugno

 

Quando è iniziata la campagna vaccinale, a gennaio, ho pensato “mi vaccino a luglio”. L’ho pensato così, senza alcun motivo razionale, buttando lì una previsione senza uno straccio di dato. Ero proprio convinto. E non ho mai cambiato idea. Non solo lo pensavo, ma lo dicevo anche: “mi vaccino a luglio”. Indietro mi tornavano quei sorrisi compassionevoli fatti con la testa leggermente piegata che di solito si elargiscono alle persone che sono vittime di un qualche danno cerebrale. Ma io, dritto per la mia strada.

Le settimane passavano, la campagna vaccinale zoppicava, si vaccinavano i sanitari, a un ritmo discutibile, ma io niente da fare, non cedevo. Mi vaccino a luglio. Tutti calcolavano quanto ci sarebbe voluto. C’era pure un contatore, mi pare su Repubblica, a deprimere tutti. “A questo ritmo verrai vaccinato nel 3007”. A questo ritmo, certo, pensavo io, ma il ritmo aumenterà. “A luglio mi vaccino”.

Andrà a finire nel 2022. È già tanto se finiamo entro l’anno. Dicono che finiranno in autunno, ma figurati. Scomparirà prima il virus. Ma dove vogliamo andare con ventimila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con cinquantamila dosi al giorno? Ma dove vogliamo andare con centomila dosi al giorno? Vedevo questi cori e pensavo, “mi vaccino a luglio”.

Ieri mi è arrivato un sms che dice che mi faranno la prima dose il quattordici giugno. Mi vaccino a giugno. La seconda dose dipende poi da quale vaccino mi faranno, potrebbe essere anche a luglio, però quando dicevo “mi vaccino a luglio” pensavo alla prima dose, quindi niente da fare, ho sbagliato la previsione. Mesi passati a pensare e dire “mi vaccino a luglio”, e poi mi vaccino a giugno.

Sarei davvero molto infastidito, se non fossi contento come una pasqua.

Una volta qui era tutta campagna di crowdfunding

Vado dritto al punto: sto per chiedervi dei soldi. Non voglio fare come quegli ambulanti che prima ti mettono il braccialetto brutto al polso dicendo che è un regalo e poi ti chiedono i soldi, che però, attenzione, non rappresentano il costo del braccialetto brutto, che resta un regalo, perché quei soldi che date all’ambulante esulano dallo scambio commerciale, che anzi non è neanche avvenuto, trattandosi, il braccialetto brutto, di un dono, e chiedere soldi per un dono è sacrilegio in tutte le culture a parte il turbocapitalismo, ma al tempo stesso il dono ha creato fratellanza, e quando c’è la fratellanza i soldi ti tocca sborsarli.

E non voglio fare nemmeno come quelli che ti fermano in strada ma non hanno alcuna intenzione di chiederti dei soldi per la loro associazione o organizzazione, associazione o organizzazione che ovviamente fa del bene (il mio sogno è d’incrociare il banchetto della Spectre), vogliono solo fare due chiacchiere, due chiacchiere piuttosto fuori dall’ordinario perché a un certo punto comprendono la richiesta dei propri dati anagrafici, una firma e l’esborso della quota d’iscrizione. Poi per la donazione fissa annuale si può decidere con calma.

Io invece parlo chiaro. Questo post è per chiedervi dei soldi. E più precisamente per chiedervi di partecipare alla campagna di crowdfunding (una colletta, praticamente, ma detto più fico) di Radio Sverso, la webradio con cui ho il piacere di collaborare fin dalla nascita (della radio, non mia) e che ospita quella strana creatura audio che è Scusa se ti mando un vocale (e ha ospitato anche L’analfabeta funzionante). Oltre a dare una casa ai miei strani oggetti radiofonici, Radio Sverso trasmette quotidianamente programmi in cui si parla di musica, sport, viaggi, videogiochi, film e serie, politica, cultura, società e stambecchi (ok, gli stambecchi me li sono inventati, il resto è tutto vero). E quando in onda non ci sono programmi, c’è una rotazione musicale che non trovate da nessun’altra parte, piena di musica indie e roghenroa.

Taglio corto e vado al sodo. La campagna di crowdfunding è sul sito di Produzioni dal basso -> CLICCA QUI (era da una vita che volevo scriverlo). Andate, leggete e donate. Se sarete generosi, otterrete anche un bel dono. Se non lo sarete, lo spirito del braccialetto brutto vi perseguiterà ogni notte nei vostri più lussuosi sogni turbocapitalistici.

 

 

 

 

Le 10 frasi che un autore comico non dovrebbe mai scrivere in una mail da inviare a un’agenzia per cui vorrebbe lavorare

10. O come dite voi a Milano, comicity.

9. Di recente ho ideato e scritto la campagna “Quando ridi sei più bella”, per portare la comicità anche nel mondo femminile.

8. Ho deciso di lasciare la mia vecchia agenzia perché hanno cambiato indirizzo, telefono e nome senza avvertirmi. Molto poco professionali.

7. Davvero prendete il 10%? Mi pare tanto.

6. Mi ritwitta spesso Paolo Guzzanti.

5. Allego una lettera di referenze di alcuni miei ex compagni di liceo che facevo ridere a crepapelle.

4. Ho mandato del materiale a Louis C.K. ma poi è successo quello che è successo.

3. Nella famosa gag dell’uomo che scivola, la banana è un’idea mia. Prima mettevano un kiwi.

2. Ho trovato il vostro indirizzo nel bagno dello Zelig.

1. Attualmente scrivo per un mimo.

A Repubblica picchiano i gattini

Quello che mi piace di Repubblica è che nel momento esatto in cui ti convinci che non possa peggiorare, ti coglie di sorpresa e peggiora. E, com’è scritto in tutti i manuali di scrittura comica, la sorpresa è metà del lavoro (l’altra metà va al fisco). Quindi anche oggi, trovandomi davanti la prima pagina di Repubblica, sono stato assalito dal solito dubbio: non sarà mica un giornale satirico? Non sarà mica una specie di Vernacoliere che ce l’ha un po’ meno coi pisani? O una specie di Giornale che ce l’ha un po’ meno cogli immigrati?

Non che io pretenda che il secondo quotidiano nazionale per diffusione abbia in prima pagina titoli equilibrati e basati sui fatti, figuriamoci. Anche perché, se la linea editoriale della versione online è il clickbaiting, è sacrosanto mantenere la coerenza e uscire anche sul cartaceo coi titoli acchiappa clic. Nessuno se ne lamenterà, nemmeno quelli che cliccano col dito sulla carta aspettandosi che le pagine del giornale scorrano fino alla pubblicità, e dopo 15 secondi fino all’articolo.

Però non si può pretendere nemmeno che io prenda sul serio un giornale che apre con un titolo che sembra quello di un film di Roland Emmerich, perché sembra di sentire la voce dei trailer che con tono grave dice “dal regista di Godzilla, Independence Day e 2012, [suono di Inception] ‘AstraZeneca, paura in Europa’. A marzo sui vostri tablet”. E poi immagino scene con fialette che si rompono a rallentatore, pipistrelli giganti che inseguono persone nella cucina di un ristorante, zombie, generali dell’esercito che dicono “è la nostra ultima speranza” e infine il grido di una creatura enorme e sconosciuta che emerge da fotogrammi così scuri che non capisci se inquadrano una grotta buia o è ora di buttare il Chromecast.

Il problema è che mentre io mi rendo conto che si tratta di giornalismo sciatto e sensazionalismo da quattro soldi, molte persone leggono la prima pagina del secondo quotidiano nazionale per diffusione e, se avevano qualche dubbio sul vaccinarsi, decidono di non vaccinarsi, se non avevano dubbi se li fanno venire e se non volevano vaccinarsi hanno una nuova arma per dire ad altri di non farlo.

E non importa se sotto a quel titolo c’è un articolo che dice altro. Il danno è fatto. Qualcuno penserà che a Repubblica picchiano i gattini.

Merce di scarto cecoslovacca

In un libro di Thomas Bernhard che s’intitola Camminare, c’è un personaggio di nome Oehler che racconta al narratore, mentre i due camminano, di come Kerrer, un uomo con cui sia Oehler che il narratore erano soliti camminare, ma in giorni diversi, sia impazzito, e di come la sua pazzia sia esplosa definitivamente nel negozio di abbigliamento di Rustenschacher, in un crescendo tragicomico che sembra uscito da una commedia slapstick, con Kerrer che si fa mostrare in controluce un paio di pantaloni dopo l’altro, sbattendo con forza il suo bastone sul bancone e osservando che in ogni paio ci sono punti radi, e criticando quindi aspramente e sempre più violentemente i tessuti utilizzati per confezionarli, replicando ogni volta alle parole gentili del commesso, che gli fa osservare che si tratta di “tessuto inglese di primissima qualità”, dicendo che si tratta invece di “merce di scarto cecoslovacca”, e ogni volta che il commesso prova a convincerlo della qualità dei pantaloni e a farlo ragionare, Kerrer glieli fa mettere controluce e ripete che altro che tessuto di qualità, quella è “merce di scarto cecoslovacca”, e Kerrer mi ha convinto così tanto, col suo discorso sulla qualità, che ho deciso che anch’io, adesso, quando qualcuno mi dice che qualcosa è di grande qualità, ma secondo me non lo è per niente, gli dico che quella roba lì altro che qualità, quella lì è merce di scarto cecoslovacca, perché pure a me, cercare di vendermi qualcosa come fosse di qualità, ma che di qualità non è, è una roba che mi manda al manicomio, e Kerrer infatti c’è finito, al manicomio.

[Thomas Bernhard, Camminare, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi 2018]

Deconstructing Dibba

Basta stelle, hai detto. A un certo punto disse così anche Lele Mora. (per rimanere sullo stesso calibro). È sempre un giorno triste quando uno di destra non riesce a fare coming out. Lo vedi arrampicarsi su quei né di destra né di sinistra, hai paura che cada. Ma tu, D., eri arrivato in cima senza ossigeno, e infatti i danni cerebrali a bizzeffe. Non mi chiedo cosa farai, adesso, D., mi chiedo cosa hai fatto prima. Cosa cazzo hai mai fatto. Eppure no, smentito dai fatti. Dal CV. Politico, giornalista, falegname, scrittore. Contieni moltitudini. Chissà il commercialista che impazzimento, con le aliquote e tutto il resto. Figlio di un grillo e padre di umani, un salto di specie che potevi fare il botto, se non ci fosse stato quello dal pipistrello, l’anno scorso. Ti ha deluso eh, l’altro D. L’amico dei giorni più lieti. Certe zingarate, insieme. A Bruxelles in macchina (madonna le risate). A fanculo di corsa. A Roma in giacca e cravatta. Un hard disk pieno di foto tue. E un hard disk pieno di foto tue con anche altre persone, i fan. L’Iran. I fan in Iran. Lì ancora ti ricordano. Gli anziani dei villaggi, riuniti la sera attorno a un fuoco (ce lo raccontavi così l’Iran, come in un libro di esplorazioni del primo Ottocento), in silenzio, finché uno non tira su il capo dalla pipa di betulla e chiede “Ve lo ricordate quel cojone?”. Dibba cuore d’acciaio Dibba. Un Veltroni che non ce l’ha fatta, se Veltroni fosse stato dell’Msi. E lobotomizzato. Ti si nota di più se non vieni o se hai un seggio in Parlamento? La seconda, ma tu no, la poltrona in Parlamento no, me le faccio da solo in garage, vedessi che lavorazione, da questa non mi scollo più. La stessa tigna, nelle politica e nello scartavetrare. Cosa faranno senza di te, D? Quattro stelle e mezza? “Ne avrei messe cinque ma il cameriere mai un sorriso”. Cosa lasci al Movimento? Il moto circolare? L’attrito? Piangerei, Dibba, se me ne fregasse qualcosa. Lo faresti anche tu, per l’occasione, lacrime di coccogrillo. [qui viene giù un fondale e due faretti]. E il Movimento, cosa ti lascia? Te lo affidano Travaglio o bisogna fare le battaglie in tribunale? Tocca telefonare di corsa a Bonafede finché ha le password? Ne hai viste cose, D., che noi umani non potremmo immaginarci. Meet-up in fiamme al largo dei baretti di Orione. I fasci B balenare a Porta a porta. E tutti quei momenti andranno perduti, come punti esclamativi nei post. È tempo di svanire.

Ma non vi pare incredibile

Ma non vi pare incredibile che per le cose che in anni e anni ho scritto qui sul blog, e per tutte le migliaia di battute sui social, e per le cose che scrivo e poi dico nei podcast, e per un sacco di racconti e raccontini sparsi in giro per l’internet, non vi pare incredibile – dicevo – che non vi abbia mai chiesto dei soldi?

Siete proprio fortunati, secondo me.