Ma non vi pare incredibile

Ma non vi pare incredibile che per le cose che in anni e anni ho scritto qui sul blog, e per tutte le migliaia di battute sui social, e per le cose che scrivo e poi dico nei podcast, e per un sacco di racconti e raccontini sparsi in giro per l’internet, non vi pare incredibile – dicevo – che non vi abbia mai chiesto dei soldi?

Siete proprio fortunati, secondo me.

 

 

Domani

Oggi alle 18 ora italiana giurerà a Washington il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr., per tutti “Nonno Joe”.

Ci sono tante persone che aspettavano questo giorno da quattro anni, ma il mio pensiero va a tutti i battutisti e vignettisti americani che domattina si sveglieranno coi postumi di una sbornia da endorfine e ancora un largo sorriso in faccia che sparirà all’istante quando, riacquistato quel minimo di lucidità, penseranno: e adesso?

La letterina che non mi ha scritto il Presidente del Consiglio

(non ricevo e volentieri pubblico)

Caro Cristiano,

lo so, non mi hai scritto alcuna lettera. Forse non l’hai fatto per ritrosia, forse perché non sai bene come raggiungermi, se tramite la mia pagina Facebook, tramite quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso i siti istituzionali, con Twitter, TikTok o Tinder (ma lì non mi chiamo Giuseppe Conte Presidente del Consiglio dei Ministri, sono GiuseppeContePCM). Nonostante ciò, ho deciso di risponderti.

Ti scrivo per farti sentire la mia vicinanza in questi momenti di grave difficoltà, tua come anche di tutto il Paese, e soprattutto perché Casalino insiste fino allo sfinimento che sembro un vuoto burocrate capitato lì per chissà quale accidente della storia che si ritrova a fare scelte importantissime per l’Italia senza nemmeno l’ombra di un’anima politica (ma sa anche essere duro, quando ce n’è bisogno) e che se ogni tanto mostro dell’umanità, pure artificiale e architettata, male non può fare. E quindi ecco questa mia.
(rileggendo mi accorgo di quel “mostro dell’umanità”: mi pare una bellissima definizione di ciò che potrei essere)

Sono tempi duri, caro Cristiano, e immagino che pure tu non te la stia passando bene. Le incognite per il futuro sono tante. Il lavoro (pure tu però, non potevi trovartene uno vero? Scrivere cose per far ridere? Di questi tempi poi? Ma anche in altri tempi, insomma… ), la vita sociale (davvero ne facevi?), la salute, gli affetti: questa pandemia ha messo in discussione tutto.

Prendiamo me, non per egocentrismo ma perché sono la persona che mi conosce meglio: sono finito a Palazzo Chigi quasi per caso e adesso mi ritrovo a gestire la più difficile crisi nazionale dai tempi della guerra. Non sono forse la cosa più vicina al protagonista di uno di quei film, spesso americani, in cui un emerito sconosciuto finisce per salvare il mondo? È questo, il mio viaggio dell’eroe? Se dai un’occhiata ai diagrammi derivati dal Vogler non puoi avere dubbi: sono proprio io. Ogni ondata della pandemia è una soglia? La prova suprema (una mozione di sfiducia?) è ancora da compiere o l’ho già superata? L’elisir è forse il vaccino? Domanda difficili, almeno finché il viaggio è in corso.

Ma una domanda necessita una risposta, caro Cristiano: in questo viaggio dell’eroe che mi vede protagonista, tu che ruolo vuoi avere? Vuoi essere l’antagonista, probabilmente vestendo gli abiti di un leader negazionista che mi ostacola diffondendo fake news e aizzando le folle al non rispetto delle norme anti Covid? O vuoi essere un guardiano della soglia, duro ma benevolo, che intende mettere alla prova i cavilli di ogni DPCM per assicurarsi che davvero posso diventare il campione di questa terra martoriata? Oppure vuoi essere la spalla divertente, un po’ giullare un po’ amicone, goffo ma dal cuore d’oro, che spezza la tensione nei momenti difficili e trova persino la soluzione geniale quando nessuno se l’aspetta?

A questa domanda, caro Cristiano, devi rispondere tu. Fai in fretta, perché lo storytelling attende. E con esso l’Italia.

Un caro saluto dal tuo campione, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana,

G.

ps. il ruolo di mentore se l’è già preso Casalino, non potevo dirgli di no.

 

 

 

 

Un vocale di dieci minuti

Di solito quando qualcuno fa un programma in radio, sul proprio blog lo annuncia prima. Al limite durante. Io, per una precisa scelta editoriale (leggi: pigrizia e dimenticanza), lo faccio dopo, nel senso dopo che il programma è finito. Almeno per questa prima stagione.

Il programma in questione s’intitola Scusa se ti mando un vocale ed è andato in onda dal 30 gennaio ogni giovedì sera alle 21.15 su Radio Sverso, l’unica web radio italiana nata e attualmente residente all’interno di una birreria (con ovvie conseguenze sulla dizione dei suoi speaker). La stessa Radio Sverso che qualche anno prima, al suo esordio sulle frequenze dell’internet, aveva ospitato la mia prima, strana e verbosissima creatura radiofonica: L’analfabeta funzionante.

Anche Scusa se ti mando un vocale, in quanto a stranezza e verbosità, fa la sua parte. Mentre infatti L’analfabeta funzionante aveva al suo interno anche della musica, oltre ad alcuni elementi tipici di un programma radiofonico (jingle, saluti, rubriche, qualche ospite ecc), Scusa se ti mando un vocale è –  come dire – un vocale. Un vero e proprio e lungo (si arriva anche a 11 minuti) vocale. Come quelli che vi mandano (se siete le vittime) i vostri contatti o che mandate (se siete i carnefici) ai vostri contatti su WhatsApp. Niente musica, a parte la sigla di apertura (di Riccardo Trecciola), niente jingle, rubriche, ospiti ecc. Solo io che faccio una specie di monologo più o meno sull’attualità (che è diventato poco dopo un monologo sul Covid, visto che il programma è partito il 30 gennaio, e dopo è successo quello che è successo).

Com’è che hai ideato, scritto, diretto e condotto un programma radiofonico che più che un programma radiofonico sembra una rubrica fastidiosa? mi chiederanno i numerosi interessati. Semplice – risponderei io -, perché SSTMUV (sigla non musicale di Scusa se ti mando un vocale) nella mia testa sarebbe dovuta essere una rubrica fastidiosa da inserire in qualche altro programma di Radio Sverso. L’idea di farne un programma pericolosamente a sé è stata di Andrea “Benty” Bentivoglio, direttore artistico di Radio Sverso, il quale deve aver temuto che potessi chiedergli di inserire la mia stramba rubrica all’interno del suo Diskobox, programma musicale che è un po’ il faro di tutta la indiesfera italiana e che è ormai giunto alla quarta stagione.

Così, quella che doveva essere una rubrica scema fatta in casa con pochi mezzi e da inserire da qualche parte (anche contro la volontà altrui) è diventata un micro-programma poco radiofonico in finta diretta (perché farmi 500 chilometri per una diretta di dieci minuti, ho calcolato, non è convenientissimo). O, come si dice adesso, un podcast.

Perciò, se non avete mai ascoltato Scusa se ti mando un vocale, e nonostante quello che ho scritto avete ancora la curiosità di capire cos’è, trovate tutte le puntate, oltre che su Radio Sverso, anche su Spotify e su iTunes. Forse anche altrove.

Però non sentitevi obbligati.

Quarantadue

Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus SARS-CoV-2, che tutti chiamano simpaticamente Corona virus (specifico il tutto giusto per coloro che si fossero svegliati dal coma poche ore fa, in una terapia intensiva insolitamente affollata).

Visto che questo blog da un po’ di tempo a questa parte scarseggia di nuovi contenuti, mi sono detto (perché tanto ormai tutti parliamo da soli, giusto?) Perché non rianimarlo – toh, guarda, del gergo medico sanitario! – proprio nel giorno di confinamento 42, numero topico (nel senso del topos ma anche dei topi, lo sa bene chi l’ha letto) di quel libro di Douglas Adams che porta quel magnifico titolo che è Guida galattica per gli autostoppisti? E dopo essermi posto una domanda così ricca di incisi e di parentesi, mi sono risposto con un’altra domanda, sebbene retorica, ovvero: Perché no?

Dopo averlo riportato in vita, l’obiettivo sarebbe anche quello di offrire a questo blog un’esistenza dignitosa. Quindi la prima cosa da fare è tenerlo lontano da certe RSA divenute piuttosto famose. La seconda è pubblicarci con una certa frequenza contenuti di varia natura e argomento, non necessariamente sanitario-escatologici.

Il contenuto di oggi, visto che si parlava di Douglas Adams, è il seguente. Tra le tante belle idee scaturite dalla mente di Douglas Adams c’è anche l’azzeccatissimo titolo di un disco dei Pink Floyd del 1994, The Division Bell. Lo scrittore “donò” il titolo a David Gilmour, di cui era amico, durante una serata di beneficenza, in cambio di una donazione di 5 mila sterline a un’associazione benefica che si occupava di ambiente. Da grande fan sia dei Pink Floyd sia di Douglas Adams, quando qualche anno fa ho scoperto questa cosa ho pensato che l’universo è fatto anche un po’ come un puzzle, e ogni tanto capita persino che due tessere s’incastrino a dovere.

Adesso basta

Adesso ti giuro, per quant’è vero Iddio, mi alzo da qui vado di là faccio un casino. E beh, per forza, non se ne può più. Non si può mica andare avanti così. Vado di là e gliene dico quattro. Quattro poi: gliele dico tutte. Tutte una per una. Perché non se ne può più. Non se ne può, davvero, più.

Adesso, te lo giuro sulla buon’anima di mia madre, su mio padre, sul busto di Lenin, mi tiro su corro in cucina apro la porta come se dovesse venir giù tutto il muro, apro la porta così forte che vedi se non vola via la pendola da muro con quei suoi stramaledetti rintocchi ogni quindici minuti, quella pendola della malora che ci ha regalato lo zio Alvaro, che poi voleva regalarci il robot da cucina, lo zio Alvaro, per il matrimonio, invece poi se n’è uscito con la pendola, chissà come gli è venuto in mente di regalarci una pendola da muro, dico io, chissà chi gliel’ha messa in testa, che non è nemmeno facile da trovare, una pendola da muro, dove la vai a cercare? in che negozio si va, di arredamenti? di casalinghi? dall’orologiaio? non lo so mica. Eh, ma lo so io chi gliel’ha messa in testa, la pendola. Certo che lo so. Ora basta però. È ora di finirla, una volta per tutte. Ma sul serio, ti dico.

Questo è un estratto di “Adesso basta”, una specie di monologo che ho scritto un po’ di tempo fa e che è stato pubblicato nell’Almanacco 2019 della Quodlibet, a cura di Ermanno Cavazzoni.

Oltre al mio, nell’Almanacco ci sono gli scritti di Paolo Albani, Patrizia Barchi, Daniele Benati, Nicola Bonazzi, Paolo Colagrande, Elena Contenta Patacchini, Ugo Cornia, Alessandro Della Santunione, Ivan Fantini, Michele Farina, Enrico Ferratini, Luigi Godino, Andrea Lucatelli, Giovanni Maccari, Gianfranco Mammi, Francesco Marsibilio, Michele Mellara, Luca Mirabile, Paolo Morelli, Jacopo Narros, Mauro Orletti, Paolo Pergola, Alberto Piancastelli, Sara Ricci, Davide Ruffini, Irene Russo, Marino Santinelli, Vincenzo Scalfari, Aldo Testa, Stefano Tonietto, Paolo Vistoli.

Poi il 31 maggio, a Reggio Emilia, alle 21, ai chiostri di San Pietro, se ne legge qualche pagina dal vivo.

Deregolamentazione

C’è stato un periodo, secondo me, in cui conoscevo le regole dell’italiano, e scrivevo cercando di rispettarle. È da un po’, invece, che è come se me le stessi scordando, è come se le stessi mettendo da parte. O meglio, uso quelle che mi servono, come fa qualunque artigiano coi suoi strumenti. Se non sono utili allo scopo, le lascio lì sul tavolo. Qualcuno potrebbe pensare “facile così eh”, e invece no, è più complicato. Ma è anche molto, molto più divertente. Sono diventato un somaro, direbbero a scuola. Un somaro che ride.