Devolution

 

Non capita spesso di vivere momenti fondamentali del progresso scientifico e tecnologico. E non mi riferisco solo alla funzione “vedi meno post di Tizio” di Facebook, che comunque è un bel passo avanti.

Sonde su pianeti lontani, cellule staminali, cocomeri tascabili. Solo nell’ultima manciata di anni abbiamo visto schiudersi scenari che poco prima nemmeno immaginavamo lontanamente.

In un mondo in cui spesso, dal punto di vista sociale, economico e politico, sembra di essere finiti nelle sabbie mobili, la scienza ci garantisce quel costante e misurato progredire, come nel traffico autostradale dei primi di agosto, perché abbiamo scelto la partenza intelligente, come tutti gli altri.

Poi però ci sono gli eventi eccezionali. Quelli che, al di là del lavoro di ricerca e di accumulo di conoscenze, la natura ci mostra da sé, improvvisi nella loro magnificenza, statisticamente quasi impossibili da osservare nell’arco di una vita umana, come un parcheggio libero sotto casa, a Roma.

A tutti noi questa botta di culo probabilistica è capitata giusto ieri, quando abbiamo avuto la sfacciata fortuna di assistere a un evento biologico unico.

L’evoluzione, lo sappiamo bene, agisce con la lentezza di un Windows 8 con 2 giga di ram. Ed è estremamente raro riuscire a notare un furtivo movimento che ci indichi la direzione che sta prendendo.

Ieri, però, è successo. Con Salvini in riva al mare.

Così come centinaia di milioni di anni fa certe forme di vita marine raggiunsero le spiagge, e con la loro struttura fisiologica a metà strada fra un pesce, una rana e Piero Fassino si arrischiarono a terra, tagliando un traguardo evolutivo di fondamentale importanza, allo stesso modo ieri, Matteo Salvini, provenendo dalla terra e spinto dall’imperativo biologico, si è arrischiato sul bagnasciuga, con cauta lentezza, e poi in mare, indicandoci la strada che stiamo per intraprendere.

Lui, con quei pochi passi, tenendo un libro in mano a mo’ di coccige intellettuale, ormai inutile reperto di un tentativo finito in un vicolo cieco, lui, portabandiera delle istanze devolutive, ci ha mostrato quello che già tutti noi avevamo intuito nell’intimo ma non avevamo il coraggio di ammettere: non è ancora il caso.

Ora che la strada è spianata, non ci resta che seguirlo tra i flutti. Torneremo a una minore complessità, a un minore impegno, a una vita che non richieda tutte quelle circonvoluzioni cerebrali e un manuale da leggere per ogni cosa. La civiltà può attendere.

Tuffiamoci. Tuffiamoci tutti.

E speriamo che al prossimo giro vada meglio.

Terra in vista!

È incredibile, negli ultimi tempi provengono più notizie eclatanti dall’astronomia che dal calcio mercato.
E ricordiamo ancora con una certa emozione quel momento in cui questi due grandi settori della ricerca umana si sono sfiorati, qualche anno fa, quando l’Inter si disse interessata a Neil Armstrong, “perché ha un bel piede”.

Questa volta la grande notizia – che, si sa, più è grande, più ha modo di essere comodamente deformata dalle testate giornalistiche – proviene dalla missione Kepler della NASA, iniziata nel maggio del 2009, più o meno negli stessi giorni in cui qui da noi Michela Brambilla veniva nominata Ministro del turismo. Per dire le coincidenze.

Kepler, per essere più esatti, è un telescopio spaziale. Secondo la NASA è:

specificatamente progettato per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire dozzine di pianeti simili alla Terra vicino o nella zona abitabile e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti.

Ma gira voce che faccia anche degli splendidi cappuccini.

La missione di Kepler quindi è chiara: trovare luoghi simili alla Terra ma non ancora coperti dalle Lonely Planet.

Giusto ieri la NASA, dopo un annuncio così ben equilibrato da far pensare che avessero trovato Jimmy Hoffa vivo e vegeto su Venere, ha comunicato le ultime scoperte effettuate da Kepler.

(per chi non lo sapesse, Kepler funziona in modo da fare già una certa scrematura dei dati da trasmettere alla Terra; in pratica sceglie cosa è importante e cosa no, tutto da solo. Magari fotografa uno Star Destroyer di classe Imperial II, però non c’entra niente con la sua missione e butta la foto)

A quanto pare il telescopio spaziale dedicato a Johannes Kepler, detto JK, che nel 600 disse ai pianeti come dovevano girare attorno al Sole, ha scoperto un pianeta simile alla Terra. Non proprio gemelli, quindi, ma comunque molto più somiglianti di quanto non lo fossero Brandon e Brenda di Beverly Hills.

Questo esopianeta infatti, battezzato con rito agnostico Kepler 452b (452 è il prefisso per chi chiama da fuori pianeta; 00452 per chi chiama da fuori sistema), possiede delle caratteristiche che lo rendono il corpo celeste più somigliante alla Terra fra tutti quelli che sono stati osservati senza indossare degli occhiali da sole.

Innanzitutto Kepler 452b, che qualcuno già chiama affrettatamente Terra 2 (pare anche che abbia attirato l’interesse di un imprenditore edile di Milano), orbita attorno a una stella simile al nostro Sole, solo un po’ più grande e un po’ più vecchia, a una distanza tale da posizionarlo nella cosiddetta “zona abitabile”, ovvero quella in cui il ghiaccio del mojito impiega più tempo a sciogliersi di quanto si impieghi a finire il cocktail.

Ha poi un periodo orbitale di 385 giorni, 20 in più rispetto alla Terra, e sono tutte domeniche; è roccioso, quindi è possibile praticarvi la scultura; ha dimensioni maggiori rispetto al nostro pianeta, ma questo non dovrebbe avere conseguenze negative, perché i limiti di velocità sono più alti.

Un cugino lontano, è così che molti qui hanno definito Kepler 452b. Un cugino scemo, è così che molti lì hanno definito la Terra.

Per ora quello che sappiamo si ferma qui. C’è ancora molto da scoprire per capire se è davvero una specie di Terra e se è adatto a ospitare la vita. Questo non ha comunque impedito a diverse testate di scrivere sobriamente “NON SIAMO SOLI” in prima pagina.

Potrebbe venir fuori che è un posto con temperature altissime e senza aria condizionata, oppure senz’acqua corrente, il che lo renderebbe meno inospitale di certi villaggi vacanze. Oppure potrebbe possedere un’atmosfera irrespirabile, come negli autobus in questi giorni di afa. O ancora potrebbe essere solo all’inizio della moda hipster.

E se anche Kepler 452b avesse tutte le caratteristiche giuste per essere abitabile da una specie evoluta come la nostra, non è detto che abbia la sfiga di essere abitato da gente come noi.

Pluto!

La sonda New Horizons ha finalmente raggiunto Plutone. Era partita nel 2006, ma poi che fai, non ti fermi un attimo all’autogrill?

Raggiunto il pianeta più remoto e sconosciuto del sistema solare, mai esplorato prima, il primo obiettivo della New Horizons è stato quello di stabilire se effettivamente si trova all’interno dei confini della provincia d’Isernia, come più volte ipotizzato.

La scoperta di Plutone avvenne nel 1930 ad opera di Clyde Tombaugh. Nato e cresciuto in una famiglia contadina, il giovane Clyde iniziò presto a fabbricarsi dei telescopi per osservare i corpi delle figlie dei contadini vicini di casa. La fattoria più vicina infatti era a 3 miglia di distanza. Solo più tardi, sovrappensiero, puntò lo strumento verso il cielo, per osservare i corpi celesti. I quali risultarono molto più aggraziati.

L’esistenza di Plutone era stata già ipotizzata anni prima da diversi ipotizzatori, tra i quali anche lo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft, il quale era convinto che il misterioso pianeta fosse abitato da orribili creature fungiformi e maleodoranti dalle abitudini disgustose. Lui le chiamava “democratici”.

L’esistenza di un altro pianeta oltre quelli già conosciuti era stata ipotizzata in seguito all’osservazione di certe anomalie nei movimenti di Urano e Nettuno: uno zoppicava e l’altro dietro a imparare. O c’era un altro corpo celeste a perturbare le loro orbite oppure c’era di mezzo Dottor House.

Invece di trovare questo famoso pianeta X, che con un nome del genere si sarebbe dovuto notare anche a occhio nudo, fu scoperto Plutone, che era lì di passaggio e restò impressionato in certe lastre fotografiche, nel photobombing più celebre della storia della scienza.

Fino a pochi anni fa Plutone era un pianeta a tutti gli effetti. Poi, nel gennaio del 2006, è stato ridefinito pianeta nano, per rispettare i criteri dell’Unione astronomica internazionale. Nel 2009 invece, per rispettare le norme del politically correct, è stato rinominato pianeta diversamente alto. Lui, comunque, preferisce Signor Plutone. (Plutone è il cognome)

Plutone è il rappresentante della classe dei cosiddetti pianeti nani transnettuniani, ufficialmente detti plutoidi, ma generalmente chiamati sfigati.

Transnettuniano non c’entra niente con quella roba del gender. Quindi gentilmente non iniziate a scendere in piazza (pro o contro che sia).

Per circa 70 anni a nessuno è venuto in mente d’inviare una sonda su un pezzo di roccia gelato ai confini del sistema solare. Poi qualcuno deve aver pensato che era ora di arrivare là dove nessuna macchina era mai giunta prima ed è nata la missione New Horizons, che significa Nuovi orizzonti, e pare un po’ il nome di un partito fondato da Civati.

La sonda New Horizons non è atterrata su Plutone, che – lo ricordiamo – è tutta ZTL, e non si è nemmeno messa a orbitargli attorno, per evitare il rischio di una denuncia per stalking. Gli è semplicemente passata molto molto vicino, per scattare centinaia di foto ad altissima risoluzione, e per fare l’inchino.

La New Horizons, che ha le dimensioni di un pianoforte, la forma di un pianoforte, il suono di un pianoforte, e molto probabilmente è un pianoforte, è stata costruita appositamente piccola, agile, leggera, facile da manovrare. Nonostante ciò costa un mucchio di soldi. In pratica è la nuova 500.

La sonda è rimasta silenziosa per diverse ore. La tensione in sala controllo era palpabile. Poi, a un certo punto, sugli schermi è comparso un messaggio proveniente dai confini del sistema solare: “No, non sono incinta, il test è negativo”.

Una delle prime informazioni trasmesse dalla sonda è stato il diametro del pianeta, che è un po’ più grande di quanto in precedenza calcolato. Quindi sì, ci si può costruire quel famoso centro commerciale di periferia di cui c’è tanto bisogno.

Altre informazioni trasmesse da New Horizons a proposito di Plutone: temperatura, riflettività, colore di moda, presenza di bevande a base di vodka, periodo di rotazione, periodo di ovulazione, albedo, potrinio, cosmilazione nel violetto, decrazione, appartenenza all’NCD, versione di Android.

Sorvolato Plutone, la sonda continuerà la sua missione diretta verso qualche oggetto della fascia di Kuiper, dove il regolamento sul poker non pone limiti ai rilanci.

Dopodiché la New Horizons continuerà il suo viaggio attraverso l’eliosfera esterna, l’eliosheath, l’eliopausa e un sacco di altri elioqualcosa, e infine, alla prima uscita senza coda, lascerà il sistema solare per addentrarsi nello spazio interstellare, portandosi dietro le ceneri di quel contadino dell’Illinois che diede inizio a questa incredibile avventura.

Così lontano, così vicino

È una questione di distanza.

Da una parte c’è New Horizons. Una sonda che dopo aver viaggiato per 9 anni raggiunge il suo obiettivo principale, a quasi 5 miliardi di kilometri di distanza da noi, il pianeta Plutone, il più lontano di tutti, per analizzarlo, misurarlo e fotografarlo, e permetterci così di completare l’album dei pianeti del sistema solare da mostrare agli amici extraterrestri, quando capiteranno da queste parti a cena.
Un’impresa scientifica e tecnica che non può che sbalordire: l’equivalente a golf dell’andare in buca con un colpo solo in una par 45 con la pallina che rimbalza da un tronco d’albero all’altro per poi passare attraverso una tempesta di sabbia e un motoraduno in provincia di Belluno, postando nel frattempo su Instagram le foto del percorso.

Dall’altra parte c’è l’Europa. Un continente che è qui, ce l’abbiamo sotto i piedi, non va da nessuna parte, esclusa la deriva dei continenti naturalmente, e che vorrebbe essere un’Europa dei popoli, una comunità, un’unione non solo nel nome, ma che in questa direzione, soprattutto negli ultimi tempi, non sembra proprio riuscire ad andarci.
Un’impresa umana il cui equivalente sta diventando una coda a uno sportello dove si distribuisce la paghetta ma solo se hai fatto il bravo. In cui chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori, ma se fuori ci sono le merci ok, loro possono entrare, invece se fuori ci sono le persone che restino lì, perché le frontiere aperte sono quelle interne, e anche quelle, se c’è bisogno, è un attimo chiuderle.

È certamente una questione di distanza. Non c’è altra spiegazione.

Effetto Matrix

Ci provo davvero, anzi mi ci sforzo, a vivere comprendendo le situazioni, le logiche, le dinamiche. Ad avere le cose non dico sotto controllo ma almeno presenti. A capire cosa sta succedendo non solo in superficie, ma anche appena sotto, al di là della soglia del non sentito, non visto, non detto. A tastare quel piccolo pezzo di trama della realtà che mi circonda, giusto quella a due passi, nemmeno tanta. A buttare lo sguardo sulla complessità delle cose almeno un attimo, per capire, così, a grandi linee, che forma hanno.

Invece ho sempre, ovunque, in ogni occasione, la sensazione che qualcosa di gigantesco, che si fa fatica a non percepirlo da quant’è enorme, mi stia sfuggendo.

Perciò spero sia vera quella cosa di Matrix.

Altrimenti vuol dire che sono proprio rincoglionito.

Cose di poco conto da fare con un secondo in più

Di solito è il lunedì che non sembra finire mai. Invece il giorno più lungo di tutti è oggi: durerà infatti le normali 24 ore di sempre più 1 secondo. Prima di correre dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga è meglio sapere che quel secondo in più, detto secondo intercalare, verrà aggiunto all’ultimo minuto – non nel senso di fretta, nel senso delle 23:59 – che così durerà 61 secondi. Se fate il tecnico di orologi atomici o il metronotte, correte pure dal vostro capo per farvelo aggiungere in busta paga.

Questa manovra temporale si rende necessaria ogni tanto per ri-sincronizzare gli orologi di tutta la Terra con la Terra stessa. Il nostro pianeta infatti se ne frega della precisione degli orologi atomici che spaccano il picosecondo, e fa un po’ come gli pare: a volte rallenta, altre volte accelera, gettando nel panico quelli dello IERS (International Earth Rotation and Reference Systems Service), quell’organismo internazionale che ha come scopo unico quello di farsi gettare nel panico dai cambi di velocità di rotazione del nostro simpatico pianeta.

Siccome la Terra ultimamente si è data una calmata e ha rallentato, ora bisogna rimettere gli orologi.

Al di là degli aspetti tecnici e delle conseguenze pratiche di questo spostamento planetario di lancette, quel che importa a noi persone crononormali è cosa fare con questo secondo in più che ci è messo a disposizione. Trattandosi di un tempo così breve non conviene applicarsi in niente di impegnativo. Ricordate che il tempo vola quando ne aggiungono un po’. Il mio consiglio è sfruttarlo per fare qualcosa di assolutamente inutile, o al massimo di poco conto.

Intanto vi fornisco qui qualche esempio, ma altri suggerimenti sono bene accetti:

  • Schioccare le dita
  • Aspettare un secondo
  • Voltarvi di scatto
  • Dire “Oh”
  • Percorrere 300000 kilometri senza meta (vale solo per i fotoni)
  • Fare l’occhietto a qualcuno
  • Durare un secondo di più a letto
  • Mettere un like
  • Rimettere l’orologio
  • Fare una linguaccia
  • Dare un bacio (niente limoni, durano troppo)
  • Cambiare canale
  • Cambiare idea
  • Fare un tiro di sigaretta
  • Pensare ai marò
  • Dire a chi avete accanto “E se”
  • Trovare Wally
  • Godersi l’attimo, semplicemente ruotando insieme alla Terra, come fossimo le sue lancette.

Gastronautica

Giovedì 11 giugno, poco prima delle 16 ora della Pubblica Amministrazione (c’è un orologio atomico per le pause caffè dei dipendenti pubblici, in caso non lo sapeste), dopo una permanenza da record sulla Stazione spaziale internazionale, Samantha Cristoforetti è tornata sulla Terra. È salita sulla Soyuz, che è l’equivalente astronautico della Panda 4×4, ed è rientrata insieme ad altri due astronauti. Due uomini. Non l’hanno lasciata guidare nemmeno un minuto.

Si potrebbe pensare che il viaggio di ritorno sia più facile, visto che è tutta discesa, ma non è così. Lo stress psicologico è fortissimo: si trascorre almeno la prima parte del volo consumati dall’ansia di essersi dimenticati qualcosa sulla ISS. Né la NASA né l’ESA organizzano missioni di recupero per un pettine o per quella t-shirt dei Joy Division a cui si era così tanto affezionati; inoltre, in base a una legge britannica del 1729, nello spazio dopo tre mesi scatta l’usucapione.
Il rientro della Spedizione 42 è filato liscio e l’atterraggio in Kazakistan (dove invece di dire Dalle stelle alle stalle dicono Dalle stelle a un posto comunque mica male) è stato seguito dal vivo da più di cento mandriani.

Ora gli astronauti dovranno trascorrere un certo periodo di tempo per riabituarsi alle condizioni terrestri, alla TV generalista in primis. In particolare Samantha Cristoforetti dovrà affrontare il trauma del riacquistare peso proprio in vista della prova costume.

Una delle questioni più delicate del rientro in atmosfera è quella della temperatura. A causa dell’attrito con l’aria infatti gli oggetti che dallo spazio vanno incontro alla Terra devono vedersela col surriscaldamento. Per ovviare a questo problema i veicoli spaziali sono dotati di appositi scudi termici che li preservano dalla disintegrazione e limitano il problema a quello di un’abbondante sudorazione dei passeggeri a bordo.

Mentre in astronautica questo surriscaldamento rappresenta un problema da risolvere in altri campi potrebbe essere sfruttato per nuove applicazioni.

In gastronomia per esempio il rientro atmosferico potrebbe essere utilizzato come nuovo metodo di cottura.

Ovviamente non possiamo prendere una costoletta di maiale e lanciarla verso la Terra senza protezione alcuna, perché si disintegrerebbe (e sarebbe un vero peccato). Ma non è così difficile immaginare appositi veicoli che invece di uno scudo termico che protegga completamente il contenuto che trasportano ne abbiano uno che quel contenuto lo fanno cuocere a puntino. È solo questione di calibrare struttura e materiali in modo da ottenere la cottura desiderata. Basteranno poche cene a tema per risolvere i dettagli tecnici e sperimentare diverse soluzioni e ricette.

Dopodiché il limite è solo l’immaginazione (e il conto).

Insieme a satelliti civili e militari e stazioni spaziali di ricerca orbiteranno attorno alla Terra anche le cucine d’importanti ristoranti specializzati. Per esempio la ISS (International Space Steakhouse) caricherà appositi moduli di cottura con bovini pregiati e spezie selezionate e li invierà sulla Terra, dove un’apposita squadra di chef addetti al recupero li trasporterà nel ristorante per tagliarli e servirli belli caldi. Altri invece si specializzeranno in grigliate di pesce, altri ancora in contorni. La pasticceria richiederà un po’ più di tempo probabilmente, per il comportamento esotico delle creme in assenza di gravità.

Il futuro della gastronautica è a portata di mano.

Alzate gli occhi al cielo e buon appetito.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Titanic (e non vi hanno mai raccontato)

La storia del Titanic ormai la sanno pure i pinguini. Anzi loro la sanno meglio di tutti, perché furono testimoni oculari, o ancora meglio protagonisti. Quindi non ci presero l’Oscar.

La vicenda che ci è stata raccontata infatti è una somma di fandonie, coperture, depistaggi e curcuma, che ormai si mette dappertutto, e fu creata a tavolino dai dirigenti della compagnia di navigazione White Star Line per far sborsare i soldi all’assicurazione e per scaricare le responsabilità del naufragio sulla Malesia. Tanto ormai.

L’insabbiamento ebbe i suoi effetti, al punto che l’unico che finì sotto accusa fu lo stagista dell’agenzia che aveva lavorato alla campagna pubblicitaria del Titanic e che aveva proposto di chiamarlo “l’inaffondabile”. Dopo avergli strappato i buoni pasto, quelli dell’agenzia lo licenziarono senza conseguenze grazie al Jobs Act, dopodiché dichiararono che l’idea originaria prevedeva di soprannominare il transatlantico “il molto difficile da affondare sebbene non si possa proprio escludere completamente”.

Un particolare che per esempio fu fatto sparire dal resoconto della vicenda fu il seguente: quella sera sul ponte di comando della nave era presente, oltre a una moldava avvenente e ubriaca, anche un ufficiale di nome Edward Cameron, bisnonno del regista James Cameron, il quale, entrato in marina dopo aver tentato inutilmente la carriera cinematografica, pensò che se lui non c’era riuscito forse qualcuno dei suoi discendenti avrebbe potuto realizzare il sogno di diventare un regista ricco e famoso. Aveva solo bisogno di una grande storia da tramandargli. Pare sia stato proprio lui a consigliare al capitano di andare a tutta manetta: “Ma le pare che la migliore nave mai costruita dall’uomo si va a schiantare addosso a un iceberg in mezzo all’Atlantico durante il suo viaggio inaugurale e cola a picco spezzandosi in due nel giro di poche ore?”. Edward Cameron era anche un rinomato iettatore. Questo però venne alla luce molto più tardi, nel 1937, mentre assisteva all’attracco del dirigibile Hinderburg (“Certo che se uno pensa che è pieno di idrogeno e basta una scintilla per trasformarlo in una palla di fuoco… “).

Questo di Edward Cameron però è solo un dettaglio di poco conto, in una vicenda che ci è giunta completamente riscritta pur di metterci dentro Kate Winslet nuda.

La verità è che la sera del 14 aprile 1912, in quel punto dell’Atlantico, il Titanic non era l’unica nave in transito (c’era anche un Mig libico in zona, ma non ebbe un ruolo determinante. Non quella sera). Per uno scherzo simmetrico della natura infatti un altro transatlantco, il Titanice, detto “l’inscioglibile”, viaggiava esattamente nella direzione opposta di quella del colosso britannico. Era partito dal Polo Nord qualche giorno prima per il suo viaggio inaugurale ed era considerato da tutti i pinguini il più grande iceberg mai costruito. A bordo c’erano 2500 pinguini. Nemmeno uno di cognome Cameron.

Poco dopo le 22 il capitano del Titanice aveva ricevuto un avviso di allerta transatlantici, a cui aveva risposto da buon vecchio lupo di mare: “Oh che diavolo, ci vedranno no? Siamo belli grossi”. Pare che un attimo prima dell’impatto abbia esclamato “Scommetto che sono malesi”.

A differenza del Titanic, tra i 2500 in viaggio sul Titanice ci fu una sola vittima, un pinguino moldavo ubriaco che venne sbalzato oltre il ciglio dell’iceberg al momento dello scontro. Cadde in mare e morì lessato.

Dopo il tragico scontro con il Titanic il Titanice proseguì nel suo percorso senza fermarsi, un po’ per la solita questione della natura indifferente alle umane tragedie, ma più che altro perché non aveva sistemi di propulsione che non fossero le correnti atlantiche, piuttosto difficili da fermare a quell’epoca (oggi lo facciamo col riscaldamento globale).

Solo tre giorni più tardi anche il Titanice andò incontro a un amaro destino.

A sole 100 miglia dalla sua destinazione alle Bahamas infatti, nei mari tropicali, il più grande transatlantico di ghiaccio mai costruito, soprannominato “l’inscioglibile”, si sciolse.

Come al solito fu lo stagista a pagarla.

Elleaccaccì

Da piccolo avevo l’abitudine, dopo un breve e appropriato utilizzo, di smontare i giocattoli per vedere com’erano fatti dentro.

Comprendere (o quantomeno tentare di) i meccanismi che li facevano funzionare era un’esperienza appassionante. E secondo i miei genitori un po’ troppo costosa, visto che raramente alla fase di smontaggio seguiva quella di rimontaggio. Quasi sempre il giocattolo veniva classificato rotto, invece che fonte di dati empirici finalizzata alla costruzione di un modello interpretativo e predittivo della realtà. Valli a capire, i grandi.

Così, quando penso agli scienziati dell’Elleaccaccì, non posso fare a meno di immaginarli come bambini alle prese con un giocattolo, mentre cercano di capire come funziona, com’è fatto dentro.

La differenza, alla fine, è solo quantitativa, di dimensioni. I bambini del CERN hanno a disposizione il giocattolo più piccolo di tutti (le particelle) e lo strumento più potente per smontarlo (il Large Hadron Collider). Per il resto la curiosità, la voglia di comprendere, la ricerca del “come” sono le stesse.

Adesso poi che l’LHC, nella sua seconda corsa, può raggiungere 13 TeV di energia, i bambini del CERN possono smontare il giocattolo ancora più a fondo, come se gli avessero dato un cacciavite a punta fine per aprire quel dannato motorino della locomotiva che col cacciavite grande non ne voleva sapere.

Devono essere eccitatissimi. Dovremmo esserlo tutti.

Stanno per togliere un altro pezzo e vedere cosa c’è sotto.

E non ci sono nemmeno i genitori a punirli.

Scienziaggini for dummies

– Ho visto che hai scritto un libro.
– Ah, sì.
– Ce l’hanno alla Mondadori del centro commerciale?
– Ehm, no… è un e-book.
– E all’edicola in piazza?
– …

È così che va, più o meno. Tu non te ne capaciti. Sei convinto che tutti sappiano cos’è un e-book, un libro elettronico. Che non possano ignorarlo. Mentre loro invece non si fanno una ragione del fatto che non sai cos’è la difesa a zona. Statisticamente però sono circa l’80-90% del Paese, loro. Quindi lo strano sei tu. E tocca a te spiegare come funziona, l’e-book. Non puoi dire “ma dai, lo sanno tutti!”, e fare l’espressione spocchiosa dello scrittore vincitore del Nobel per la Medicina.

– Sono stato in libreria, il tuo libro non ce l’hanno.
– Ah, no, è un e-book.
– Un cosa?
– Un libro digitale.
– …
– Non è di carta.
– …
– È tipo un file per il computer…
– Ah no, allora niente, io con questi aggeggi, guarda, non ci capisco, mio figlio sta sempre lì davanti, ma io proprio no. Scusa eh.

Lasciamo da parte i lettori di e-book, nel senso del Kindle, del Kobo, del Nook e di tutte le altre parole che contengono una k e sono un marchio registrato. Sebbene Amazon con la sua potenza abbia sfondato la diga della lettura digitale anche in Italia, i possessori di appositi reader sono una frazione molto limitata della popolazione.
Se però prendiamo il terzetto smartphone, tablet e pc vi sfido a trovare qualcuno nella fascia d’età 2-50 che non possegga almeno uno di questi oggetti. E se si possiede uno di questi oggetti (ecco infine la rivelazione!) allora si può leggere Scienziaggini.

– Un libro sul tablet? Sul telefono? Non so mica se riuscirei a leggerlo, mi sa che affatica gli occhi.
– E Facebook allora?
– Che c’entra? quello è per farmi i cazzi degli altri.

Davvero, amici tecnolesi, non è difficile: comprate il file su una delle tante librerie online, lo scaricate dove più vi aggrada, lo aprite e lo leggete. L’intoppo più grave che può capitarvi? Dover scaricare una app per leggere gli e-book. Ma se ci siete riusciti con WhatsApp, potete farcela.

Poi, ovviamente, ci sono anche persone che ne sanno, di queste robe.

– Ehi, ho visto che è uscito il tuo e-book!
– Sì, l’hai preso?
– No, aspetto che esce piratato.

E anche quelle che ne sanno troppo.

– Ho comprato Scienziaggini eh.
– Uh, davvero? Ti è piaciuto?
– Non l’ho ancora letto. Però intanto gli ho solo rimosso i DRM e l’ho condiviso sui torrent e su eMule.
– …

Grazie, attrazione gravitazionale

Certe volte la forza di gravità l’abbraccerei.

Se avesse un corpo, un corpo materiale, lo farei volentieri. Anche perché, ne sono certo, sarebbe un donna bellissima. La stringerei fra le mie braccia e le sussurrerei Grazie all’orecchio. La bacerei anche. Castamente, sulle guance. Oppure con passione. Poi lei mi darebbe uno schiaffo e finirei in un universo parallelo o ridotto come una stella di neutroni, una roba del genere. Ne varrebbe la pena però, pur di mostrarle la mia gratitudine.

Grazie, attrazione gravitazionale, le direi, Grazie perché questi uomini potenti, che in tanti modi governano le nostre vite con la loro politica, la loro fede e le loro aziende, e che spesso si fanno beffe delle leggi della giustizia e dell’etica, se ne stanno così assorti nella contemplazione della loro grandezza che dimenticano le uniche leggi a cui, nonostante il potere sconfinato che hanno a disposizione, non possono sottrarsi.

E allora grazie, forza di gravità (scusa se ti chiamo col vezzeggiativo), grazie di riportarceli giù a terra, questi potenti, quando ne hai l’occasione. Come l’altro giorno, a Genova, con Berlusconi che è volato giù dal palco.

Grazie per ricordare a questi signori, ogni tanto, che possono governarci sì con le loro leggi o le loro divinità o i loro prodotti, ma se inciampiano cascano, come tutti noi.

E come cascano.

Gli evidenti svantaggi delle leggi elettorali

Facciamo finta che la legge elettorale non sia un pilastro fondamentale di ogni democrazia, ovvero quel bullone che lega strettamente, nella parola stessa, demo e crazia, o come direbbe uno che ha fatto il classico, démos e cràtos, cioè il popolo al suo governo.

Ecco, se togliamo di mezzo questo gigantesco elefante concettuale che occupa tutta la stanza, quel che resta di qualsiasi legge elettorale è solo un inutile spreco di energie.

Ragionando in termini di sforzo-prestazioni, infatti, qualsiasi azione che ha come scopo l’elaborazione e l’approvazione di una legge elettorale è senza ombra di dubbio svantaggiosa, se dura più di 25-30 minuti.

Dati alla mano, nei primi 47 anni della nostra amata repubblica alle elezioni politiche si è votato utilizzando sempre lo stesso sistema elettorale, detto il Proporzionalone classico. In quell’arco di tempo ci sono state 11 chiamate (e risposte) alle urne, per un utilizzo medio della legge elettorale di una volta ogni 4,2 anni.

Nel 1993 si cambiò metodo, per svecchiare un po’, e si decise per il cosiddetto Mischione, ufficializzato dalla Legge Mattarella, il cui promotore, per rifarsi dello sforzo, si fece promettere la poltrona di presidente della repubblica. Con calma. Anche dopo vent’anni.
Il mischione restò in vigore fino al 2005, e fu utilizzato 3 volte: nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Utilizzo medio: una volta ogni 4 anni.

Alla fine del 2005 il Mischione, nonostante fosse ancora pieno di energie, fu mandato in pensione. Entrò in vigore “una porcata”, nelle stesse parole del proponente, ovvero la Legge Calderoli, il famigerato Porcellum, da cui tutti i suini della penisola presero immediatamente le distanze. Tale legge iniziò ad andare in pezzi per motivi di incostituzionalità e di ossidazione appena 8 anni dopo la sua promulgazione, tenendo comunque duro per altri 2. Il Porcellum è servito, su un letto di rucola democratica, per 3 tornate elettorali, per un utilizzo medio di una volta ogni 3,3 anni.

Infine è arrivato, giusto qualche giorno fa, l’Italicum, detto l’Asso piglia tutto.

Ora, tutte queste leggi elettorali, qualcuna di più qualcuna di meno, hanno richiesto scritture, riscritture, discussioni, rimandi, aggiustamenti, compromessi, giochi di forza, fiducie e via dicendo. Calcolare esattamente quanto tempo e quanta energia hanno richiesto è impossibile. Ma se prendiamo come esempio lo sforzo assurdo che ha richiesto l’ultimo nato, l’Italicum, è piuttosto facile intuire che, per una legge elettorale che ha una prospettiva di utilizzo di una volta ogni 3,8 anni, e un’aspettativa di vita che si situa intorno ai 15 anni, non si può non concludere che si sia trattato di un impegno assolutamente svantaggioso.

Una sconsiderata quantita di risorse per una legge che, rispetto a tutte le altre, non si usa praticamente mai.

Non ha davvero senso.

Senza considerare poi che ognuna di queste leggi, compreso il nuovissimo Italicum, è minata alle fondamenta da un gravissimo difetto, perché tutte prevedono che, quando si va alle urne, si possa votare sempre e solo dei politici.

Autografi

Scienziaggini con autografo

Uno, quando scrive un libro, pensa sempre che dopo, se riesce a pubblicarlo, una volta pubblicato, succedono delle cose che nemmeno s’immagina, e passa il tempo a chiedersi Chissà cosa succede, quando esce il libro. Chissà che robe strane mi accadranno.

Invece poi il libro esce, e non succede quasi niente.

A me l’unica cosa che mi è successa, con Scienziaggini, è che mi hanno chiesto Ma con gli e-book gli autografi come funzionano?

Che poi non ho nemmeno saputo rispondere.

Fermi, è uscito Scienziaggini!

copertina Scienziaggini

Egr. Dott. Enrico Fermi,

sì, lo so che è morto da più di sessant’anni, oggi però è una giornata talmente speciale, e ho così bisogno di un testimonial d’eccezione, che il fatto che Lei sia da tempo scomparso (a proposito, notizie di Majorana?) non mi preoccupa più di tanto.

Oggi, infatti, Dottor Fermi, esce il mio primo libro (nel senso: il primo libro pubblicato da un vero editore; e anche il primo in cui c’è proprio il mio nome in copertina, non un nome collettivo. Scusi la pignoleria, so che ci tiene).

Questo mio primo libro s’intitola Scienziaggini. Già questo dovrebbe farle intuire perché mi sono rivolto a Lei. Se avessi scritto un poemetto pastorale sarei andato certamente a bussare a un’altra bara porta, Scienziaggini però parla di scienza (anche se in modo un po’ particolare), e come testimonial postumo Lei mi è sembrato subito perfetto.

Anche perché non si tratta di un libro cartaceo, ma di un e-book, un libro elettronico, e Lei, che per tutta la vita ha avuto a che fare con la materia atomica e subatomica, non può che trovarsi a suo agio pubblicizzandolo.

Per quanto riguarda gli argomenti, c’è dentro parecchia fisica, ma ci sono anche altre scienze importanti, e anche la tecnologia. Di matematica non ce ne ho messa tantissima: credo sia giusto così, visto che la collana si chiama Altramatematica. Si fosse chiamata Questamatematica o Propriomatematica, ne avrei messa di più.

Il tono e il modo, Dottor Fermi, bisogna che l’avverta, non sono proprio seri. Anzi, sarò completamente sincero con Lei, è tutto uno scherzare sulla scienza e prenderla in giro, a varie scale: dalla microbattuta fino al tutorial per costruire la versione base base della macchina del tempo. Sono certo che un premio Nobel come Lei abbia un gran senso dell’umorismo, quindi apprezzerà.

Comunque, per darle un’idea di Scienziaggini, le metto qui l’Introduzione:

Viviamo in un’epoca davvero confusa se il sottoscritto, che fu rimandato in matematica al liceo scientifico per due anni consecutivi, si ritrova a pubblicare un libro proprio in una collana di matematica.
Ora che ho fatto scappare metà dei lettori sarà il caso di spiegare meglio la situazione: mi ritrovo pubblicato in una collana di matematica, pur essendo un asino della materia, perché questo libro non ha niente a che fare con la matematica.
A questo punto, ipotizzando che la fuga dei lettori segua una progressione geometrica, dovrebbe essercene ancora 1/4 che insiste su queste righe.
Sarà quindi opportuno specificare che questo volume, sebbene non riguardi la matematica, ha come argomento la scienza. Si parlerà infatti di fisica, chimica, biologia, cosmologia e informatica. E non posso escludere che vi siano trattate anche altre discipline, per esempio il cake design.
A quell’1/8 di lettori coraggiosi rimasti sento di dover inoltre confessare che non sono un grande esperto nemmeno delle aree di studio menzionate. Tutt’al più posso definirmi un appassionato, o ancora meglio un fan.
Ridotti ormai a 1/16, meritate di sapere anche che nelle pagine successive le varie scienze verranno prese in giro a suon di battute, paradossi e surrealismi.
Altra precisazione importante, a voi 1/32: la sequenza degli argomenti è priva della benché minima coerenza. La successione dei capitoli è stata infatti decisa da un generatore di numeri pseudo-casuali.
Giunti a 1/64 ormai non dovreste più temere niente, ma nel dubbio mi fermerò qui. Non vorrei perdere troppi lettori.

Insomma, Dottor Fermi, mi dia una mano con questo Scienziaggini. Dica a tutti quelli che conosce che possono andare qui o qui o in qualsiasi altro posto dove vendono questi elettroni ben distribuiti e comprarlo. Dica in giro che è bello, che Lei si è divertito così tanto a leggerlo che non può che consigliarlo.

E se proprio non se la sente fa lo stesso. Resterò comunque un suo grande ammiratore.

 

ps: Dottor Fermi, vorrei rassicurarla: com’è scritto anche sulla copertina, nessun elettrone è stato maltrattato per realizzare questo e-book.

Di doman non c’è certezza

Quando salutiamo qualcuno dicendogli Ci vediamo domani, forse non ce ne rendiamo conto, però compiamo un bell’azzardo. Un salto dal noto all’ignoto.

È l’abitudine. Quel meccanismo mentale senza il quale la specie umana avrebbe vagato disorientata e terrorizzata per qualche tempo, per poi estinguersi rapidamente e lasciare il posto a certi scarafaggi molto meno pensierosi e molto più pragmatici.

Abbiamo visto che nel passato le cose sono andate in un certo modo, ci convinciamo che nel futuro le stesse cose andranno nel medesimo modo. Semplicissimo. E non richiede nemmeno attenzione. Se leggete Hume, lui ve lo spiega molto meglio di me.

Che vergogna, penserete voi. Siamo così irrazionali, così approssimativi. Dovremmo essere più scientifici.

Si dà il caso però che perfino la scienza, quella cosa che useremmo come testimonial se dovessimo pubblicizzare il cervello, agisce esattamente allo stesso modo, quando deve fare quel passaggio.

Osserva il cammino del sole, raccoglie dati sulla sua posizione, cerca una regola che sia in accordo con quelli, le fa produrre nuovi dati e verifica se in effetti domani il sole sorge in quel punto e a quell’ora. Se non succede si rimette mano alle ipotesi, si controllano i dati, e si riprova. Se succede, è un buon primo passo verso una teoria.

In tutto questo però non esiste la minima garanzia che il sole domani sorga. L’uniformtià passato-futuro è un tacito presupposto, un’abitudine alla base della ricerca scientifica, come anche alla base della vita di ogni giorno.

Per quanto ne sappiamo, domani il mondo potrebbe essere tutto completamente diverso. Potrebbe anche smettere di esistere, di punto in bianco. Facciamo finta di no, ovviamente, e pianifichiamo: fare la spesa, andare al teatro, ci vediamo domani, ti lascio un appunto.

Nessuno sa se il sole sorgerà, domani. Comunque, se saremo ancora qui, vi annuncio l’uscita di Scienziaggini, il mio primo e-book.

Poi domani ve ne parlo.

Forse.

The Da Vinci Code in tangenziale

Oggi ricorre il compleanno di Leonardo Da Vinci, inventore, tra le altre cose, del compleanno.

Prima che Leonardo compisse un anno di vita infatti i compleanni non esistevano, non come li conosciamo oggi almeno, perché le teorie astronomiche erano rozze e confuse e non si capiva bene cosa ci fosse da festeggiare, e soprattutto quando.

Alcuni festeggiavano il compleanno ogni due anni e mezzo, altri ogni undici settimane (ma alle loro feste dopo un po’ non andava più nessuno), altri ancora quando il gatto cambiava il pelo. A questi ultimi si faceva spesso notare che casomai quello era il compleanno del gatto.

L’astronomo Gramezio di Pontalmazio passò buona parte della sua vita chino sulle sacre scritture e sulle opere di Aristotele cercando di calcolare quale fosse l’esatto intervallo tra un compleanno e l’altro. Dopo anni e anni di estenuanti studi il risultato a cui arrivò fu: quattro ore scarse.

Leonardo, nascendo, e quindi inventando se stesso, mise la parola fine a quel caos di calcoli e date. A un anno dalla nascita, il 15 aprile 1453, inventò il compleanno.

Da quel momento in poi tutti festeggiarono il compleanno una volta all’anno, né più né meno.

Qualcuno che non aveva capito bene iniziò a festeggiare ogni 15 aprile pure lui, anche se era nato un altro giorno.

Poi però gli spiegarono.

Indagini ad alta quota

Quando precipita un aereo di linea la seconda cosa che ci chiediamo è: com’è potuto accadere?

La prima ovviamente è: c’erano degli italiani a bordo? Prenderemmo a roncolate il vicino di casa ma empatizziamo con degli sconosciuti di cui sappiamo solo che avevano la nostra stessa cittadinanza. Potenza dei disastri aerei.

Studi scientifici hanno dimostrato che nelle 24 ore successive a un incidente aereo di rilievo internazionale la percentuale di esperti di aviazione civile aumenta del 68% nella fascia d’età 28-44 anni. Percentuale che tende a diminuire drasticamente nei giorni e nelle settimane successivi, fino a toccare il normale 0,00008% pre-impatto. Ecco perché per analizzare le scatole nere ci mettono così tanto: aspettano di rimanere solo in 4 o 5, ovvero quei pochi che sanno come si fa.

Per risalire alle cause dello schianto è necessaria un’attenta indagine tecnico-scientifica, che è in netto contrasto coi tempi televisivi e il posizionamento pubblicitario.

Giornali e telegiornali preferiscono perciò sparare subito un’immane serie di cazzate invece che star dietro ai fatti veri e propri, che arriveranno lentamente e diluiti nel tempo. Adesso per esempio è un periodo che anche se ti rigano la macchina è stata l’ISIS, figurati se cade un aereo.

Quando, dopo qualche ora dal disastro, certi scenari assurdi vengono smentiti anche dal macellaio sotto casa, per stuzzicare il pubblico si usano dettagli di routine raccontati come se fossero completamente assurdi. Se un giornalista vi dice con espressione basita o preoccupata che l’aereo prima di precipitare si trovava a ben 35 mila piedi, voi subito scattate in piedi gridando “E che cazzo ci faceva a 35 mila piedi?!”, non sapendo che nello stesso istante nel mondo c’erano altri 6 mila aerei in volo che mantenevano quella quota per il semplice motivo che è così che funziona.

“Ma poi quant’era vecchio quell’aereo che misuravano ancora l’altezza in piedi?! EH?”. Sono dubbi che non vi assalirebbero mai, se non foste indotti a farlo dai media. Voi, di vostro, vi chiedete solo come mai quella volta vi fecero tante storie all’aeroporto per l’accendino a forma di pistola.

Per far contenti tutti – a parte quelli veramente interessati – ci vorrebbe qualcosa di simile a una puntata di CSI. S’inizia con la scena dello schianto, poi arrivano gli agenti che fanno i rilievi con in mano dei bicchieroni di caffè, poi c’è il primo blocco pubblicitario. Poi si vedono scene (sempre le solite ogni puntata) di analisi di laboratorio: balistica, DNA, luminol. Poi interrogano un tizio che ha una faccia da colpevole però al momento dell’incidente era sulla stazione spaziale internazionale. Secondo blocco pubblicitario. Altre scene di laboratorio con tessuti e macchie, o forse è una lavanderia. Per giungere così al finale, dove il poliziotto grida “Parla!” puntando la lampada in faccia alla forza di gravità. E lei confessa. Giustizia è fatta.

Il razzismo come problema percettivo

Non ho mai capito se i razzisti, del colore della pelle, ne fanno un problema estetico. Tipo a me non piace il giallo. Quindi non mi ci vesto, e se devo decidere il colore delle pareti o di un oggetto che devo comprare, preferisco evitarlo. Difficilmente mi capiterà di scegliere il colore di una pelle da indossare, ma se dovesse accadere preferirei qualcosa che non dia sul giallo. Di certo però non vado a dire agli altri quello che devono decidere per loro. Non è che protesto se uno si compra la macchina gialla, saranno affari suoi. E nemmeno se uno usa una pelle gialla, addosso, vado a dirgli che fa schifo. Io, i razzisti, da questo punto di vista li capisco poco.

Poi la settimana scorsa è venuta fuori questa storia del colore del vestito. È blu e marrone o bianco e oro? A me è successo che prima l’ho visto bianco, poi quando ho riguardato la stessa foto era blu. Come se avessi bevuto un bicchiere di cocacola e al secondo sorso fosse stato chinotto. Mica perché mi fa schifo, però ci rimani male.

Quindi comunque dovremmo aver capito che la percezione della realtà, dei colori in particolare, non è che sia poi così lineare e condivisibile. Ognuno li percepisce in un modo un po’ tutto suo, e dipende da tanti fattori. La luce, lo sfondo, la posizione, il sesso, l’età, la digestione.

Questa consapevolezza potrebbe farci contestare meglio una multa presa per essere passati col rosso. Cioè, magari a me sembrava di essere passato col rosa antico.

Ma potrebbe anche aiutarci con i razzisti, che alle argomentazioni razionali sono poco sensibili per costituzione, spostando l’accento sulla percezione della realtà.

Così quando un razzista ti dice che odia i neri, più che cercare di farlo ragionare, che è dura, conviene fargli capire quella storia del vestito e dei colori, e dirgli “Boh, che ti devo dire, a me non sembrano mica neri. Cioè, tu li vedi neri?”, e lui ti dice “Sì, certo, sono neri, li vedo neri”, e gli spieghi che non esiste il colore in sé, esiste la percezione del colore, che è molto personale, e tu, quello che lui vede nero, non lo vedi nero.

Lui, il razzista, probabilmente si altererà un po’, che loro fanno così, però bisogna insistere, a dirgli che no, non è mica nero. “Allora cos’è?”, ti chiederà.

“Una persona”, tocca rispondergli.

Prime volte

L’altra sera mi è successo che stavo per iniziare a leggere un nuovo libro, però, a differenza di tante altre volte, invece di prendere e iniziare, buttando via in fretta quella sensazione un po’ di eccitazione un po’ di pericolo – perché un libro può anche essere brutto, e la cosa ci preoccupa – che si prova quando si passa per la prima volta dalla copertina alla seconda di copertina e poi alle pagine vere e proprie, ho avuto la presenza di spirito di fermarmi un attimo, col libro in mano, senza aprirlo, e prolungare quella sensazione per alcuni istanti, godermela, con chiarezza, tenerla presente in mente assaporandola, che pare una roba un po’ buddista, e magari lo è. Poi l’ho aperto e ho iniziato a leggere.

La stessa cosa ho fatto poco fa, prima di firmare, per la prima volta, un contratto di edizione.