A Repubblica picchiano i gattini

Quello che mi piace di Repubblica è che nel momento esatto in cui ti convinci che non possa peggiorare, ti coglie di sorpresa e peggiora. E, com’è scritto in tutti i manuali di scrittura comica, la sorpresa è metà del lavoro (l’altra metà va al fisco). Quindi anche oggi, trovandomi davanti la prima pagina di Repubblica, sono stato assalito dal solito dubbio: non sarà mica un giornale satirico? Non sarà mica una specie di Vernacoliere che ce l’ha un po’ meno coi pisani? O una specie di Giornale che ce l’ha un po’ meno cogli immigrati?

Non che io pretenda che il secondo quotidiano nazionale per diffusione abbia in prima pagina titoli equilibrati e basati sui fatti, figuriamoci. Anche perché, se la linea editoriale della versione online è il clickbaiting, è sacrosanto mantenere la coerenza e uscire anche sul cartaceo coi titoli acchiappa clic. Nessuno se ne lamenterà, nemmeno quelli che cliccano col dito sulla carta aspettandosi che le pagine del giornale scorrano fino alla pubblicità, e dopo 15 secondi fino all’articolo.

Però non si può pretendere nemmeno che io prenda sul serio un giornale che apre con un titolo che sembra quello di un film di Roland Emmerich, perché sembra di sentire la voce dei trailer che con tono grave dice “dal regista di Godzilla, Independence Day e 2012, [suono di Inception] ‘AstraZeneca, paura in Europa’. A marzo sui vostri tablet”. E poi immagino scene con fialette che si rompono a rallentatore, pipistrelli giganti che inseguono persone nella cucina di un ristorante, zombie, generali dell’esercito che dicono “è la nostra ultima speranza” e infine il grido di una creatura enorme e sconosciuta che emerge da fotogrammi così scuri che non capisci se inquadrano una grotta buia o è ora di buttare il Chromecast.

Il problema è che mentre io mi rendo conto che si tratta di giornalismo sciatto e sensazionalismo da quattro soldi, molte persone leggono la prima pagina del secondo quotidiano nazionale per diffusione e, se avevano qualche dubbio sul vaccinarsi, decidono di non vaccinarsi, se non avevano dubbi se li fanno venire e se non volevano vaccinarsi hanno una nuova arma per dire ad altri di non farlo.

E non importa se sotto a quel titolo c’è un articolo che dice altro. Il danno è fatto. Qualcuno penserà che a Repubblica picchiano i gattini.

Deconstructing Dibba

Basta stelle, hai detto. A un certo punto disse così anche Lele Mora. (per rimanere sullo stesso calibro). È sempre un giorno triste quando uno di destra non riesce a fare coming out. Lo vedi arrampicarsi su quei né di destra né di sinistra, hai paura che cada. Ma tu, D., eri arrivato in cima senza ossigeno, e infatti i danni cerebrali a bizzeffe. Non mi chiedo cosa farai, adesso, D., mi chiedo cosa hai fatto prima. Cosa cazzo hai mai fatto. Eppure no, smentito dai fatti. Dal CV. Politico, giornalista, falegname, scrittore. Contieni moltitudini. Chissà il commercialista che impazzimento, con le aliquote e tutto il resto. Figlio di un grillo e padre di umani, un salto di specie che potevi fare il botto, se non ci fosse stato quello dal pipistrello, l’anno scorso. Ti ha deluso eh, l’altro D. L’amico dei giorni più lieti. Certe zingarate, insieme. A Bruxelles in macchina (madonna le risate). A fanculo di corsa. A Roma in giacca e cravatta. Un hard disk pieno di foto tue. E un hard disk pieno di foto tue con anche altre persone, i fan. L’Iran. I fan in Iran. Lì ancora ti ricordano. Gli anziani dei villaggi, riuniti la sera attorno a un fuoco (ce lo raccontavi così l’Iran, come in un libro di esplorazioni del primo Ottocento), in silenzio, finché uno non tira su il capo dalla pipa di betulla e chiede “Ve lo ricordate quel cojone?”. Dibba cuore d’acciaio Dibba. Un Veltroni che non ce l’ha fatta, se Veltroni fosse stato dell’Msi. E lobotomizzato. Ti si nota di più se non vieni o se hai un seggio in Parlamento? La seconda, ma tu no, la poltrona in Parlamento no, me le faccio da solo in garage, vedessi che lavorazione, da questa non mi scollo più. La stessa tigna, nelle politica e nello scartavetrare. Cosa faranno senza di te, D? Quattro stelle e mezza? “Ne avrei messe cinque ma il cameriere mai un sorriso”. Cosa lasci al Movimento? Il moto circolare? L’attrito? Piangerei, Dibba, se me ne fregasse qualcosa. Lo faresti anche tu, per l’occasione, lacrime di coccogrillo. [qui viene giù un fondale e due faretti]. E il Movimento, cosa ti lascia? Te lo affidano Travaglio o bisogna fare le battaglie in tribunale? Tocca telefonare di corsa a Bonafede finché ha le password? Ne hai viste cose, D., che noi umani non potremmo immaginarci. Meet-up in fiamme al largo dei baretti di Orione. I fasci B balenare a Porta a porta. E tutti quei momenti andranno perduti, come punti esclamativi nei post. È tempo di svanire.

Un witz (8ª edizione)

Come ormai ogni anno, anche oggi per il giorno della memoria pubblico qui un witz, una storiella ebraica. Quella che segue è tratta dal libro di Leo Rosten, Oy oy oy! – Umorismo e sapienza nel mondo perduto dello yìddish, alla voce “Cholìllah / Chalìlah”, che significa “Dio non voglia”, “lungi da noi” (ma che viene usata anche come espressione scaramantica nel caso opposto, e cioè per manifestare incredula meraviglia di fronte a un’eventualità da sogno, ex: “Se, cholìllah, diventassi miliardario!”).

Due ebrei decidono di uccidere Hitler. Comprano una pistola ciascuno e vanno a nascondersi dietro la porta di un palazzo dove il Führer è atteso. Passa un’ora, ne passano due, e non arriva nessuno. Gli ebrei sono quanto mai inquieti e agitati. Alla fine uno dei due si volta verso l’altro e sussurra: «Speriamo che non gli sia successo niente, cholìllah…».

La variante che tutti aspettiamo

Non sono esperto di niente, figuriamoci di virologia o epidemiologia. Però, se ho capito bene la questione delle varianti del virus, per cui bisogna cercare di limitare il più possibile la diffusione delle varianti più pericolose, anche inasprendo maggiormente le norme anti Covid, allora si dovrebbe anche incoraggiare la diffusione di quelle meno pericolose.

Quindi immagino che se si individuasse una variante (sarebbe bello fosse italiana) che non solo non è letale in alcun caso, ma che come sintomi peggiori ha giusto un po’ il naso chiuso o un filo di emicrania, allora ci sarebbe tutto l’interesse affinché questa variante tenue e accettabilissima si diffondesse rapidamente in tutto il mondo.

Di conseguenza suppongo che tutti i governi del pianeta, perché si verifichi questa superdiffusione, sarebbero costretti non solo a ritirare tutte le norme sul distanziamento varate finora, ma dovrebbero subito stabilirne altre che incitino al contatto massiccio e continuato fra le persone, e ci troveremmo a essere obbligati ad abbracciare chiunque e ovunque e in qualsiasi momento, a toccarlo, a parlargli vicinissimo, a baciarlo, a stare tutti radunati finché non finisce lo spazio, belli stretti, per legge.

Allora sì che potremmo uscirne migliori.

A parte quelli del movimento nohugs, certo.

Domani

Oggi alle 18 ora italiana giurerà a Washington il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr., per tutti “Nonno Joe”.

Ci sono tante persone che aspettavano questo giorno da quattro anni, ma il mio pensiero va a tutti i battutisti e vignettisti americani che domattina si sveglieranno coi postumi di una sbornia da endorfine e ancora un largo sorriso in faccia che sparirà all’istante quando, riacquistato quel minimo di lucidità, penseranno: e adesso?

Il grande vantaggio di Renzi

 

Ci vuole un bel coraggio ad aprire una crisi di governo durante una pandemia. Certo, l’Italia e gli italiani hanno da tempo imparato a tirare avanti nonostante i politici che li governano, figuriamoci quindi quando il governo non c’è proprio, ma un vuoto di potere in questa situazione non è esattamene nella lista “Le dieci cose da fare durante un’emergenza sanitaria se ci si annoia”, lista che probabilmente trovate da qualche parte sulla home di Repubblica.

Scatenare una crisi di governo nel momento più sbagliato della storia repubblicana richiede la stessa spavalderia che richiede di questi tempi l’andare a leccare le maniglie delle porte in una RSA. A meno che non sentiate i sapori, allora non è spavalderia, è altro.

Eppure Renzi l’ha fatto, dimostrando uno sprezzo del pericolo persino superiore a quelli che in pizzeria ordinano una “Massimiliano – condimenti a scelta del pizzaiolo”.

E Renzi potrà anche avere tutti i difetti del mondo (in effetti li ha, uno studio dell’Università di Brema lo conferma), ma uno manca alla sua collezione: l’impulsività. Non è uno che agisce senza valutare pro e contro, senza ragionare sulle conseguenze, senza consultare, bevendoci un chinotto assieme, il buon vecchio Scalfarotto, amico delle passeggiate più belle nella campagna toscana.

La decisione di Renzi di aprire la crisi di governo è il frutto di un calcolo. Renzi infatti, dopo anni che ci gira attorno, ha finalmente capito che lui, rispetto a qualsiasi altro politico in circolazione, che sia di destra, di sinistra o di in alto sullo scaffale in fondo dietro gli addobbi di Natale come i 5 Stelle, è l’unico a possedere un vantaggio schiacciante. Un vantaggio che gli permette di prendere qualsiasi decisione, anche la più folle, anche la più impopolare, senza alcun timore.

Renzi ha finalmente capito che tanto, ormai, sta già sul cazzo a tutti.

Ditelo con i fiori

Ricordo che alle elementari avevo un quaderno sulla cui copertina era disegnata una vignetta con questa scena: una specie di angioletto che annaffiava dei fiori chiedeva a una specie di diavoletto “A te piacciono i fiori?”, e quello rispondeva “Sì, col sale”.

Io lo capisco eh, che ormai dev’essere tutto comunicazione, immagine, sentiment, mood e tutto il resto, però dei padiglioni a forma di fiore nelle piazze per andarsi a vaccinare è un’idea carina per la copertina di un quaderno delle elementari, tutt’al più. Nella quotidiana e tragica realtà in cui siamo immersi, andrà benissimo uno stanzino anonimo, grigio, basta si faccia in fretta e si tenga traccia. Al limite, dopo, mi si può offrire un caffè della macchinetta, che per quanto possa essere cattivo mi sembrerà il più buono della mia vita. Mi pare anche più economico.

E poi, visto che il momento si può dire epocale senza nemmeno disturbare la retorica, visto che ci è stata data la sfortuna di vivere questo adesso che segnerà un prima e un dopo, forse è il momento giusto per archiviare un italianissimo difetto. Quello di trasformare tutto ciò che è serio in barzelletta e tutto ciò che è barzelletta in cosa seria.

Mica un passo avanti da poco.

 

Materasso patrimoniale

C’è preoccupazione tra i ricchi, quasi allarme. Dalle loro dimore di incalcolabili metri quadrati e dai loro uffici dotati di eco naturale si telefonano con voce seria, preoccupata, a qualcuno trema la voce. Vogliono sapere, capire, chiedono. “Quand’è successo? E com’è possibile?”. Nessuno sa niente. Si sa solo che un loro privilegio, forse il più importante tra tutti quelli che possiedono, gli è stato sottratto. All’improvviso. Un privilegio che può avere solo quell’1% di umanità che possiede il 50% della ricchezza. Un privilegio che hanno sempre avuto, fin dall’antichità, un privilegio che fa di loro quello che sono: ricchi. E fa degli altri una massa di poveri. Senza quel privilegio i soldi e il potere restano, ma hanno un altro sapore, annacquato, scialbo.  Che gusto c’è a essere ricchi così. Che gusto c’è a non essere odiati dal rimanente 99%? A cosa sono serviti tutti quei comportamenti di ostentazione e di repulsione? A cosa è servito ostacolare ogni tentativo di quel 99% di scalare la via della ricchezza? A cosa è servito tentare di peggiorare ancora di più la situazione di quel 99%? Come per esempio inventare i materassi memory per ostacolare coloro che mettevano i soldi nel materasso, costringendoli così a portarli in banca, dove piano piano anche quella sommetta sarebbe stata erosa a favore del solito 1%. Che gusto c’è a essere ricchi se i poveri non ce l’hanno con te? Che gusto c’è se ti ammirano, se ti osannano? Che gusto c’è se vogliono che tu, ricco, abbia ancora di più? O al limite non abbia di meno?

È proprio vero, anche i ricchi piangono. Piangono per colpa dei poveri. ‘sti stronzi.

La letterina che non mi ha scritto il Presidente del Consiglio

(non ricevo e volentieri pubblico)

Caro Cristiano,

lo so, non mi hai scritto alcuna lettera. Forse non l’hai fatto per ritrosia, forse perché non sai bene come raggiungermi, se tramite la mia pagina Facebook, tramite quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso i siti istituzionali, con Twitter, TikTok o Tinder (ma lì non mi chiamo Giuseppe Conte Presidente del Consiglio dei Ministri, sono GiuseppeContePCM). Nonostante ciò, ho deciso di risponderti.

Ti scrivo per farti sentire la mia vicinanza in questi momenti di grave difficoltà, tua come anche di tutto il Paese, e soprattutto perché Casalino insiste fino allo sfinimento che sembro un vuoto burocrate capitato lì per chissà quale accidente della storia che si ritrova a fare scelte importantissime per l’Italia senza nemmeno l’ombra di un’anima politica (ma sa anche essere duro, quando ce n’è bisogno) e che se ogni tanto mostro dell’umanità, pure artificiale e architettata, male non può fare. E quindi ecco questa mia.
(rileggendo mi accorgo di quel “mostro dell’umanità”: mi pare una bellissima definizione di ciò che potrei essere)

Sono tempi duri, caro Cristiano, e immagino che pure tu non te la stia passando bene. Le incognite per il futuro sono tante. Il lavoro (pure tu però, non potevi trovartene uno vero? Scrivere cose per far ridere? Di questi tempi poi? Ma anche in altri tempi, insomma… ), la vita sociale (davvero ne facevi?), la salute, gli affetti: questa pandemia ha messo in discussione tutto.

Prendiamo me, non per egocentrismo ma perché sono la persona che mi conosce meglio: sono finito a Palazzo Chigi quasi per caso e adesso mi ritrovo a gestire la più difficile crisi nazionale dai tempi della guerra. Non sono forse la cosa più vicina al protagonista di uno di quei film, spesso americani, in cui un emerito sconosciuto finisce per salvare il mondo? È questo, il mio viaggio dell’eroe? Se dai un’occhiata ai diagrammi derivati dal Vogler non puoi avere dubbi: sono proprio io. Ogni ondata della pandemia è una soglia? La prova suprema (una mozione di sfiducia?) è ancora da compiere o l’ho già superata? L’elisir è forse il vaccino? Domanda difficili, almeno finché il viaggio è in corso.

Ma una domanda necessita una risposta, caro Cristiano: in questo viaggio dell’eroe che mi vede protagonista, tu che ruolo vuoi avere? Vuoi essere l’antagonista, probabilmente vestendo gli abiti di un leader negazionista che mi ostacola diffondendo fake news e aizzando le folle al non rispetto delle norme anti Covid? O vuoi essere un guardiano della soglia, duro ma benevolo, che intende mettere alla prova i cavilli di ogni DPCM per assicurarsi che davvero posso diventare il campione di questa terra martoriata? Oppure vuoi essere la spalla divertente, un po’ giullare un po’ amicone, goffo ma dal cuore d’oro, che spezza la tensione nei momenti difficili e trova persino la soluzione geniale quando nessuno se l’aspetta?

A questa domanda, caro Cristiano, devi rispondere tu. Fai in fretta, perché lo storytelling attende. E con esso l’Italia.

Un caro saluto dal tuo campione, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana,

G.

ps. il ruolo di mentore se l’è già preso Casalino, non potevo dirgli di no.

 

 

 

 

Sia sanificato il tuo nome

In un confessionale qualunque. (va bene anche uno di quelli dei reality show, tanto ormai)

Da quanto non ti confessi, figliolo?
Eh, saranno anni luce…
Ma che dici?
Nel senso che è tanto tempo.
Appunto, l’anno luce è una misura di spazio.
Non ho capito.
L’anno luce…
Eh…
È come dire metri o chilometri. È una misura di spazio, non di tempo. In pratica è lo spazio che percorre la luce in un anno… sono quasi novemila e cinquecento miliardi di chilometri.
Wow. Ci si fa il giro della Terra.
Beh, se ne fanno tanti di giri della Terra, con quei chilometri.
Addirittura.
Allora, la circonferenza della Terra è intorno ai quarantamila chilometri… novemila miliardi e cinque diviso quarantamila… aspetta che uso la calcolatrice del telefono…
Glielo faccio io sul mio?
No, no, sto facendo…
Ho un iPhone… magari fa prima…
Ecco, diciamo duecentoquaranta milioni di giri attorno alla Terra… circa… all’anno. Sono… aspetta… sono seicentocinquantamila giri al giorno, più o meno.
E quanti all’ora?
All’ora sono… ma tu figliolo non eri venuto per confessarti?
Sì. Cioè, so.
So? Non ho capito.
Né sì né no. So.
Si dice ni.
Pensavo si dicesse anche so. Sa, una lettera di qua e una di là…
Però so non si usa. Si usa ni.
Ok.
Quindi, vuoi confessarti o no?
Ni.
E fin qui…
Più che altro volevo chiederle una cosa…
Sentiamo.
Il Covid l’ha mandato Dio?
Eh? Nel senso che è una punizione divina?
No, niente punizione. Nel senso… visto che Dio ha creato il mondo, avrà creato lui pure il Covid.
Mh. Diciamo che è più complicato di così.
Quindi l’ha mandato Dio o no?
Ni.
Ni?
So.
Ah, ok.
Figliolo, hai dei peccati da confessare per caso? Perché avrei…
Ho un’altra domanda.
Dimmi, ma cerchiamo di fare in fretta, ho un funerale alle quattro.
Voi preti state facendo qualcosa per questo Covid?
In che senso? Assistenza sanitaria, dici? No, però stiam…
No… nel senso, state pregando per farlo andare via?
Beh, sì, certo. Preghiamo per la salute delle persone, preghiamo per gli ammalati, preghiamo per…
Non è che state sbagliando preghiere?
Come?
Non si offenda eh. Però dico, state pregando bene, sì?
Non capisco cosa vuoi dire.
Usate le preghiere giuste? Non è che dite le parole sbagliate…
Usiamo le preghiere di sempre.
Guardi, io non voglio insegnare il lavoro a nessuno, ma non è che servono delle preghiere nuove, speciali? Che ne so, più potenti…
No, le preghiere sono giuste.
Perché boh, mi pare che i risultati…
Scusa?
Forse pregate troppo piano…
Ma cos…
Forse bisogna gridare. Sa, tipo PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI…
Cosa gridi?!
Era per fare un esempio.
Cosa c’entra il volume con la preghiera?
Boh, faccio delle ipotesi… non c’è mica bisogno di arrabbiarsi. Che ne so io quant’è lontano Dio, magari è a ummilione di anni luce, e se non urli niente da fare.
E sì perché Dio è duro d’orecchi.
Dico solo che è distante.
Dio è ovunque. E le preghiere si possono anche solo pensare.
Cioè basta il pensiero? Come per i regali.
Ma c…
Comunque ho capito.
Ah sì?
Sì, ho capito che anche voi preti state messi come tutti.
Cioè?
Cioè non ci state capendo un cazzo nemmeno voi.
Figliolo!
Mi scusi, m’è sfuggito.
Sono dieci avemarie.
Ma se non mi sono nemmeno confessato.
Per la parolaccia.
Ah, ok. Mi pare giusto.
Ora devo proprio andare.
Anch’io. Grazie per le risp… per le sue parole.
A proposito.
Dica.
C’è lì lo spruzzino con un rotolo di carta. Dai una disinfettata, che con questo Covid meglio stare attenti.

Il cielo sfrecciato sopra di me

Sopra casa mia ci passano gli aerei. Lo so, passano sopra le case di tutti, ma di solito lo fanno a qualche migliaio di metri di altezza. Sopra casa mia invece gli aerei passano molto bassi, perché stanno atterrando all’aeroporto Marconi, che dista in linea d’aria 4 chilometri. Non so esattamente a che altezza mi sorvolino, ma dal mio quinto e ultimo piano vedo la loro pancia bella grossa, e vedo bella grossa anche la loro ombra passare sui tetti dei palazzi attorno, quantomeno quando il sole è in una certa posizione. Oltre a vederli molto bene, gli aerei che stanno per atterrare al Marconi li sento anche molto bene. Non è un caso se in quei grafici in cui si mettono in fila le cose che producono più rumore gli aerei stiano sempre in fondo, appena prima di un concerto metal. Li sento così bene che d’estate, con le finestre aperte, se sto guardando una serie TV il rumore non copre solo i dialoghi, copre pure i sottotitoli.

Da quasi tre mesi però, questo fastidiosissimo e fin troppo frequente baccano è svanito. La pandemia ha praticamente azzerato il traffico aereo, e quindi il rumore. Il virus ha fatto anche cose buone, direbbe qualcuno. Certo, si tratta – anche solo limitandoci al drastico calo del traffico aereo – di una vera e propria catastrofe economica e turistica. “But maybe”, senza tutto quel rumore si vive meglio. Scusate l’egoismo.

E proprio perché mi sono abituato al silenzio (anzi, diciamo alla diminuzione del fracasso, perché comunque tutt’attorno ho la città che rumoreggia) e da quasi tre mesi non sono più vittima di aerei che frenano proprio sopra il tetto di casa, quando qualche ora fa ho sentito un gran putiferio aereo mi sono detto Ecco, si ricomincia. Allora sono andato alla finestra pensando Che due coglioni, e ho guardato fuori. Erano le Frecce tricolori.

Belle, certo. Ma se ne andassero a casa loro a fare tutto ‘sto casino. E che cazzo.

 

Uno sketch mai nato che sta per realizzarsi

Qualche anno fa, non ricordo esattamente quando, ho avuto un’idea per uno sketch, anzi, per una serie di sketch che si sarebbe dovuta intitolare “Se i nazisti avessero vinto” o qualcosa del genere. L’idea di partenza era quella classica di molte distopie (ucronie, per la precisione): i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e adesso, almeno in Europa, comanda Hitler. Noi, divenuti cittadini del Reich, siamo vittime di un regime autoritario in cui ogni atto ribelle o anche solo non ortodosso è punito con severità estrema. Tutti viviamo nel terrore.

Lo sketch faceva solo un piccolo salto in avanti rispetto a questo punto di partenza: la follia nazista era portata agli estremi, includendo negli atti “non ortodossi”, e quindi severamente puniti, molti normalissimi eventi di cui siamo attori quotidianamente. Nel primo sketch della serie immaginavo questa situazione: un uomo cammina sul marciapiede, in una via in cui i segni del dominio nazista sono ben evidenti (bandiere, manifesti ecc). All’improvviso si sfrega il naso un po’ preoccupato, ma poi continua senza ulteriori tentennamenti. A un certo punto entra in un caffè (senza fare splash). Dentro ci sono quattro o cinque clienti, uno al bancone, altri ai tavolini. Alla TV c’è un notiziario che racconta qualche successo del regime; scorrono immagini di un Hitler soddisfatto. L’uomo chiede un caffè, il barista inizia a prepararlo. Tutto d’un tratto l’uomo starnutisce. Cale il gelo. Il barista si volta, ammutolito, con gli occhi spalancati. Il tizio al bancone si allontana lentamente. Uno dei clienti che era seduto al tavolino esce di corsa dal bar, quasi cadendo per la foga. Il protagonista è terrorizzato, si volta a guardare il barista e l’altro cliente ma non trova le parole da dire. Fuori dal bar si sente una frenata. Un furgone delle SS è arrivato sgommando. Escono di corsa tre soldati, uno dei quali gridando ordini in tedesco. Entrano nel bar e afferrano lo starnutitore con violenza. Quello grida delle scuse, dei non volevo. Lo trascinano fuori, lo tirano nel furgone, salgono e ripartono sgommando come sono arrivati, il tutto nell’arco di pochi secondi. Si può chiudere (penso adesso) con l’inquadratura del muro fuori dal bar, su cui è affisso un manifesto che richiama al rispetto delle regole del Reich. Più o meno: “Ricorda, cittadino: starnutire è un reato punibile con la deportazione. Se conosci qualcuno che ha starnutito, denuncialo!”. Fine.

Era da un pezzo che non ripensavo a quest’idea, che non è mai stata realizzata. Poi, oggi, ho letto dell’istituzione degli assistenti civici, e mi è tornata in mente.

Il più furbo di tutti

Il più furbo di tutti prima o poi arriva. Sempre.

Il più furbo di tutti è quello che trova il modo di farsi beffe della norma, di aggirarla con un colpo di genio che – chissà perché – ha avuto solo lui.

Vittima di una forma particolare dell’effetto Dunning-Kruger, il più furbo di tutti si stupisce a gran voce che a una soluzione così ovvia non sia arrivato nessuno, ma lo fa solo per sottolineare quanto siano scemi tutti gli altri.

Il più furbo di tutti arriverà anche questa volta, lo so. Ed è questo il motivo per cui ogni mattina scorro con trepidazione i colonnini dei giornali online, in attesa di un titolo che più o meno dica così: “Per evitare d’indossare la mascherina se la fa tatuare in faccia”.

Luoghi comuni: un piccolo aggiornamento

Un luogo comune è un’affermazione comunemente accettata, una frase fatta che ci finisce in bocca già pronta per l’uso e che abbiamo tratto da un repertorio polveroso di opinioni reiterate e abusate, senza più alcun nesso con la realtà, diffuse da un individuo all’altro senza interferenze critiche come una specie di balbettio sociale. Un luogo comune è quello che diciamo quando ci sarebbero mille cose da dire, precisare, approfondire, analizzare e controbattere, ma non ne abbiamo voglia, perché abbiamo fretta, perché il nostro interlocutore non merita tale sforzo, perché a furia di usare i luoghi comuni pensiamo anche per luoghi comuni, e allora è proprio l’unica cosa che sappiamo dire, e ce la caviamo così, nel peggiore dei modi, con uno stereotipo.

Per citarne alcuni: non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i giovani non hanno più voglia di fare niente, non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ma la lista dei luoghi comuni potrebbe continuare per un bel po’.

Questa lista però va ora aggiornata. Alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi mesi, infatti, credo sia giusto innalzare (anzi, abbassare) a luogo comune un’affermazione che abbiamo detto e sentito dire chissà quante volte, e che ha circolato a lungo e ovunque sotto le mentite spoglie di verità autoevidente.

Diamo quindi il benvenuto nella famiglia dei luoghi comuni a: “la sanità lombarda è la migliore d’Italia”.

60 milioni di tu

L’unica conferenza stampa di Conte che accetteremmo tutti senza critiche, suonerebbe più o meno così:

Proseguiamo in ordine alfabetico… Adesso c’è Micucci Cristiano. Allora, Cristiano, domani verso le 14.50 ti chiamiamo per chiedere se vuoi fare qualche test, il sierologico o il tampone, decidi tu, quello che ti fa stare più tranquillo. Risposta in giornata. A seconda dell’esito poi decidiamo insieme. Poi, per la mascherine nessun problema, domattina te le ritrovi nella cassetta della posta, intanto una decina di chirurgiche, quando le hai finite chiami il numero che fra poco ti mandiamo su WhatsApp e sei a posto. Se vuoi quelle in tessuto lavabili specifica il colore mi raccomando. Per la questione del ritornare a trovare i tuoi, che non vedi da mesi e sono in un’altra regione, dacci qualche giorno e ti facciamo avere una macchina sanificata col Telepass e il pieno. Se hai preferenze per il modello ce lo dici su WhatsApp a quel numero che ti dicevo. Tre giorni ti bastano? Che poi l’auto serve a… aspetta che controllo… Luigi Gualdrappi… Non fumarci dentro che a Luigi dà fastidio tantissimo l’odore di fumo… Ah, non cambiare le memorie dell’autoradio; questione tecnica che non ti sto a spiegare. Per quanto riguarda i sussidi in attesa che il lavoro riparta, fatti due conti e dicci quanto pensi ti possa servire… Per il lavoro in sé vediamo di organizzarci. Sei in un settore un po’ sfortunato, sai, le robe che implicano un pubblico sono parecchio incasinate… ma vedrai che qualcosa ti troviamo. Adesso come adesso potrei offrirti solo un posticino da social media manager… mi rendo conto che non è il massimo, però se intanto vuoi tenerti occupato… Chissà, può darsi pure che ti piaccia. Scherzo, naturalmente. Cos’altro? Ah, quella camicia a quadri con la macchia sul polsino, prova a metterla a bagno in acqua tiepida qualche ora con del detersivo per delicati. Sennò prova col limone sfregato direttamente sulla macchia. Mi pare tutto. Se hai qualche domanda o dubbio, scrivici in chat, come sopra. Non mandarci vocali per favore, che lo sappiamo che lo fai spesso ultimamente, però a noi serve il testo per farlo elaborare da… scusa, questioni tecniche, non ti sto ad annoiare oltre. Buona serata Cristiano, tieni duro.

E via così, per tutti i 60 milioni che siamo.

Carta irriciclabile

Non compro spesso quotidiani in edicola, e ancora meno spesso in ferramenta, dove vi sconsiglio di recarvi se cercate appunto quotidiani ma anche magazine, riviste e giornali. Non ce li hanno proprio, inutile insistere. E anche quelle viti particolari che vi servono, quasi sempre “arrivano domani”. Oggi però, sull’onda della necessità e della voglia di uscire di casa per testimoniare su Facebook qualche assembramento o qualche condotta poco consona alla fase 2, sono andato in edicola.

Arrivato al classico chiosco, mi sono messo in coda rispettando sia la distanza sociale sia quella emotiva, e quindi non ho avviato relazioni sentimentali con nessuna delle tre persone che mi precedevano. Quand’è arrivato il mio turno, sempre tenendomi a debita distanza dall’edicolante, e quindi urlando, ho chiesto Tette sfrontate, Orgasmi compulsivi, Sorrisi e Cazzoni e Limes, solo per nasconderci dentro (questo invece chiesto a bassa voce) Libero, quotidiano vicino a Lord Voldemort.

Non avendo mai comprato Libero prima d’ora, solo oggi ho scoperto che:

  1. non si tratta della stampa della homepage del sito Libero.it;
  2. il sottotitolo di Libero non è “di pubblicare qualunque cazzata ci passi per la testa”;
  3. che non solo i titoli in prima pagina hanno toni violenti, ma proprio il quotidiano in sé ringhia, abbaia, sbava e va portato fuori almeno tre volte al giorno sennò vi piscia in casa.

Questa sua anima feroce ha causato anche momenti di tensione quando, tornando a casa, sono passato davanti a un ristorante africano e Libero ha cercato in tutti i modi di mandarne in frantumi la vetrina. Per fortuna che Limes sa il fatto suo.

Una volta a casa, ho provato a leggerne qualche pagina, ma mi sono dovuto arrendere perché non ho grande dimestichezza con la lingua di Mordor. L’intervista all’Occhio di Sauron però prometteva bene.

A quel punto, ritrovandomi con un quotidiano nuovo che non avrei mai letto, ho pensato di riciclare Libero per altri utilizzi, ma non è andata bene. Con la prima pagina del giornale ho fatto la classica barchetta di carta, solo che appena l’ho messa in acqua nella vasca ha attaccato, speronato e affondato due paperelle. Con un’altra pagina ho fatto il tipico cappello da muratore, ma invece di ritinteggiare la cucina ho costruito un muro anti-immigrati in salotto. Un’altra pagina l’ho usata con  l’alcol per pulire lo specchio del bagno, ma mi è rimasto un alone che recita “benvenuto nel sovranismo”.

Alla fine ho rinunciato e ho usato Libero come fondo per la gabbia dei miei pappagallini.

Ed è così che mi sono beccato una denuncia dalla LIPU.

 

Grazie, Lombardia

Da un paio di mesi ho trovato un modo fantastico per sviare qualunque tipo di discorso o di responsabilità: mi gioco la Lombardia.

Se per esempio in una conversazione mi trovo messo all’angolo da un’affermazione del tipo “c’è da portare giù l’umido” o “sei ingrassato, forse dovresti metterti a dieta”, corro subito ai ripari così: stringo gli occhi fino a ottenere uno sguardo pensieroso e preoccupato e dico “che casino in Lombardia”. Tanto basta per riportare nei loro comodi abissi quei pericolosissimi temi e portare il dialogo altrove.

Oppure, quando mi viene rivolta un’ingiusta accusa del tipo “hai finito tutto il banana bread!”, immediatamente metto su un’espressione sdegnata, prendo il telefono in mano  e dico “ecco, guarda qui, in Lombardia sono tutti in giro”, mostrando il video (con l’audio a zero) di un concerto qualunque tenutosi a Wembley negli anni ’90.

O ancora, se torno a casa e mi viene rivolta la domanda “hai preso le mascherine in farmacia?”, domanda che mi ricorda che no, non sono passato in farmacia a prendere le mascherine, però sono passato in edicola a comprare l’inserto speciale Gattini e micetti nell’orto, del mensile La rivista dei gattini e dei micetti in vari luoghi, ma questo non è il caso di dirlo in quel momento, prontamente replico che sì, sono passato in farmacia, ma niente da fare, le mascherine non si trovano, non arrivano, ne stavano aspettando due milioni, dovevano arrivare ieri, invece sai chi si è messa in mezzo e se le è accaparrate tutte? La Lombardia. Perché loro dicono che ne hanno più bisogno, perché devono andare a lavorare, e sui navigli ad assembrarsi come dice ogni giorno Repubblica, e sui monopattini elettrici bevendo cocktail tipici della Terra del fuoco serviti in una busta di mater-bi mentre fanno una call per il briefing sull’asporto iraniano migliore in zona Porta Genova che non è tanto il cibo che alla fine fa cacare ma vuoi mettere l’esperienza?
E il gioco è fatto.

E quindi grazie, Lombardia. Grazie per risolvermi queste situazioni.

Adesso, per un po’, ce la prendiamo con te.

Niente di personale.

 

 

 

I believe I can believe

La cura a base di plasma che nessuno vuole raccontarvi. Il ruolo del 5G nella diffusione della Covid. Il virus uscito dal laboratorio cinese dov’era stato fabbricato apposta per farlo uscire dal laboratorio. Il virus già in circolazione in autunno, anzi no nel 2018, anzi no a Giochi senza frontiere dell’89, anzi no ne parlava già Ippocrate, anzi no hanno trovato uno scheletro di virologo risalente al Cretaceo.

E così via, ad libitum.

A volte mi verrebbe da redarguire o spernacchiare (in molti lo fanno) coloro che pubblicano e diffondono storie del genere. Poi però mi torna alla mente l’articolo 19 della Costituzione:

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Insomma, in Italia c’è la libertà di culto, quindi siamo liberi di credere in qualsiasi narrazione indimostrabile, se ci fa sentire meglio. E di propagandarla, a meno che non lo si faccia nudi o indossando una t-shirt con la faccia di Renzi.

Certo, di tale libertà sarebbe meglio non approfittarne troppo. Ma questo nell’articolo 19 non è specificato.