Da Renzi in poi

bart

Non bisogna sottovalutare la grande opportunità che ci è offerta dal governo Renzi. Esso possiede infatti alcune peculiarità che ne fanno un naturale punto di (ri)partenza per una nuova grande stagione democratica.

Innanzitutto non l’ha votato nessuno. Le nostre solite croci ce le siamo tenute, senza apporle su alcuna scheda elettorale. Un classico esempio di democrazia diretta dall’interno. Il potere è passato di mano finché non ha trovato un ricettacolo accogliente. Se non fosse una specie di gigantesca truffa sarebbe quasi una roba spirituale.

Poi, da più parti si sente ripetere che questo governo è una sorta di spartiacque. Per per anni non è successo niente, in termini di azione politica, e in pochi istanti è successo di tutto. Sembra di essere entrati veramente nel post-berlusconismo. Linguaggi nuovi, proposte nuove, facce nuove. Anche se non è proprio verissimo, sembra esserlo, che in Italia già basta. Fatto sta che qualcosa di nuovo c’è. Magari è peggio di prima, ma questa è un’altra questione.

Queste due qualità fanno del governo Renzi il punto spaziotemporalmente deputato a un cambio di passo, uno switch, che è una vera rivoluzione copernicana.

Abbiamo l’occasione di riformare quel vecchio e scrostato pilastro che si chiama voto. Possiamo finalmente risolvere il più grande paradosso dei sistemi democratici, e cioè il voto a priori, l’elezione basata sulle promesse e non sulla concreta azione di governo. Così com’è ora è una scommessa, non un voto.

A scuola vi davano forse il voto prima dell’interrogazione?

Da questo momento, da Renzi in poi, il voto non sarà più una speranza, un salto nel buio. Si tratterà di una seria valutazione dell’operato. Le elezioni non saranno più un lancio di dadi, ma un concreto approvare o bocciare coloro che hanno governato fino a quel momento, e che, se lo meritano, saranno confermati alla guida del Paese. Altrimenti si cambia. E alle prossime elezioni si valuteranno quegli altri e il loro lavoro. E così via.

Come periodo storico, si potrebbe chiamarlo Soddisfazionismo.

In America sono tantissimi, anzi tutti

Ultimamente mi capita sempre più spesso di leggere, sulle copertine dei libri, sulle fascette di carta che tante volte ci mettono attorno, sui giornali, su internet, “uno dei maggiori scrittori americani”, o “uno dei più grandi”, o “uno dei migliori”, tutte le volte riferito a scrittori diversi.

Allora forse è questo, il sogno americano: tutti sono i maggiori, tutti sono i grandi, tutti sono i migliori. E tutti sono contenti.

Un brutto cavallo

Ci ho messo un po’ ad accorgermi che oggi è la giornata mondiale della poesia. Così, per rimediare, anche se di poesia ormai leggo più poco (a quell’età in cui tutti ci si sente un po’ poeti, invece, un po’ ne leggevo, e qualcuna addirittura ne ho scritta, poi il pianto accorato delle Muse mi ha distolto dall’impresa), voglio citare alcuni versi di una delle poesie più belle che mi siano capitate: “un cavallo da 340 dollari e una puttana da cento”, di Charles Bukowski:

… e qualche volta
quando guardi queste puttane queste puttane da cento dollari
qualche volta ti domandi se la natura non ha scherzato
a regalare tanto petto e tanto culo e la maniera
in cui sta tutto insieme, tu guardi e guardi e
guardi e non ci credi; ci sono le donne qualsiasi
e poi c’è qualcos’altro che ti fa venire voglia
di sfondare quadri e spaccare dischi di Beehtoven
sul coperchio del cesso…

e che finisce così:

e tante grazie a un brutto cavallo
che ha scritto questa poesia.

Che fàtica

Nadir

Allora, leggendo un libro di David Foster Wallace che s’intitola Una cosa divertente che non farò mai più, a un certo punto, all’inizio del capitolo 13, ho trovato scritto così:

Ogni sera, l’addetta alle pulizie del corridoio 10, Petra, quando viene a rifare il letto, vi lascia sul cuscino – insieme all’ultimo cioccolatino alla menta del giorno e alla cartolina della Celebrity che vi augura sogni d’oro in sei lingue – il Nadir Daily del giorno successivo, un fatico surrogatino di quotidiano, quattro pagine di pergamena bianca a caratteri blu.

E quando sono arrivato a “fatico” – che ho letto fatìco, la prima volta, invece è fàtico – subito ho pensato a un refuso per “fatidico”, che come significato ci sta benissimo, poi però sono andato a cercare sul dizionario, e ho scoperto che esiste la funzione fàtica del linguaggio, che sarebbe quella parte della comunicazione che serve unicamente a stabilire, mantenere, verificare o interrompere la comunicazione stessa, e che detto così non si capisce, ma in pratica è quando diciamo “Pronto?” al telefono, o “Uno, due, tre, prova” a un microfono.

Così, leggendo questi esempi, ho capito che Paolo Nori, quando nei discorsi pubblici inizia dicendo “Si sente se parlo così?”, utilizza la funzione fàtica del linguaggio.

Che è una cosa che se uno gliela va a dire, secondo me, lui nemmeno la sapeva.

Progresso

Non si può fermare il progresso, si dice spesso. Certo, è più o meno una frase fatta, e di sicuro non è da prendere alla lettera: se un enorme asteroide cadesse sulla Terra, uccidendoci tutti, il progresso si fermerebbe eccome. Se invece terminassero certe risorse primarie, come per esempio il caffè, il progresso continuerebbe, ma molto più lentamente.

Bisogna però ammettere che dire “non si può fermare il progresso” non depone molto a favore del progresso: significa che quello procede nella sua corsa inarrestabile perché non riesce a fermarsi, cioè non riesce a trovare un modo per farlo, nonostante sia il progresso stesso.

Oppure, se uno è d’indole teleologica (che non pare, ma di teleologici è pieno il mondo), può pensare che il fine ultimo del progresso sia trovare il modo per fermarsi. Nel senso che il progresso prima percorre tutto il suo cammino, poi, alla fine, per chiudere la sua lunga carriera, trova la maniera per arrestarsi. Così, completo com’è, concluso, termina. È una soluzione un po’ cavillosa, ma quando c’è di mezzo l’arresto si fa così. Chiedetelo a qualsiasi avvocato.

Se poi siete più tipi da “l’amore è per sempre” e “un diamante è per sempre” (ma non arrivate a concludere l’ovvio sillogismo), allora anche il progresso è per sempre, infinito. Immaginatelo fra miliardi di miliardi di anni, in un universo freddo, desolato e buio, che continua disperatamente a porsi sempre la stessa domanda: come diavolo ci si ferma?

Fubalino

Avevo un coinquilino di Cremona che quando doveva dire calcio balilla non diceva calcio balilla, diceva fubalino. Io, che lo chiamavo biliardino, quando sentivo dire fubalino mi scappava sempre da ridere, perché era una parola buffa. Poi pensavo anche che era strano, quel mio coinquilino, a chiamarlo così, il biliardino.

Invece, ripensandoci bene, fra lui, che lo chiamava piccolo football, e me, che lo chiamavo piccolo biliardo, lo strano ero io.