Casi referendari

Per dire, un signore di nome Silvano all’inizio aveva deciso di votare sì. Poi, col passare dei giorni e dei mesi, aveva cambiato idea, e infine aveva scelto no. Silvano, che inizia con il Si e finisce con il no.

C’era un altro, il nome non si sa, che pur di votare sì era pronto a votare sì. Così diceva.

Una signora di Lugo pensava che votare sia sì che no fosse la cosa più giusta da fare, visto che c’erano sia pro sia contro.

C’era una che diceva a tutti che avrebbe votato no, poi in cabina votò sì. E mentre votava, fuori sentivano che ridacchiava.

Uno era talmente poco convinto del no che votò sì. Un altro era anche lui talmente poco convinto del no che votò no. A volte basta un attimo di distrazione.

Un tizio di Sulmona era stato minacciato dalla moglie: “Se voti sì non ti faccio più la pasta e fagioli che adori”. Infatti poi aveva votato no, per sicurezza.

Uno aveva deciso di astenersi, l’avevano trascinato a votare per forza. Aveva provato pure a fare resistenza, a scappare, ma con la sedia a rotelle non aveva più lo scatto di una volta.

Uno aveva detto al figlio: “Io voto no, tu voti no. Funziona così”. Il figlio aveva risposto: “Ho 16 anni, non voto. Funziona così”. Niente paghetta per un settimana.

Una sulla scheda voleva scrivere le motivazioni della sua scelta, ma era un discorso lungo e alla fine aveva fatto un disegno, anche niente male.

Uno di Marotta aveva chiesto al prete cosa fare, perché aveva dei dubbi. “C’ho capito poco”, aveva risposto il prete. Poi gli aveva detto di affidarsi al Signore. Quel tipo di Marotta poi si era astenuto.

C’era un gruppo di amici, era la prima volta che votavano, ne avevano già le scatole piene. “Se è sempre così”, aveva detto uno con gli occhiali, “mi sa che smetto presto”.

Una voleva votare a casa, aveva anche chiamato l’ufficio comunale per chiedere, ma le avevano detto che si poteva solo in caso di persone inferme, che non si potevano muovere. Lei aveva risposto che faceva tutti i giorni 10 chilometri a piedi.

Uno votava all’estero. Ci aveva pensato a lungo, aveva deciso qual era la scelta migliore e poi aveva votato l’altra. Perché tanto comunque lui non voleva tornare.

Un bambino di 5 anni aveva insistito talmente tanto che l’avevano fatto votare, anche se per finta. Aveva votato “BILLI”, che era il suo pupazzo preferito.

Uno sulla scheda aveva scritto “TRAMP”. Era abbastanza convinto, oltretutto.

Una era invischiatissima nel no, faceva propaganda, portava i volantini, stava ai gazebo, andava agli incontri, poi il 4 aveva la febbre a 39.

Uno era talmente schifato dal tifo da stadio che invece di andare a votare era andato alla partita.

Uno aveva deciso che era l’ultima volta che votava, e infatti aveva scelto il no, simbolicamente.

Un tizio di Siracusa aveva dei forti dubbi, come su tutto.

Una signora di Vieste aveva deciso di andare a votare solo perché le era rimasto un solo timbro da mettere sulla tessera, e così non ci pensava più.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine si era astenuto, perché non si può votare quello che non si capisce.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato no, perché voleva dire che stavano cercando di fregarlo.

Uno si era letto per benino tutta la riforma. Non ci aveva capito un cazzo. Alla fine aveva votato sì, perché tanto se lo volevano fregare lo fregavano comunque.

Uno era convinto si votasse il 5.

Una signora era arrivata al seggio col cane, aveva chiesto se poteva votare pure lui. “Tanto ormai”, aveva detto.

Un tizio a Cremona si era presentato all’ultimo secondo. Voleva proprio votare per ultimo, perché, diceva, “Pensa se voto no e il no vince per un voto. L’ho fatto vincere io!”. “E se invece col tuo voto li fai pareggiare?”, gli avevano chiesto. Lui era rimasto un po’ lì sulla soglia del seggio, poi era andato a casa.

Una signora di una certa età aveva chiesto consiglio a sua figlia. Anche lei a sua volta aveva chiesto consiglio a sua figlia, che poi era la nipote della signora di una certa età. “È complicato”, aveva detto la ragazzina.

Uno invece aveva chiesto consiglio al gommista, mentre quello gli cambiava le gomme. Il gommista gli aveva fatto tutto un bel discorso chiaro e articolato sulla riforma, sui pro i contro e i dubbi che circolavano, e alla fine gliel’aveva messo in conto.

Uno aveva deciso subito, mesi prima, che il no era meglio del sì, solo che quando aveva aperto la scheda, in cabina, era passato talmente tanto tempo che si era dimenticato, e aveva votato sì, però a caso.

Uno al bar diceva sempre che non è il caso di chiedere ai cittadini una roba così complicata, poi ordinava un cappuccino in vetro tiepido con poca schiuma niente cacao e se ci scappa un disegnino sopra.

Uno si era informato talmente tanto che era morto. Ma non è certo che fosse quello il motivo.

Una aveva tutte le amiche che votavano no, lei voleva votare sì, e non sapeva se doveva votare no o cambiare amiche.

Un signore di Mantova pensava si dovesse pagare, per votare. Quando gli hanno detto che no, non si paga mica, ci è andato anche volentieri.

Uno diceva che non era andato a votare, ma venne fuori che qualcuno l’aveva visto entrare al seggio.

Un signore di Alessandria diceva che il suo partito diceva di votare no. “Che partito?”, gli avevano chiesto, e lui aveva risposto. Quel partito non c’era più da vent’anni.

“Tu voti?”, avevano chiesto a una signora di Gorizia, “Quand’è il caso”, aveva risposto.

Uno si era deciso: “Se piove voto no, se c’è il sole voto sì”. Era variabile.

Uno sulla scheda aveva scritto “Adesso però basta eh”.

Un signore di Todi aveva votato no. Poi dopo mezz’ora si era ripresentato dicendo che nel frattempo aveva capito alcune cose e aveva cambiato idea, e se c’era modo di modificare il suo voto, tanto era passato così poco tempo che la sua scheda si trovava facilmente, nell’urna.

A una signora di una certa età avevano chiesto “Cosa voti?”, e lei aveva detto “Stagnozzi”, che era il sindaco di quando era giovane.

Uno era andato a votare convinto, solo che dopo venti minuti non aveva trovato parcheggio e allora niente, era tornato a casa.

Uno in un paesino si era recato al seggio e gli avevano chiesto il documento. “Ma non mi riconoscete?” aveva chiesto al presidente, al segretario, agli scrutatori. “No”, avevano detto quelli. Allora era tornato a casa, perché non aveva documenti con sé, ed era ritornato al seggio. “Ah, ma certo!”, aveva detto il presidente, dopo aver visto la foto sulla carta d’identità.

Referendoom

Non ci vuole molto per capire che, indipendentemente dal risultato del 4 dicembre, abbiamo già perso tutti.

Ha già vinto invece il potere. Il quale, tra le tante altre cose, è l’arte di convincerci che le persone sono divise in fazioni.

(e se quando avete letto “potere”, qui sopra, avete pensato a un politico in particolare, direi che ci è proprio riuscito)

Il signor Paternazzi al referendum

Il signor Paternazzi è nella cabina elettorale. Dentro e fuori la cabina in questo momento è il 4 dicembre 2016, giorno del referendum sulla riforma costituzionale. Che è poi il motivo per cui Paternazzi è nella cabina. Tutto quindi appare piuttosto regolare.

Sono le 8.43, Paternazzi è andato sul presto un po’ per evitare code un po’ perché è una bella domenica di sole, e una passeggiata in montagna prima di pranzo ci sta bene. Ha la matita copiativa in mano, il foglio col quesito referendario aperto davanti a sé. Sta per tracciare una croce.

Lo ferma una specie di rapidissimo lampo che illumina le pareti della cabina elettorale. Per un attimo pensa a un’esplosione, al terrorismo, alle robe dei telegiornali, ma capisce subito che non è scoppiato niente. Tutto è rimasto intatto, solo che adesso accanto a lui c’è un tizio. Paternazzi più che spaventato è confuso. Non si può mica entrare in cabina quando c’è un altro, è il regolamento. Almeno così gli pare. E poi non capisce da dove sia sbucato fuori. Forse dalla luce, ma che stranezza. Lo guarda curioso e per prima cosa nota che ha uno stile di abbigliamento che gli piace.

Poi Paternazzi guarda in faccia questo tizio comparso dal nulla e trasecola. Paternazzi, c’è da credergli, non aveva mai trasecolato in vita sua, ma questa volta proprio non riesce a trattenersi, e allora trasecola. Il tizio, detta in breve, è lui stesso. Non proprio lui identico, ma è lui. Lui Paternazzi, nel senso.

Un po’ più vecchio, un po’ più magro, con questa barba leggera, bianca, non troppo lunga. Gli sta proprio bene, dovrebbe provarla. Porcatrota!, comunque, è proprio lui! Sta per chiedergli e quindi chiedersi che diavolo succede, chi è (cioè, lo sa chi è, in un certo senso, ma gli viene proprio da chiederglielo), cosa succede, com’è arrivato lì. Ma il tizio, l’altro Paternazzi, parla prima.

«Non ho molto tempo. Da un momento all’altro potrei sparire in un lampo di luce, quindi ascoltami attentamente. Già hai intuito che tu e io siamo la stessa persona. Sono qui per avvertirti. Lo so che in questo momento ti appare tutto folle, ma devi fidarti di me, anzi, di te stesso. Io vengo dal futuro, un futuro neanche troppo lontano, e ho visto le conseguenze della tua scelta. Conseguenze tragiche, catastrofiche, che non ci hanno lasciato scampo. L’unico modo per evitare questa tragedia è cambiare il passato, per questo sono qui. Molti sono morti per farmi arrivare fino a te. Per concedermi questi pochi istanti. Ti prego, salvaci, vota… », e in un lampo simile al precedente il Paternazzi del futuro scompare.

Paternazzi, quello del presente, è lì immobile, nella cabina elettorale tornata normalmente affollata. La matita copiativa sempre in mano. È ancora voltato verso quel suo viso un po’ più anziano che non c’è più. Gli stava davvero bene un po’ di barba.

Porcatrota!, pensa Paternazzi, non ho mica capito cosa devo votare. Ero già indeciso prima, figurati adesso. Possibile poi che basti il mio voto per fare quel gran casino? Mi pare strano. Oppure sono tornati tutti indietro dal futuro, in ogni cabina elettorale, e hanno fatto lo stesso discorso. Oddio, magari gli altri l’hanno detto subito, cosa toccava votare. Io ho questo problema che mi dilungo, e infatti non ho fatto in tempo a dirmelo. Adesso che lo so, quando torno indietro nel tempo fino a qui me lo dico subito, cosa devo votare, e risolvo il problema. Intanto però, cosa voto? Sì o no? Mh.

Ci riflette un po’ su, Paternazzi.

Però scusa, pensa poi Paternazzi, uno vale l’altro, tanto se è la scelta sbagliata prendo, torno indietro nel tempo, vengo qui e mi dico cosa votare. Me lo dico subito però, poi faccio il discorso. Ci sto bene attento, ché lo so che ho questa tendenza a farla lunga, invece di arrivare dritto al dunque.

Paternazzi traccia una croce, chiude la scheda e esce dalla cabina, dopo un’ultima occhiata per vedere se il se stesso del futuro ha lasciato qualcosa. Invece niente.

Mette la scheda nell’urna, riprende la tessera elettorale, saluta e se ne va.

In macchina, salendo in montagna immerso nel sole, pensa che per stare proprio sicuri è meglio se non si fa crescere quel po’ di barba, anche se gli stava davvero bene.

Il best seller più snobbato di sempre (una recensione)

Nella classifica dei libri più letti al mondo, buona parte della vetta è occupata da opere di letteratura fantastica come Il signore degli anelli, Harry Potter, la Bibbia, il Corano. Centinaia di milioni di lettori si sono immersi – e continuano a farlo – nelle loro pagine, ricavandone ore e ore di intrattenimento, in moltissimi casi sviluppando una forte appartenenza a un credo, una chiesa, una visione del mondo. Insomma sono diventati fan accaniti.

Il successo di pubblico di queste opere fantastiche ha numeri impressionanti, anche solo limitandoci ai libri in sé. Se poi aggiungiamo tutto il merchandising che ne è seguito, dai crocifissi alle bacchette ai veli ai neozelandesi, non si può che rimanere allibiti. Anche dal punto di vista della critica, tutte queste opere sono state – e continuano a esserlo – oggetto di profonda attenzione e analisi, di recensioni e ricerche critiche, e hanno generato e generano una mole di studi che va accrescendosi anno dopo anno in modo esponenziale.

C’è però, tra questi best seller di sempre, un caso piuttosto anomalo. Un’opera intergenerazionale, da milioni e milioni di copie, con una diffusione globale, una presenza quasi obbligata sugli scaffali o nei cassetti di qualsiasi casa, una lettura a cui ognuno di noi, a un certo punto, si è sentito costretto, pagine lette e rilette in momenti diversi della vita. Eppure si tratta di un libro che, nonostante esibisca un successo di pubblico non inferiore a quello dei colossi già citati, è stato completamente dimenticato dalla critica, che gli ha dedicato una forzata indifferenza, una mancanza di attenzione talmente accanita da risultare snob, se non sospetta. Ed è a questa colpevole noncuranza che oggi, qui, cerco di porre rimedio, recensendo l’Elenco telefonico.

In particolare, mi riferisco all’edizione Pagine Bianche Macerata 2015-2016, con inserto Pagine Gialle e Tutto Città.

Partiamo dall’oggetto-libro. Il formato è il classico pseudotascabile, o più precisamente un cassettabile nel tavolinetto dell’ingresso, con dimensioni di 175x273mm. La copertina flessibile, di discreta fattura e dalla grafica accattivante, riporta in foto un dettaglio della rocca di Urbisaglia. Non mancano, nella parte bassa, dei falsi pulsanti social. La quarta di copertina, capovolta rispetto alla prima in conseguenza del doppio uso rotazionale Pagine Bianche – Pagine Gialle, riporta la foto di una signora sorridente con l’orecchio poggiato su una grossa conchiglia, immagine che ha una doppia valenza simbolica: quella ovviamente telefonica, e quella acustica, nel senso degli apparecchi per l’udito, come specificato in un box in basso nella pagina. In entrambe le copertine non mancano le alette, che invece di contenere il solito trito riassunto o estratto del libro, e la biografia dell’autore, contengono una pubblicità di servizi sanitari e una di un marchio di caffè.
Per quanto riguarda la pagine interne, la carta è una 30 grammi a disintegrazione progressiva e strappo involontario, di un colore grigio pioggia, con testo nero ed elementi grafici azzurro vanadio. L’impaginazione, fredda e razionale, non lascia spazio a ghiribizzi o motivi di distrazione, e ricorda un po’ certe grafiche del ventennio fascista. La leggibilità del testo è garantita da una massiccia lente d’ingrandimento (non inclusa).

Per quanto riguarda l’opera in sé, siamo palesemente in presenza di un classico della modernità. Raramente un libro sa essere così perfettamente lo specchio di un’intera società, se non addirittura civiltà, perché il suo contenuto e le considerazioni che se ne traggono vanno ben oltre il limite generazionale. La vicenda dell’Elenco telefonico mette le nostre vite a nudo; ci rende, anche involontariamente e a rischio di un eccesso di rabbia, protagonisti stessi di ciò che accade fra le sue pagine. Non possiamo sfuggire al tragico giudizio che se ne trae: siamo individui, sì, ma immersi in una moltitudine che ci annulla, che ci rende irrintracciabili, invisibili, mentre forze oscure e spesso con scopi unicamente economici ci schiacciano in spazi angusti, in cubicoli che confinano coi loro grandi spot accattivanti, a cui spesso cediamo senza lottare.

Il quadro che l’Elenco telefonico fa della nostra società è quello di una massa che pur nell’iper-nominalismo è paradossalmente anonima, incasellata, costretta in un tripudio di serialità alfabetica in cui sfuggire alla regola è impossibile. Al di là delle caste e dei ceti, ogni protagonista – e ce ne sono migliaia, ma idealmente ogni abitante del pianeta – resta lì dov’è, immobile, nella posizione dettata dall’ordinamento più becero, senza alcuna possibilità di cambiamento, di rivalsa.
Col proseguire della vicenda, ci si rende conto che le uniche alternative a questo universo rigido e inamovibile sono l’annichilamento totale, lo scomparire silenzioso dalla storia e dalla geografia, oppure l’avvio di un’attività commerciale, nel tentativo di rendersi superiori, più visibili. Quest’ultima via però, che sembra per un attimo rappresentare una soluzione percorribile e con un esito felice, si dimostra presto una battaglia senza speranza, anzi un circolo vizioso in cui a ogni scalino economico c’è da confrontarsi con entità sempre spaventosamente più potenti, e sembra a tratti di rileggere alcune inquietanti pagine di Kafka.

Al contempo però, l’Elenco telefonico è anche un narrazione micro, oltre che macro, globale. Fortemente localizzata, la vicenda intreccia le vite di personaggi che appartengono a un contesto limitato, paesi che si sfiorano, una provincia quasi dimenticata oltre i suoi confini. In un ambiente in cui tutti conoscono tutti, e il non riconoscere l’altrui è quasi peccato mortale, la linearità dell’intreccio si trasforma in un salmodiare, quasi fossero grani di un rosario, che suona come un loop di “ah, sì”, e ci restituisce le dimensioni microscopiche di un contenitore sociale che un attimo prima ci era apparso senza limiti. Alberelli genealogici spuntano ovunque, e crescendo intrecciano i loro rami fino a formare solo poche grandi piante secolari, le cui radici combattono nell’oscurità del sottosuolo per conquistare spazi e stabilità.

Le piccole vicende quotidiane traspaiono appena e vengono lasciate al lettore, a cui è servita l’impalcatura logistica di un territorio di cui l’Elenco telefonico è la mappa. Mappa di vite che agiscono nel loro micromondo quotidiano senza contraccolpi sulla grande compilazione che è sempre in atto. Inconsapevole, la massa dei protagonisti del libro si aggira come pagine al vento, mentre la lista si aggiorna attimo dopo attimo. Una lista che è vita, è morte, è posizione e ragione sociale, nel tremendo esistere di ogni santo giorno.

È tutto questo, l’Elenco telefonico, e anche molto altro. Un libro-cosmo sconfinato, tassello di un’enormità che è solo accennata in prefissi. Un oltre-romanzo in cui la meta narrazione è ben più di un gioco, è essenza stessa, primo livello di una costruzione potenzialmente frattale. Un oggetto che è soggetto insieme, e in cui il lettore diventa, com’è poi l’uomo nell’Universo, osservatore di se stesso, nell’eterna sfida coi paradossi della conoscenza e nel dubbio costante che tale operazione intellettuale possegga un senso, o si sia semplicemente in presenza dell’incomprensibilità assoluta, dell’idiozia fatta metodo.

Un’opera monumentale che parla di noi, per noi, con noi, in cui ognuno può riconoscersi, anzi deve, se non vuole svanire non solo come protagonista, ma anche come lettore stesso.

Una lettura obbligata, se cercate voi stessi.

Quella volta che ho rotto l’internet (e mi hanno scambiato per una maestra)

Ora che le acque si sono calmate, ci sta bene un piccolo resoconto.

Venerdì scorso, verso le 14, scorrendo Facebook, mi passa davanti l’ennesima notizia riguardante la diatriba sui compiti scolastici, ovvero quel filone polemico messo in moto di recente dalla lettera di un padre che faceva presente alla maestra di suo figlio che il bambino non aveva fatto i compiti per le vacanze, perché a questi ultimi erano state preferite altre attività ed esperienze. Lettera che non era rimasta nell’ambito di uno scambio privato genitore-insegnate, ma anzi era stata pubblicata online, trasformandosi in una sorta di manifesto. Lettera – e pubblicazione sui social, nonché conseguente polverone – a cui più di recente ne è seguita un’altra, riferita più precisamente ai compiti quotidiani. Lettere entrambe riassumibili nello schema: i bambini, fuori da scuola, devono vivere e non pensare ai compiti.

Così, leggendo anche solo il titolo della notizia, mi si è accesa la lampadina per una gag da pubblicare su Facebook. Cosa questa tutt’altro che inusitata, visto che i miei post, sia qui che sui vari social, sono quasi esclusivamente umoristici o satirici, come ben sanno i miei lettori abituali. Per quanto riguarda tutti gli altri, beh, chi ci pensava che l’avrebbero letta?

Comunque, la gag era l’ennesima lettera sui compiti, questa volta però scritta da una maestra. Eccola qui:

lettera

Trascurando anche il dettaglio del titolo del post in cui era inserita l’immagine (“What if”, che significa “E se”, nel senso di “Facciamo finta per un attimo che possa accadere una roba del genere”), che fungeva giusto da rafforzativo ipotetico, sia la comunicazione in sé che il linguaggio usato erano visibilmente irrealistici, scherzosi. Mai avrei pensato che qualcuno avrebbe potuto prendere sul serio una lettera simile. E invece.

Avendo pubblicato il post alle 14.30, orario non proprio fortunato in termini di pubblico, mi aspettavo con un po’ di fortuna qualche decina di like in tutto. Una o due condivisioni, se fosse andato molto forte. Risultati comunque ampiamente nei limiti di quelli che sono i miei numeri su Facebook. Con queste aspettative in mente, dopo aver pubblicato la lettera me ne sono disinteressato per circa un’ora.

Quando, verso le 15.30, sono andato a controllare, il post aveva circa 20 condivisioni. Wow!, mi sono detto, Successone! Avevo anche guadagnato qualche follower (persone cioè che seguono i miei aggiornamenti su Facebook) e avevo in sospeso alcune nuove richieste di amicizia. Già così, il post era andato ben oltre le mie aspettative. Non avevo idea di quello che stava per succedere.

Ora, non ho bene in mente quando e come sia scattata la viralità, so solo che a un certo punto, semplicemente, i numeri sono esplosi. La condivisione da parte di personaggi conosciuti e molto seguiti (ex Luca Bizzarri, Selvaggia Lucarelli; non ho idea di come il mio post sia “arrivato” fino a loro) ha ovviamente contribuito in buona parte ad amplificare il fenomeno, che a un certo punto ha assunto andamento esponenziale, nel senso di decine di condivisioni al minuto e un corrispondente numero di richieste di amicizia (che ho declinato per un buon 95%) e di nuovi follower.

A parte il picco impressionante del venerdì, la viralità ha continuato a fare la sua parte anche i giorni successivi, diminuendo costantemente e riaccendendosi un po’ quando a proposito della vicenda sono usciti alcuni articoli online (e sì, sono stato intervistato!). La solita piacevole calma piatta si è ristabilita più o meno verso martedì, anche se ci sono stati, e ci sono ancora, forse per qualche tardiva condivisione “importante”, alcuni ulteriori picchi di nuovi follower e di richieste di amicizia.

Allo stato attuale, il post ha i numeri che vedete qui sotto. Dalla sua pubblicazione ho guadagnato circa 1100 follower e ho ricevuto più o meno un numero equivalente di richieste di amicizia.

post

Al di là dei numeri, che dal mio punto di vista di piccolo spacciatore di cialtronerie sono impressionanti, diversi ordini di grandezza superiori a quelli che incasso di solito, le considerazioni da fare sulla vicenda sarebbero materia da sociologi o antropologi.

Dal mio punto di vista, la cosa più sorprendente è stata (e dalla discussione che è venuta creandosi sotto al post, e che ovviamente ho letto il meno possibile, emerge chiaramente) che molti, mi viene da dire troppi, hanno preso la lettera sul serio. La lettera alla lettera (e così è placato anche il demone ludolinguistico). E hanno reagito di conseguenza, attaccando, nella varie tonalità che vanno dal redarguire scandalizzato fino all’insulto minaccioso, la maestra, cioè, secondo loro, il sottoscritto, la cui faccia barbuta spicca nella foto del profilo Facebook. Mirabile esempio estremo, un commentatore che mi ha dato della puttana e ha minacciato di orinarmi addosso. A ognuno le sue perversioni.

Ovviamente non sono mancati coloro che, coi loro commenti, hanno cercato pazientemente di spiegare, a chi aveva preso la cosa sul serio, che si trattava di un post ironico. Riuscendoci raramente mi sa. Altri invece (GIAO ex ffers!) hanno preferito trollarli, ricavandoci un po’ di risate, sebbene amarognole.

Tra le tante considerazioni finali possibili sulla vicenda, ce n’è una che desta preoccupazione più di tutte; o che rallegra più di ogni altra, se uno è un agente del caos. Queste persone che mi hanno preso sul serio, questi non coglitori dell’ironia, questi spiriti ben poco critici (quantomeno per quel che riguarda ciò che incontrano sui social network), io, sebbene involontariamente, li ho manipolati. Ho fatto credere loro il non vero, li ho aizzati, li ho trascinati in un campo di battaglia. E se sono riuscito in questo senza nemmeno volerlo, non oso pensare cosa possa fare chi lo fa consapevolmente, con mezzi appropriati, e con l’obiettivo del potere.

Silenzio elettorale

Fosse per me, il giorno prima delle elezioni proclamerei il chiasso elettorale, invece del silenzio.

E durante questo chiasso elettorale, per 24 ore, i politici possono parlare e straparlare, dirne di cotte e di crude, proclamare e inneggiare, aizzare, mentire o dire il vero, gridare, risvegliare, smuovere, giurare e promettere, possono cantare a squarciagola inni e sigle, urlare motti e slogan, sussurrare favori, promettere a gran voce l’inverosimile, litigare con gli avversari, insultarli, deprecarli, ammonirli e sbugiardarli. Possono far battute, proclami e reclami, ammissioni di fede e di colpa, scongiuri. Possono pregare, bestemmiare, maledire e benedire. Oppure dimostrare, provare, render noto, chiarire, precisare, dettagliare, arzigogolare. Possono usare qualsiasi tono, qualsiasi volume, ogni lingua e parola, qualsiasi suono fisiologicamente producibile, che esca dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dal culo, che sia un battere di mani o di pugni o di piedi pestati a terra. Fischi, ululati, grugniti, sospiri, sbuffi, denti digrignati e scrocchiar d’ossi. Tutto. Possono tutto, quel giorno lì.

Poi zitti, per tutto il resto del tempo. Almeno fino alle prossime elezioni.

Scrivere è una roba diesel

Scrivere è una roba diesel. È già il titolo, lo so, ma questo pezzo ha l’unico scopo di esistere, e se si può riciclare qualcosa ripetenedolo immotivatamente o anche se si può riciclare qualcosa ripetendolo immotivatamente allora è bene farlo, o quantomeno è utile allo scopo di questo pezzo, che è quello di esistere e basta, altra cosa che è già stata detta.

Scrivere, si diceva già in due occasioni, fra cui una proprio nel titolo, è una roba diesel. Ora, io di motori non so assolutamente niente, ma questo dettaglio che una volta (adesso credo che la contemporaneità tecnologica abbia cancellato tale incombenza) i motori diesel avessero bisogno di un attimo di tempo per scaldarsi, all’accensione, sennò si rovinava qualcosa, questo lo so, e mi serve appunto per paragonarci la scrittura.

La scrittura cioè, opinione mia naturalmente, sebbene suffragata da varie testimonianze, è una roba che se è stata ferma per un po’, poi a riaccendersi ha qualche difficoltà. È per questo che la cosa migliore da fare, quando uno scrive, è non fermarsi mai. La scrittura genera scrittura. Mentre si scrive viene altro da scrivere, si formano idee nuove, e appena si stacca un attimo c’è un quasi maniacale stimolo a rimettersi a farlo subito. In buona sostanza, la scrittura si autoalimenta.

Insomma se uno scrive deve scrivere sempre, anche solo qualche riga al giorno, che è come tenere la macchina ferma col motore acceso, al minor numero di giri, ma senza mai spegnerla, perché raffreddarsi è un attimo e ripartire è faticoso, e più si sta fermi più lo diventa.

Fermarsi, però, ogni tanto capita. La testa è altrove, su altri impegni, la voglia pure. Passano i giorni senza manco una parola. E quando è il momento di ricominciare, il motore è freddo come un cadavere. Non si formano le parole, le idee, gli spunti. Un blocco.

Allora si può fare così: riaccendere la scrittura senza andare da nessuna parte. Motore acceso, ma auto immobile, senza meta o direzione. A folle. Scrivere cioè, anche se non si capisce bene cosa. Robe a caso, primi pensieri, oggetti che ci si ritrova davanti, persone incontrate ieri pomeriggio, brandelli di discussioni, rumori, cose sullo scrivere in sé. Qualsiasi cosa, senza alcun filo logico, senza argomentazioni storie trame e tutto il resto, nessuna struttura nessun piano, andare e basta. A casaccio. Una scrittura che basta che esista, perché non serve ad altro che a scaldare il motore.

Un po’ come ho fatto qui.

Poi, dopo, basta ingranare la prima e andare.

Chiamateli matrimoni

Davvero qualcuno pensa che dirò cose tipo “Domenica prossima ho un’unione civile e non ho trovato ancora niente da mettermi”? Davvero qualcuno crede che mi arriveranno messaggi su WhatsApp con scritto “Venerdì sera alle 21.30 da noi per vedere le foto dell’unione civile e del viaggio più o meno di nozze”? Davvero c’è chi immagina dialoghi che iniziano con “Hai saputo chi si unisce civilmente?” o “Proprio belle le bomboniere di Carlo e Roberto”? Voi fate come vi pare, ovviamente. Io però li chiamerò matrimoni, senza aggiungere asterischi o postille. Anche se la norma non mi dà ragione. Perché credo che le parole costruiscano la realtà molto più rapidamente delle leggi. E queste ultime, a un certo punto, non possono che adeguarsi.

Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

Sarà presente l’autore

Eccì

Questa sera succede una cosa un po’ strana.

Due premesse:

1) Faccio parte di un circolo di lettori che si chiama Viola legge. In buona sostanza si tratta di un gruppo di persone amanti della lettura che all’incirca una volta al mese si riunisce per parlare di un libro, mangiare e bere, scegliere il prossimo libro in lettura, fare chiacchiere. Le riunioni si svolgono un po’ come quelle degli alcolisti anonimi (“Ciao, sono Cristiano e non leggo un libro da tre giorni”), nel senso che a turno ognuno dice la sua sul libro, lo elogia o lo massacra, racconta cosa ci ha visto e sentito, quali altre letture o esperienze gli ha ricordato, com’è andata con quello stile lì, se è stato faticoso o è andato dritto alla meta, se gli è toccato smettere dopo 31 pagine. Cose così. Una differenza sostanziale è che, rispetto agli alcolisti anonimi, da noi l’alcol non manca. Mettiamo anche un voto, alla fine, tanto per tenere una traccia quantitativa, che male non può fare. Nonostante lo scetticismo iniziale, devo ammettere che questa del circolo si è rivelata un’esperienza interessante e divertente, e il confronto con altri lettori fa scoprire cose – del libro e di molto altro – che nemmeno s’immaginano. Poi sì, quando trovi un libro che tu adori e un altro massacra, viene voglia di tirare delle sedie. È normale. L’importante è fermarsi un attimo prima di tirarle davvero, e ripiegare sul vino.

2) Ho scritto un libro intitolato Eccì.

Date tali premesse, ecco la cosa un po’ strana che dicevo: questa sera, al circolo Viola legge, il libro di cui si discuterà è proprio Eccì.

Non so se avete presente una situazione che è contemporaneamente il paradiso (l’ego gonfiato a 100 e passa atmosfere) e l’inferno (accerchiato da una piccola folla appositamente lì per giudicarti) dello scrittore. Ecco. Oppure lo straniamento di passare da giudice a giudicato, mentre ci si pente amaramente di esserci andati giù pesanti quella volta con quel libro, con quell’autore, e già ti pare di percepire il woof woof del boomerang che torna indietro.

A parte questo leggero oscillare tra gioia e terrore, l’unica cosa che spero non accada è che qualcuno, per colpa dell’autore lì presente, si autocensuri, e si trattenga dal tirare delle sedie. Perché dopo essere diventato un buon lanciatore, è ora che impari anche a schivarle.

Eppoi, come si dice, qualche sedia in faccia non può che far bene.

The Truffer

Ronnie Cortina fu condannato per evasione fiscale. Quando il giudice gli disse che doveva all’erario 15 milioni di dollari, Ronnie rispose: “Ok. E senza ricevuta?”.

Ronnie Cortina, meglio noto all’Interpol come Ronnie D’Ampezzo, Ronnie Francisco Maria de Pista Negra, Ronnie McDonald, Ronnie The Evasor Marilleva, era nato in una famiglia di onesti truffatori. Suo nonno, Diferro Cortina, ai tempi in cui era sufficiente saper copiare la firma altrui per diventare presidente degli Stati Uniti, fu presidente degli Stati Uniti dalle 14.37 del 9 giugno 1911 fino alle 14.53 del 12 giugno dello stesso anno, quando si accorsero del trucco. Grande democrazia, gli USA.

Suo padre, Susan Cortina (aveva deciso di chiamarlo così il padre, per dargli le opportunità di truffa che lui, con un nome maschile, non aveva mai avuto), aveva raggiunto la fama nel mondo della truffaldinità quando era riuscito a vendere al governo dell’Arabia Saudita 900 camion di neve freschissima, proveniente dalle cime del Caucaso, garantendone la lenta liquefazione.

Sua madre, Marylin Monroe Cortina, donna di una bruttezza proverbiale, era stata Miss Bellezza da urlo nel 1922, pur non avendo partecipato al concorso.

In un ambiente famigliare di tal fatta, Ronnie era cresciuto con solidi principi morali, falsificati alla perfezione e indistinguibili da quelli veri. L’iscrizione alla scuola cattolica fece il resto.

All’età di 16 anni, Ronnie era già un genio delle false identità. Ma questo, ovviamente, si seppe molto più tardi. Grazie a questa innata abilità, pur essendo di costituzione piuttosto esile, riuscì a vincere il campionato mondiale di sollevamento pesi nel 1946 e ad ottenere una cattedra in Fisica teorica all’Università di New York, pur confondendosi anche con la tabellina dell’1.

Nel ’47 Ronnie sparì quasi completamente dalla scena. Qualcuno disse perché impegnato in una focosa storia d’amore con un giovane Fidel Castro. L’unica notizia certa fu che trascorse il mese di luglio in un paesino del Nuovo Messico, Roswell, probabilmente per le vacanze estive.

Sul finire degli anni ’40, in un’America che ancora tirava un sospiro di sollievo per non aver subito entro i suoi confini le catastrofi della seconda guerra mondiale, Ronnie fece una fortuna vendendo porta a porta un macchinario per fermare la deriva dei continenti. Fu proprio in quel periodo che l’FBI iniziò a sospettare che fosse un mago della truffa, ma nessuno se la sentì di accusare il vicedirettore dell’agenzia, il cui nonno era stato presidente, oltretutto.

Nel 1951 Ronnie volò in Europa spacciandosi per pilota di linea e guidando lui stesso l’aereo, pur soffrendo in modo evidente di mal d’aria. Quand’era giusto sopra l’Atlantico, si rese conto della grande opportunità che aveva. Lasciò i comandi al copilota e, dopo aver passato qualche minuto in bagno, ne uscì come curatore fallimentare della American Airlines. Prese il microfono e iniziò una vendita all’asta delle singole parti dell’aereo, che i passeggeri acquistarono con entusiasmo trascinati dalle sue capacità commerciali. Lo vendette tutto, lasciandosi da parte giusto i carrelli per l’atterraggio a Parigi. Dopodiché vendette pure quelli, al signor Welch, gommista di Oklahoma City.

Ronnie Cortina nell’Europa della ricostruzione post bellica. Lo immaginate? Truffò così tanto e così tanti che nell’aprile del 1957, tramite un sistema di una complessità senza pari, riuscì, unico caso al mondo, a truffare se stesso. Ci rimise 250mila dollari.

Ripercorrere tutte le incredibili operazioni di raggiro che architettò sul suolo europeo è praticamente impossibile. Ancora oggi qualcuno sostiene che sia il legittimo proprietario del Lussemburgo. E in qualche segreto magazzino tedesco c’è ancora qualche piccolo frammento del “Muro 2”.

Nell’autunno del 1962, dopo aver accumulato una fortuna che nemmeno tutte le sue 134 identità avrebbero potuto dilapidare in una vita intera, Ronnie decise di tornare negli Stati Uniti. Lo fece con una nave russa, convincendo il capitano a fare scalo a Cuba, “per un certo affare”.

Arrivato infine a New York, per prima cosa volle riassaporare una bella tazza di caffè come solo in America non lo sanno fare. Se lo gustò con calma, in un posticino fra la Quinta e Madison, guardando ammirato gli edifici titanici della grande mela. Poi comprò una di quelle barrette di zucchero di cui andava matto e se la mise in tasca. Quando uscì, si ritrovò in faccia le pistole dell’FBI: “Favorisca lo scontrino!”, gridarono gli agenti. Lo aveva lasciato sul bancone.

Fu arrestato così, Ronnie Cortina, mago della truffa, come un Al Capone qualunque.

Oggi, dopo aver scontato la sua pena, conduce un’esistenza tranquilla e onesta. Per evitare i media ha preferito cambiare nome. Ora si fa chiamare Donald Trump.

Little Julius Church

A me, Giulietto Chiesa (bel nome in codice), non mi freghi mica.

Eh no, non mi faccio certo abbindolare, io, dai tuoi numeri e dai tuoi nessi ellittici, dalle tue teorie della cospirazione e le tue ipotesi di complotto. Molti ci sono cascati, ma io no. Io l’ho capito, Giulietto, cosa vuoi fare.

Vuoi distrarci, ecco cosa. Vuoi porre l’attenzione altrove. Vuoi farci rivolgere lo sguardo lontano dalla verità. Dall’unica verità che conti davvero.

Ma non è servito. Non con me.

Io l’ho capito, che hai un gran bisogno di riposo.

(Little Julius Church è formato da 6+6+6 lettere. Fate voi)

Domande

Ve lo ricordate quel papa che diceva di non usare il preservativo? Non vi pare strano che non avesse figli?

Per quanto la probabilità di fecondazione sembri essere inversamente proporzionale all’intensità delle relazione emotiva fra i partner, sul lungo periodo la statistica non diventa forse schiacciante?

Personalmente vi consiglio di non usare il casco, quando andate in moto. Il fatto che io non possegga una moto, quanto toglie all’affidabilità dell’affermazione precedente?

Quando diciamo che ci fa male la testa, esattamente, cosa intendiamo? Che ci duole il cervello, oppure il cranio che lo contiene? Le due cose sono indistinguibili? E se fosse possibile distinguerle, quale uomo si avventurerebbe in una distinzione del genere di fronte a una donna che non vuole fare sesso perché ha mal di testa?

Tra i metodi anticoncezionali, è o non è da annoverare anche l’alito cattivo?

Se non c’è sesso senza amore, il preservativo è una barriera sentimentale?

Se c’è sesso senza amore, si può aggiungerlo dopo, tipo guarnizione?

Si dice spesso che in filosofia non contano le risposte, ma le domande. Sareste pronti ad assumere questo punto di vista mentre siete concorrenti di un quiz televisivo? Quanto può esservi utile la gnoseologia, per convincere Gerry Scotti?

Post-umano è come dire pre-robotico o è solo una scusa per chi fa tardi?

L’Homo Sapiens è l’ultimo anello di una catena specializzata in prodotti bio?

Quando avremo colonizzato la Galassia, punteremo sui prodotti a anno luce zero?

Per quale motivo una frase interrogativa ha più attrattiva di una affermativa? È perché il punto interrogativo ha la forma di un gancio? E se avesse avuto la forma di un mastino feroce?

L’infallibilità papale è in contrasto con le norme fiscali? È giusto dire della Chiesa che è too big to faith? Quale ente più autorizzare l’uso di un sostantivo in funzione verbale? La Crusca inglese? The Bran?

Non è che l’erba cattiva non muore mai. È che nessuno la mangia, quindi resta lì. Quanto è vegano questo pensiero, in una scala da 1 a 37 megaton?

Qualcuno fece forse i complimenti a Giovanna d’Arco, quando smise di fumare?

In un mondo vittima della sovrappopolazione, le polemiche sul come avere figli non dovrebbero essere precedute dalle polemiche sull’averli o meno?

Se negli umani il coccige è ciò che resta della coda, nelle tastiere il Bloc Scorr è ciò che resta di cosa?

Quella concezione del tempo secondo cui il passato non è più, il futuro non è ancora, e solo l’istante presente esiste, non è forse alla base dei calendari osé?

Esistono domande che nessuno ha posto? Sono davvero così ingombranti?

L’accento tedesco

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Ieri, durante la prima presentazione di Eccì, a un certo punto Francesca, che era lì a presentarmi e a farmi delle domande, ha iniziato a leggere al pubblico un brano del libro in cui a parlare è un medico mezzo pazzo e mezzo tedesco, il dottor Kraus. Dopo qualche riga l’ho interrotta e le ho detto che lì, quando parlava Kraus, c’era da fare l’accento tedesco, e se voleva potevo leggerlo io, quel brano, che l’accento tedesco lo so fare. Così ho iniziato a leggere le parole di Kraus con l’accento tedesco, solo che questo accento tedesco non mi è uscito benissimo, e infatti poco dopo mi sono fermato, ho guardato i presenti e ho detto “mi sa che non è tedesco, questo”, perché usciva una roba con una erre strana che pareva più francese, e loro hanno detto “e infatti”. Al che ho continuato a leggere, e questo accento finto tedesco forse francese è cambiato di nuovo, ha preso una piega inaspettata, con la erre che ha quasi smesso di vibrare, e all’improvviso mi sono bloccato, ho guardato il pubblico (che dall’espressione media secondo me stava pensando “chissà chi bisogna chiamare quando fa così”) e ho detto “ah, no, questo è Guccini”, e loro hanno detto “e infatti”, così ho aggiunto “facciamo che lo leggo senza accento tedesco”, e loro “eh”, e ho fatto così.

Questo per dire che alla prossima presentazione, questa cosa dell’accento tedesco magari la evito.

Se lo dice il papa

C’è questo libro che s’intitola Vite efferate di papi, scritto da Dino Baldi, che per me è stato un piccolo scrigno di meraviglie inaspettate, nel senso che da una raccolta di vite di pontefici mi aspettavo – che so – palandrane, passi strascicati, cori echeggianti sotto alte volte, sguardi puntati al cielo, sentita spiritualità, candele, preghiere e altre cose così. Invece dentro c’ho trovato prodigi d’ogni genere, torture, corpi devastati, anticristi, fughe rocambolesche, trucchi e inganni, incantesimi, conflitti, risse, gozzoviglie e vizi d’ogni genere, insieme a qualche isolata virtù.

E immerso tra questi racconti sorprendenti di personaggi grotteschi dannatamente umani, pur con un piede nel divino, c’è anche quello riguardante il bolognese Prospero Lambertini, più conosciuto ai posteri come Benedetto XIV, di cui a un certo punto si dice così:

Si lasciava spesso andare alla parlata bolognese anche in occasioni ufficiali, e in particolare non riusciva a liberarsi dell’intercalare «cazzo». Siccome da molte parti gli rimproveravano di essere un po’ troppo sboccato per un pontefice, aveva incaricato il suo affezionatissimo maestro di camera monsignor Boccapaduli (che lui chiamava «mostro di camera», perché era bruttissimo) di stargli sempre accanto durante le udienze e di tirargli la tonaca ogni volta che gli fosse sfuggita quella parola di bocca. Una mattina presto si presentarono i camerieri segreti a riferire come al solito sugli avvenimenti cittadini. C’era stato, dissero, un incendio nel rione Monti. «Cazzo! Ci sono morti?», chiese il papa. Subito Boccapaduli dette una strattonata alla tonaca, e il papa sotto voce: Avi rason… Continuando il racconto dei fatti di Roma, ogni volta il papa li commentava con un «cazzo!», e ogni volta il servitore dava uno strappo. Alla fine, stanco di tutto quel tirare, gli urlò: «Hai rotto i coglioni Boccapaduli! Cazzo cazzo cazzo! La voglio santificare questa parola! Voglio dare l’indulgenza plenaria a chi la pronuncia almeno dieci volte al giorno!». E da allora, nessuno ebbe più da ridire sul suo modo di parlare.

Figli kafkiani

L’altro giorno, mentre avevo una copia di Eccì in mano, a un certo punto ho fatto uno di quei gesti goffi che noi svariatamente scoordinati ogni tanto facciamo, così il libro mi è scivolato e si è diretto molto einsteinianamente verso terra. Allorché, nel tentativo di recuperare sia il libro sia la mia atleticità agli occhi del mondo, mi sono esibito in un movimento rapido, deciso, mirato, e ho afferrato il volume grave con una stretta sicura di pollice e indice, applicata però a un angolo di pagina, che quindi, in virtù di alcune caratteristiche dei derivati della cellulosa, si è strappato. Il libro ha terminato la sua caduta sul pavimento, e io sono rimasto con un triangolino di carta in mano. Allora mi è venuto subito in mente (succede sempre, in questi casi) Kafka, che una volta scrisse un racconto intitolato Undici figli, in cui non faceva altro che descrivere i suoi undici figli; figli che, piccolo dettaglio, non aveva, ma che poi venne fuori che erano undici racconti a cui stava lavorando. Li considerava figli, i suoi racconti, Kafka. E anche a me piace un po’ considerarli così (figli miei, non di Kafka), i miei racconti. Perciò, quando l’angolo della pagina di Eccì s’è strappato, e il libro è caduto, che è un po’ come se uno avesse un figlio di carne e ossa e per una mossa sbagliata lo facesse cadere dalle braccia, e cercando di riprenderlo non dico gli staccasse un braccio, ma insomma gli facesse in qualche modo male, ecco, in quel momento lì mi sono sentito un po’ padre degenere. E avrei anche dovuto disperarmi e percuotermi il petto e piangere, solo che non mi è venuto spontaneo, e allora adesso cerco solo di starci un filo più attento.

M5S e Dragonball

C’è questa cosa, col Movimento 5 Stelle, che è un po’ faticosa, e cioè, per essere più precisi, che quando si parla di chi comanda davvero, di chi tira i fili, di chi prende le decisioni, anche se poi sono tutti lì pronti a dire che sono gli eletti, i cittadini, gli iscritti al blog e i militanti a farlo, e i due che sappiamo se ne stanno un po’ nascosti, in disparte, talmente in un angolo che dicono dal blog che si chiama come uno di loro che sulla stepchild adoption i loro parlamentari possono votare come vogliono, oppure fanno firmare dei contratti a quelli di loro che si candidano come sindaco di Roma, perché non facciano di testa loro, nel caso vengano eletti, ecco, alla fine comunque vada o la si pensi, li si nomina come fossero i capi, e che lo siano o meno qui poco importa, perché il motivo è pratico, di economia della scrittura, di comunicazione, perché tutto sommato, se parlano come una voce sola, se dirigono insieme, sempre d’amore e d’accordo, allora, invece di stare ogni volta a scrivere Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che è parecchio inchiostro, svariati pixel, si potrebbe fare come su Dragonball, quando alcuni personaggi usavano la tecnica della Fusione, e pensarli e dirli con un solo nome, tipo Gianbeppe Casagrillo.

Un esperimento pericolosissimo

A dicembre, ormai lo sapete, è uscito Eccì, il mio secondo libro.

Per la precisione si tratta di un e-book, un libro elettronico. È fatto cioè unicamente di elettroni. Ed è leggibile solo con certi apparecchi – tipo i kindle, i tablet, gli smartphone – che sanno gestire a dovere queste particelle. Chi non ha uno di questi apparecchi, oltre a vivere nella preistoria, non può leggere Eccì.

Allora adesso, insieme all’editore, abbiamo deciso di fare gli scienziati pazzi, e tentare un esperimento che non si era mai visto prima. Un esperimento che se lo dici a quelli del CERN ti guardano come se guardassero Paolo Fox.

Abbiamo deciso di aggiungere a Eccì i protoni e i neutroni.

Lo so, è una follia, però per il progresso questo e altro.

Non vi sto a dire la procedura perché si tratta di roba tecnica. (c’è da creare un p-book – protonic-book – e un n-book – neutronic-book – e poi unirli all’e-book di Eccì)

Comunque, se non saltiamo in aria nel frattempo, fra un paio di settimane dovremmo essere in grado di produrre Eccì con elettroni, neutroni e protoni tutti insieme. Atomi, in breve.

Cartaceo, in pratica.

Project for the New Vatican Century

La Chiesa sta lì da duemila anni.

Ha avuto alti e bassi, certo, ma non ha mai ceduto.

Ha resistito a  scismi, eresie e scandali. Ha superato indenne il progresso scientifico, il comunismo, la rivoluzione sessuale.

È bastato aspettare, avere pazienza, mantenere il sangue freddo e pensare a lungo termine. Con così tanta storia alle spalle, non si ragiona sul domani o dopodomani (come fanno solitamente i governi), si pensa davvero al futuro: venti, trent’anni avanti. Anche di più. Una partita a scacchi con un tempo illimitato per ogni mossa.

Così, ora, quando passerà la legge sulle unioni civili, la Chiesa non farà niente. Non subito. Ma inizierà a preparare la sua contromossa. Sempre che non abbia già iniziato.

Potrebbe, per esempio, crescere una generazione di persone con una certa mentalità, aiutarle in un percorso personale, di studio e lavorativo, fino a farle diventare piccoli amministratori della cosa pubblica. Che so, sindaci.

Sindaci obiettori di coscienza.

Che i gay non li sposano perché è peccato.

Un po’ come con la storia dei medici e dell’aborto.

Un piano che avrà bisogno di almeno trent’anni, per funzionare.

Ma che vuoi che siano trent’anni, quando ne hai più di duemila?

Quella voce

Per un attimo ho pensato che se ne fosse andata, quella voce, quella che non faceva che ripetermi “Ma cosa fai, scrivi? E non ti vergogni? Smettila va, così non fai brutte figure. Non penserai mica di essere capace? Be’, non lo sei. C’è chi lo sa fare, tu no. Non sei bravo. Anzi sei proprio una merda”, perché era da qualche giorno che non la sentivo. Invece niente, è ancora lì.

Ero solo distratto.