Pensieri da chissà dove

Non so come si formino i pensieri, esattamente. O da dove vengano. Di solito c’è una voce nella mia testa che dice delle cose, ma non si capisce mai bene se sono io che le pronuncio in silenzio oppure faccio solo da ascoltatore, dette da chissà chi o cosa. Quasi sempre queste parole hanno a che fare con quello che sto facendo o con le parole che le hanno precedute, in un flusso continuo che ha quasi sempre una certa coerenza interna. A volte certi pensieri arrivano inaspettati, come se si facesse un salto in avanti in quel flusso di parole, come se si saltassero le tappe intermedie. Forse avere un’idea è questo: fare un salto. Più si fa un salto lungo, più l’idea è originale, anche se non necessariamente buona. (ma buona per cosa, poi?). Succede persino che il salto sia così lungo che subito si pensi “non c’entra niente”.

Altre volte invece, più raramente, i pensieri arrivano proprio dal nulla. Lo fanno in modo così inatteso che appena le parole si formano in testa quella stessa voce interiore che le ha pronunciate continua dicendo “be’, e questo adesso da dove viene?”. Pensieri che in quell’istante non c’entrano niente col mondo interiore né con quello esteriore, caduti da un iperuranio o generati dalla fantasmagorica complessità e attività di quell’intrico di neuroni che abbiamo dentro la scatola cranica. O, plausibilmente, anche da un qualche suo malfunzionamento. Una specie di glitch del cervello. A volte sono lampi di genio, a volte non sono niente.

Non so come si formino i pensieri, esattamente. So solo che l’altra mattina, appena sveglio, mentre mi stiracchiavo ancora assonnato seduto sul bordo del letto, tutto d’un tratto mi sono ritrovato a pensare “Gengis Khan mariuolo”.

La letterina che non mi ha scritto il Presidente del Consiglio

(non ricevo e volentieri pubblico)

Caro Cristiano,

lo so, non mi hai scritto alcuna lettera. Forse non l’hai fatto per ritrosia, forse perché non sai bene come raggiungermi, se tramite la mia pagina Facebook, tramite quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso i siti istituzionali, con Twitter, TikTok o Tinder (ma lì non mi chiamo Giuseppe Conte Presidente del Consiglio dei Ministri, sono GiuseppeContePCM). Nonostante ciò, ho deciso di risponderti.

Ti scrivo per farti sentire la mia vicinanza in questi momenti di grave difficoltà, tua come anche di tutto il Paese, e soprattutto perché Casalino insiste fino allo sfinimento che sembro un vuoto burocrate capitato lì per chissà quale accidente della storia che si ritrova a fare scelte importantissime per l’Italia senza nemmeno l’ombra di un’anima politica (ma sa anche essere duro, quando ce n’è bisogno) e che se ogni tanto mostro dell’umanità, pure artificiale e architettata, male non può fare. E quindi ecco questa mia.
(rileggendo mi accorgo di quel “mostro dell’umanità”: mi pare una bellissima definizione di ciò che potrei essere)

Sono tempi duri, caro Cristiano, e immagino che pure tu non te la stia passando bene. Le incognite per il futuro sono tante. Il lavoro (pure tu però, non potevi trovartene uno vero? Scrivere cose per far ridere? Di questi tempi poi? Ma anche in altri tempi, insomma… ), la vita sociale (davvero ne facevi?), la salute, gli affetti: questa pandemia ha messo in discussione tutto.

Prendiamo me, non per egocentrismo ma perché sono la persona che mi conosce meglio: sono finito a Palazzo Chigi quasi per caso e adesso mi ritrovo a gestire la più difficile crisi nazionale dai tempi della guerra. Non sono forse la cosa più vicina al protagonista di uno di quei film, spesso americani, in cui un emerito sconosciuto finisce per salvare il mondo? È questo, il mio viaggio dell’eroe? Se dai un’occhiata ai diagrammi derivati dal Vogler non puoi avere dubbi: sono proprio io. Ogni ondata della pandemia è una soglia? La prova suprema (una mozione di sfiducia?) è ancora da compiere o l’ho già superata? L’elisir è forse il vaccino? Domanda difficili, almeno finché il viaggio è in corso.

Ma una domanda necessita una risposta, caro Cristiano: in questo viaggio dell’eroe che mi vede protagonista, tu che ruolo vuoi avere? Vuoi essere l’antagonista, probabilmente vestendo gli abiti di un leader negazionista che mi ostacola diffondendo fake news e aizzando le folle al non rispetto delle norme anti Covid? O vuoi essere un guardiano della soglia, duro ma benevolo, che intende mettere alla prova i cavilli di ogni DPCM per assicurarsi che davvero posso diventare il campione di questa terra martoriata? Oppure vuoi essere la spalla divertente, un po’ giullare un po’ amicone, goffo ma dal cuore d’oro, che spezza la tensione nei momenti difficili e trova persino la soluzione geniale quando nessuno se l’aspetta?

A questa domanda, caro Cristiano, devi rispondere tu. Fai in fretta, perché lo storytelling attende. E con esso l’Italia.

Un caro saluto dal tuo campione, nonché Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana,

G.

ps. il ruolo di mentore se l’è già preso Casalino, non potevo dirgli di no.

 

 

 

 

Luoghi comuni: un piccolo aggiornamento

Un luogo comune è un’affermazione comunemente accettata, una frase fatta che ci finisce in bocca già pronta per l’uso e che abbiamo tratto da un repertorio polveroso di opinioni reiterate e abusate, senza più alcun nesso con la realtà, diffuse da un individuo all’altro senza interferenze critiche come una specie di balbettio sociale. Un luogo comune è quello che diciamo quando ci sarebbero mille cose da dire, precisare, approfondire, analizzare e controbattere, ma non ne abbiamo voglia, perché abbiamo fretta, perché il nostro interlocutore non merita tale sforzo, perché a furia di usare i luoghi comuni pensiamo anche per luoghi comuni, e allora è proprio l’unica cosa che sappiamo dire, e ce la caviamo così, nel peggiore dei modi, con uno stereotipo.

Per citarne alcuni: non ci sono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, i giovani non hanno più voglia di fare niente, non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ma la lista dei luoghi comuni potrebbe continuare per un bel po’.

Questa lista però va ora aggiornata. Alla luce di quanto successo in Italia negli ultimi mesi, infatti, credo sia giusto innalzare (anzi, abbassare) a luogo comune un’affermazione che abbiamo detto e sentito dire chissà quante volte, e che ha circolato a lungo e ovunque sotto le mentite spoglie di verità autoevidente.

Diamo quindi il benvenuto nella famiglia dei luoghi comuni a: “la sanità lombarda è la migliore d’Italia”.

Deregolamentazione

C’è stato un periodo, secondo me, in cui conoscevo le regole dell’italiano, e scrivevo cercando di rispettarle. È da un po’, invece, che è come se me le stessi scordando, è come se le stessi mettendo da parte. O meglio, uso quelle che mi servono, come fa qualunque artigiano coi suoi strumenti. Se non sono utili allo scopo, le lascio lì sul tavolo. Qualcuno potrebbe pensare “facile così eh”, e invece no, è più complicato. Ma è anche molto, molto più divertente. Sono diventato un somaro, direbbero a scuola. Un somaro che ride.

Importantissima

«La verità» ha detto la signora Ross «dal momento che me la impongono, non m’interessa». Sono rimasto tutto il pomeriggio colpito da quest’aforisma pensando che avrebbe segnato un nuovo periodo della mia esistenza. A sera, accanto al focolare, ho pregato la signora Ross di spiegarmi meglio la sua frase, per me importantissima. Non se la ricordava.

[Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick, in Diario notturno, Adelphi 1994, p. 96-97]

Puntini

Poco fa, mentre scrivevo delle cose al computer, ho visto una macchia sul monitor. Era in basso, vicino al bordo, e risaltava spocchiosa sul fogliesco bianco di fondo. Ho provato a toglierla passandoci sopra il dito, ma niente, è rimasta lì. Allora ho usato l’unghia: stesso risultato. Così mi sono attrezzato a dovere e ho insistito, usando prima della barba di tre giorni, poi della carta vetrata da 40, della pietra pomice, un fascio di neutrini, delle battute salaci, un gufo reale che era rimasto sveglio tutto il giorno a guardare una maratona di film con Mel Gibson. Infine, quando già maledicevo i piromani dei pixel, ho notato le dimensioni non indifferenti della macchia, e la sua peculiare forma di puntino. È bastato scorrere appena la pagina per scoprire che sotto il puntino c’era il resto di una lettera i, isolata, solitaria, di certo fuorviante. E ho pensato che dei meticolosi si dice che mettono i puntini sulle i, ma di coloro che sono dediti all’equivoco, all’ambiguità e al fraintendimento – che credo siano i comici e pochi altri – non si dice mai che li tolgono. Forse è ora d’iniziare a dirlo.

La fine di ogni marketing

Cari amici del marketing,

cari amici che per lavoro cercate (più o meno alla lontana) di far comprare alle persone dei prodotti o dei servizi: licenziatevi. Oppure chiudete la vostra ditta. Dite addio al vostro capo, ai vostri dipendenti, al Mac, alla scrivania Ikea, al tavolo in vetro e acciaio della sala riunioni, ai post-it, alle videochiamate, ai brainstorming, alle skill, alle strategy, alle slopties (me lo sono inventato, sì, ma pure voi… ), a tutto il vostro assurdo, complicato, nebuloso mondo.

Mi spiace, ma non servite più a un cazzo di niente. Ritiratevi in provincia, comprate un fazzoletto di terra per farci l’orto, allevate galline, girate con la barba lunga e un bastone nodoso in mano su sterrati polverosi, parlando da soli di brand awareness (i turisti vi adoreranno). Fate i bagagli e andate in Messico, o alle Canarie, e stabilitevi lì. Qualche soldo l’avrete pur fatto, se non siete l’ultimo dei copy. Poi si vedrà. Comunque sia, ritiratevi, perché in questo mondo qui non servite più. Non siete più utili, e già non eravate dilettevoli. Perché non servono più strategie, campagne, slogan. Non servono più idee geniali alle 3 del mattino, capacità SEO, scelta dei canali, testi coinvolgenti e tutto il resto. Il marketing è morto.

Ma come, direte voi, quand’è successo? (eravamo in riunione alla macchinetta del caffè, stavamo storitellizzando)

Da poco. Il suo cadavere è ancora caldo (hot, direste voi). Manca solo il riconoscimento della salma. Ci penserà una IA.

Sì, ma com’è morto, insomma?, insisterete.

È stato ucciso dalla più recente propaganda politica. Quella che ha abbandonato studi, strategie, idee, ha preso qualche cartello, ci ha scritto sopra col pennarello “Gli immigrati ha casa loro”, poi ci ha riscritto “Gli immigrati a casa loro”, “Basta invasione”, “L’Italia agli italiani”, e l’ha mostrato continuamente, per mesi, ripetendo sempre questi stessi slogan, incessantemente, senza aggiungere altro, rozzi, scarni, così, senza una spiegazione, senza un asterisco, senza guru, senza esperti, con la solita grafica intercambiabile.

Anzi, non è stato ucciso da questa propaganda, il marketing. È stato ucciso dal suo successo. È stato ucciso dal fatto che è bastato ripetere “Ci stanno invadendo”, per rendere reale l’invasione, per convincere tanti (troppi) che l’invasione era in atto. Anche se ti affacciavi alla finestra e non era così, anche se uscivi in strada e non era così.

Qual è lo scopo del marketing, se non quello di convincere le persone che hanno bisogno di qualcosa? Qual è stato il risultato di questa propaganda, se non quello di aver convinto molti (troppi) che c’è bisogno di fermare l’invasione, che c’è bisogno di difendersi dalla (pure questa inventata) criminalità dilagante, che c’è bisogno di combattere certi oscuri poteri che ci vogliono sudditi, schiavi?

A cosa serve allora, il marketing, se basta mostrare sempre lo stesso cartello un po’ sgrammaticato e gridare le stesse cinque parole per convincere le persone che addirittura la realtà non è quella che percepiscono, ma quella che gli raccontano con quegli slogan?

Non serve a niente. Ha smesso di avere senso.

Il marketing finisce qui. Spiace.

Fate altro.

 

Come a Saigon

Spalanco la porta del bar e il tugurio s’inonda della luce delle 11.29 del mattino. Ne esce un odore di stantio, alcol e tabacco di pessima qualità, con una punta sul finale di gratta e vinci grattati. S’intravede appena, con una mano a proteggersi gli occhi sedimentati nella quasi oscurità, un’umanità di perdenti. Qualcuno dal fondo lamenta un “E chiudi”. Faccio un passo e chiudo, come fossi un addetto alle comunicazioni nel fottuto Vietnam. I miei occhi ci mettono qualche secondo per abituarsi a quel minimo sindacale d’illuminazione; la bolletta sarà ridicola, i promotori di EniGasELuce fuggiranno facendosi il segno della croce, quando provano qui a piazzare i loro contratti. Le uniche fonti di luce sono una fila di faretti anemici che tentano di illuminare il bancone, un televisore arrampicato in un angolo che trasforma in fotoni gli elettroni di una televendita di gioielli scontatissimi ma mai abbastanza da giustificare la loro bruttezza, qualche lampadario sparso qua e là sopra i tavoli lungo la parete e un gruppo di fuochi fatui vicino alla porta del bagno, rigorosamente in stile Luigi XIV. Non ci vuole un occhio di falco, come invece serviva nel fottuto Vietnam per salvare la pelle, per capire il genere di reietti che ha fatto la tana là dentro, alcuni dei quali svicolano e si allontanano come scarafaggi al mio passaggio, temendo di essere pestati o disinfestati. Ci sono un pugno di tossici a vari stadi di tossicità e di nostalgia per gli anni ’80, 3 o 4 alcolizzati cronici, un consulente Mediolanum, un paio di maestre d’asilo, un invertito, qualche allibratore, Luca Carboni e un geometra comunale, oltre ovviamente al barista, che però dev’essere un nano, perché dietro al bancone non si vede nessuno. “Potrebbe essere nel retro”, mi dice questa voce di chissà chi in testa. “Oppure è un nano”, insisto nella mia testa. “Oppure dorme sul pavimento del bancone”, ribadisce, “Oppure è un nano” penso io, “Oppure è collassato sbronzo”, rilancia, “Oppure è un nano”, “Oppure è al cesso”, “Oppure è un nano”, “Oppure è piegato a sistemare della roba”, “Oppure è un nano”, “Va bene, ci rinuncio, è un nano, fai come ti pare”.
Arrivo al bancone, mi siedo su uno sgabello che ne ha viste troppe e dal lato sbagliato e lo sguardo incazzato di un nano che pare volermi dire “Beh, cosa ti aspettavi, che fossi nel retro?” mi inchioda dal basso come un’imboscata nel fottuto Vietnam. “Che bevi?”, chiede nel suo falso accento di Moria. “Un Long Island”, rispondo in Morse. “Senti amico, questo è un locale serio, i liquidi li teniamo separati. Se vuoi birra, ti do birra, se vuoi whiskey, ti do whiskey, se vuoi vodka, ti do rum, se vuoi Amaro del capo, ti do Montenegro, se non vuoi niente, ti do il conto”. “Per me allora un whikesy, e per la signorina qui dello scotch”. La tizia accanto a me sta infatti cercando di riappiccicarsi le sopracciglia finte, senza grandi risultati, e la gamba di legno. Mi pare di averla già vista, forse al Museo di arte contemporanea, esposta, ma evito di chiederglielo, impegnata com’è nel rimontaggio. “Senti capo – dico al barista – devo chiederti una cosa”. “Come fai a sapere il mio nome? Sei uno sbirro?”. “Ti chiami Capo?”. “Di cognome. Di nome Senti. Chi cazzo sei? Che cazzo vuoi?”. “Non ti agitare Capo, non sono uno sbirro. Sono un investigatore privato. Hai mai visto questo tizio” e gli mostro la foto. “Certo che l’ho visto, è il presidente della repubblica”. “Ops, sbagliato foto, scusa. Eccolo. Si chiama Bernie Allotropico, è un Cattolico Ateo Teleologico”. “Un fottuto CAT, adesso capisco quegli strani discorsi sulla cromatura di Gesù”. “Quindi lo conosci”. “Ha passato qui una settimana a sbronzarsi da mattina a sera con del Pernod. Poi un pomeriggio ha detto che aveva sete e se n’è andato. Mai più visto”. “Qualche idea su dove possa essere andato”. “A bere”. “Ottimo. Ecco i soldi del whiskey”. “Quello è un buono per una enciclopedia in cd-rom”. “Scusa, sbagliato tasca. Ecco qui. Stammi bene Senti Capo”. Mi avvio ad abbandonare quel posto fetido. Quando sono sulla porta il nano, senza farsi vedere, chiede: “Che cosa ha fatto, ‘sto Bernie Allotropico?”. Mi giro lentamente guardando la sua mano a forma di becco che sbuca da sotto il bancone e mi fissa. “Ha ucciso il Papa”, gli dico. “Ma il papa è vivo”. “Non ancora per molto, Capo. Non ancora per molto”. Supero la soglia incespicando, come nel fottuto Vietnam, e mi lascio quella piccola Saigon della società alle spalle, spero per sempre.

Retta parola

Anch’io, come quasi tutti, ho avuto il mio periodo buddista. No, non mi sono tagliato i capelli e non mi sono vestito d’arancione. E soprattutto non sono diventato vegetariano. Semplicemente, certe letture (Kerouac soprattutto) e certe visioni (Nirvana di Salvatores, filmone) mi accesero la curiosità nei confronti di questa religione, o, come si preferisce dire quando si è all’apice di tale mania, filosofia di vita (che comunque ha i suo concetti  interessanti; per dire, la storia delle morti e delle rinascite, del cammino verso il Nirvana, delle vite su vite spese tentando di acquisire la consapevolezza, ecco, mi pare funzionare molto meglio del cristiano vita-morte-giudizio -> paradiso/inferno, perché in una vita cosa vuoi capire, cosa vuoi diventare consapevole, che dura sì e no un paio di starnuti?)

Fatto sta che, subita tale fascinazione, comprai qualche libro di questo e di quell’esperto (anche qualcosa del Dalai Lama) e mi misi a studiare un po’ il buddismo. Tanta teoria, quindi. A livello di pratica, invece, cose cioè come la meditazione (che poi è il nucleo fondamentale del buddismo), zero. Un po’ perché il fascino era intellettuale, più che spirituale, un po’ perché tutte le religioni sono adorabili, finché non ti richiedono sacrifici (ne sa qualcosa Isacco).

Di tutta quella teoria, mi restano oggi un mucchio di macerie in testa, qualche nome qua e là, e alcune dei concetti più importanti. Uno di questi è il cosiddetto ottuplice sentiero, che in sostanza è il percorso da seguire per acquisire consapevolezza e liberarsi dalla sofferenza (sì, il prologo del buddismo è: la vita è sofferenza. Vagli a dare torto), ed è composto da, guarda caso, otto elementi. Fra questi ve ne sono tre che sono più spiccatamente norme morali, regole di comportamento, e sono: retta parola, retta azione, retta sussistenza.

Nello specifico, retta parola significa esprimersi in un modo che non semini odio e discordia o sentimenti negativi. E quindi significa non mentire, non insultare o denigrare, non adulare né darsi al pettegolezzo, non seminare zizzania.

Il che mi pare, al di là delle questioni spirituali e religiose, una buona norma di comportamento, soprattutto di questi tempi in cui la parola, soprattutto quella scritta, ha invaso le vite di tutti attraverso internet.

Per quanto mi riguarda, mi spiace ammettere che sulla retta parola sono tutt’altro che un campione. Un po’ perché scrivo un sacco di cose inutili (questo post, per esempio), un po’ perché, ogni volta che ne ho l’occasione, parlo male di Paulo Coelho.

La bataglia contro la coglionaggine

Raffaello Baldini, ne La fondazione, che è un monologo teatrale, a un certo punto scrive una cosa che secondo me è molto adatta a questi tempi qui che viviamo:

e qui bisognerebbe fare un altro discorso, sopra la coglionaggine, perchè uno magari dà del coglione agli altri, fa dell’ironia, e invece, ecco, no, ci sarebbe una battuta, a proposito di battute, che la diceva il maestro Liverani: la bataglia contro la coglionaggine comincia da se stessi, ecco, questa mi pare detta bene, perchè siamo tutti un po’ coglioni.

URP

Ieri mattina, per sbrigare delle pratiche, sono stato in un Ufficio per le relazioni col pubblico, che però è meglio chiamare URP, sennò al banco informazioni, quando chiedete dov’è l’Ufficio relazioni col pubblico, vi guardano un po’ strano, ci pensano su un attimo e poi dicono “Ah, l’URP!” (mi raccomando, dite urp, così com’è scritto, non dite u-erre-ppì, perché non so che reazioni possano avere, al banco informazioni)
Ora, io non dico che mi aspettassi freddezza o scortesia, in quest’URP, però si sa che gli uffici pubblici, vene della burocrazia, sono i luoghi del distacco, della distanza, del vetro che divide chi vuole da chi potrebbe. E invece entro e trovo queste due signore, sole, ognuna al proprio PC, nel loro URP, che mi accolgono come fossi un uomo scampato a un naufragio, quasi mi mettono una calda coperta attorno, una tazza di brodo in mano, e una di loro mi fa sedere davanti alla sua scrivania e inizia a prendersi cura di me, della mia pratica burocratica, con una gentilezza abbondante, disorientante, e mentre porta avanti il suo lavoro per me al PC porta avanti con me anche una conversazione, mi racconta delle cose, ne emergono degli elementi in comune, dei luoghi, delle persone, e chiacchieriamo amabilmente mentre la gelida macchina burocratica è scossa da quel calore che ne scioglie i ghiacci, e compilo moduli con attenzione, mentre l’impiegata (ma si può ancora chiamare impiegata, una persona che ha infranto quel vetro?) stampa fogli, me li fa controllare – c’è un errore, si rimedia subito – e ancora parole, piacevolezza, agio, qualche risata.
Alla fine, quando tutto è risolto, le procedure attivate, i codici consegnati, i moduli firmati e le copie fatte, ciò che avverrà spiegato, ci salutiamo con una bella stretta di mano. Esco dall’URP stupito, contento, soddisfatto. Ora, non so negli altri, ma in quell’Ufficio per le relazioni col pubblico, le relazioni col pubblico le sanno proprio fare.

L’Almanacco con dentro la littorina

Qualche giorno fa è uscito un libro che s’intitola “Almanacco 2017 – Mappe del tempo. Memoria, archivi e futuro”. È uscito all’interno di una collana a cui sono sempre stato molto affezionato, la Compagnia Extra, dell’editore Quodlibet di Macerata.

All’interno di questo libro ci sono testi di Learco Pignagnoli, Gianni Celati, Daniele Zinni, Patrizia Barchi, Paolo Albani, Marino Santinelli, Aldo Testa, Paolo Vistoli, Luca Mirabile, Gianfranco Mammi, Stefano Tonietto, Adrián N. Bravi, Matteo Cavezzali, Ivan Fantini, Giovanni Maccari, Ugo Cornia, Daniela Mazzoli, Simone Marcelli, Paolo Pergola, Mauro Orletti, Fabio Donatini, Alessandro Della Santunione. E in fondo, a chiudere, un mio racconto lungo intitolato “La littorina”.

“La littorina” parla della provincia, del tempo che lì (qui!) non passa, o passa in un modo tutto suo. Parla di abitudini che scandiscono i giorni, d’impossibilità, di tentativi ingegnosi, di bilanci, progetti e fallimenti. O meglio parla di anisetta con la mosca, di alcuni anziani seduti al bar, di un’estate torrida e soprattutto di Bertazzoni, il protagonista. Il quale, non senza prima averci ragionato su a dovere, ha deciso di ammazzarsi.

(Quei treni sbuffanti ma inarrestabili che percorrevano – rigorosamente uno alla volta, sul binario unico, incontrandosi affiancati solo nelle stazioni – la linea che veniva dal mare e dal capoluogo fin qui su in collina, nel profondo entroterra, li ho sempre sentiti chiamare e chiamati littorine, anche se erano degli anni ’50 e ’60. Poi, più tardi, persino dei ’70. Le automotrici ALn 668. Materiale rotabile che ha tenuto insieme l’Italia, collegandola da un pezzetto di terra di poco conto all’altro, per decenni.)

L’Almanacco 2017 è a cura di Ermanno Cavazzoni e in collaborazione con Fotografia Europea, un’importante esposizione fotografica che si tiene ogni anno, con un tema diverso, a Reggio Emilia. Proprio a Reggio, e precisamente presso i Chiostri di San Pietro, il 2 giugno alle 21.30 si parlerà dell’Almanacco, si faranno delle letture, e ci saranno musica e balli. Se venite, ci si vede lì.

Qualcosa di molto di più

Una cosa, al di là di ogni altra, mi ha stupito de Il naso della Sfinge: quanto sia qualcosa di molto di più di quanto mi aspettassi.

Capiamoci, non è che non avessi piena fiducia in Roberto Radimir. Ci avevo collaborato per anni, e conoscevo bene le sue capacità. Sapevo già che non mi avrebbe deluso. Non a caso sono corso a bussare alla sua porta, quando Blonk mi ha affidato la collana Stravaganze.

Però, lo ammetto, mi aspettavo qualcos’altro. Una vicenda in qualche modo satirica, molto probabilmente. Della comicità caustica, di certo. Quel suo modo ingegnoso di sbatterci in faccia le contraddizioni in cui siamo immersi e la ridicolezza di certe nostre battaglie, senza dubbio.

E tutto questo – sia chiaro – ne Il naso della Sfinge c’è. Ma c’è molto di più. Ci sono memorie e ricordi, provenienze e radici. C’è la storia di una famiglia, coi suoi rituali, il suo lessico, le sue tragedie. C’è un bel pezzo di sé, di Roberto, tra quelle pagine; anche se spezzettato, quasi mimetizzato in piccole tessere che insieme a molte altre formano un mosaico parecchio più ampio, che disegna grandi eventi storici, importanti figure e personaggi, temi sociali e culturali di grande rilievo. C’è la storia e la Storia, dentro Il naso della Sfinge.

Non mi aspettavo così tanto. Al punto che quando finii di leggere il manoscritto mi chiesi se me lo meritassi davvero, visto che nel ruolo di curatore ero al mio esordio.

Ho deciso di meritarlo, alla fine.

È una bella responsabilità. Ma anche una gran fortuna.

(a proposito, la seconda settimana di maggio Il naso della Sfinge e il suo autore sono in tour a Milano e dintorni. Io li accompagno in qualche tappa. Qui trovate un po’ di informazioni. Per aggiornamenti, seguite la pagina Facebook di Blonk)

Dieci anni senza

Oggi, di dieci anni fa, se ne andava Kurt Vonnegut. Se dovessi descrivere l’impatto che i suoi scritti hanno avuto su di me, probabilmente utilizzerei il termine “cosmologico”.

In un suo libro intitolato Un uomo senza patria (A Man without a Country), a un certo punto dice così:

Far ridere la gente è una cosa tremendamente difficile. In Ghiaccio-nove, per esempio, ci sono dei capitoletti molto brevi, ciascuno dei quali rappresenta una giornata di lavoro: ognuno di essi è una storiella che deve far ridere. Se stessi scrivendo di situazioni tragiche, non sarebbe necessario dare a ogni brano i tempi giusti per assicurarsi che funzioni. Con una scena tragica non si fa mai veramente cilecca. Se gli elementi giusti ci sono tutti, risulta per forza commovente. Ma raccontare un aneddoto che faccia ridere è come costruire una trappola per topi partendo da zero. Bisogna lavorarci sodo per far sì che scatti quando deve scattare.

 

24 marzo

(gruppo Roti, ottobre 1943)

Oggi, 24 marzo, ricorre l’anniversario dell’eccidio di Braccano, strage nazifascista avvenuta alle pendici del monte San Vicino. Persero la vita: Don Enrico Pocognoni, Demade Lucernoni, Ivano Marinucci, Raghè Mohamed, Temistocle Sabbatini e Nur Thur.
Qualche anno fa, per un ebook intitolato Schegge di liberazione, scrissi questo breve racconto, un dialogo immaginario ispirato a quei tragici fatti. Vale la pena riproporlo.

Pessima memoria

Una panchina del parco. Nella penombra di fine aprile.

– Te lo ricordi il somalo?
– …
– Ivano!
– Cos’hai da gridare? Ti prende il matto?
– T’eri addormentato.
– E allora lasciami dormire.
– Te lo ricordi il somalo?
– Di che parli?
– Il somalo, com’è che si chiamava?
– Mai conosciuto somali.
– Era con noi, su a Roti.
– Roti. Roti me la ricordo, c’ero anch’io?
– Certo che c’eri anche tu.
– E cosa ci facevamo a Roti?
– Nur Thur!
– Cosa?
– Si chiamava Nur Thur, il somalo.
– Non ricordo somali.
– Un tipo piacevole.
– Ed era a Roti.
– Sì, era insieme a noi.
– E cosa ci facevamo a Roti io, tu e Nurtù?
– Nur Thur, non Nurtù.
– Io, questi somali, perché non usano nomi normali? Ivano, Umberto, o che ne so. Me lo dici che ci facevamo tutti allegri a Roti?
– Allegri mica tanto, c’era la guerra.
– La guerra, addirittura. Non mi ricordo.
– Nur Thur morì lo stesso giorno di Don Enrico.
– Ecco, il prete me lo ricordo.
– I tedeschi lo fucilarono che non era ancora l’ora di pranzo.
– Che lo ammazzarono però non me lo ricordo mica.
– Aveva suonato le campane per avvertirci dell’arrivo della colonna.
– Sì, suonavano le campane, quel giorno. Sicuro che c’ero anch’io?
– C’eri, c’eri, porco diavolo!
– E non t’arrabbiare, ci credo. Solo è tutto un po’ una nebbia.
– Son passati più di sessant’anni, è normale.
– Poi cos’è successo?
– Siamo scesi in paese con altri due del gruppo, a vedere cos’è che andava storto.
– C’era anche il somalo?
– No, lui era sceso giù la mattina presto: lo avevano trovato durante il rastrellamento.
– E chi altro c’era con noi?
– Non mi ricordo.
– Ah, lo vedi?
– Cosa?
– Anche tu c’hai dei buchi.
– Io però non mi ricordo i dettagli, tu pare che neanche c’eri a fare il partigiano.
– C’ero, c’ero. E’ la testa che… Dai, va’ avanti.
– Eravamo alle porte del paese quando ci accorgemmo che avevano iniziato l’accerchiamento.
– Nel mezzo della tenaglia: eravamo nient’altro che un branco di ragazzini idioti.
– Potevamo solo arretrare.
– Tornammo indietro, verso Roti.
– Prima di buon passo, poi una corsa indiavolata.
– Loro erano tanti, bene armati, e con un piano e ordini da eseguire.
– Rimanemmo in due ancor prima di arrivare alla fonte.
– Raggiungemmo il fienile.
– Era quasi fatta. Da lì poi verso l’eremo, o verso il costone, mille vie di fuga. Quasi fatta.
– Non mi ricordo mica com’è finita…
– Di spari ne sento tanti, e di pallottole passarci sopra anche. I suoni si confondono, tra il fiatone, il calpestare degli scarponi, il pulsare del sangue nella testa. Poi, come isolato, arriva un colpo più nitido, definito, nemmeno uscisse da un altoparlante. La pallottola non ci sorpassa, si ferma accanto a me, a destra, nemmeno un metro. Tutto rallenta. Se mi fossi voltato un istante prima avrei visto il proiettile scostare i capelli dalla tua nuca, bruciarli, bucare la pelle e affondarvi, frantumare le ossa del cranio e finire dentro, nella testa, a fare confusione, a mischiare i ricordi e a cancellarli, a trasformarti in un’ombra.
– E poi?
– Poi ho solo corso, che mi pare ancora di avere il fiatone.
– Dici che è andata così? Non mi ricordo mica.
– Lo so. Ciao Ivano.
– Ciao Umberto, a domani.

Umberto s’alza e se ne va lento, lasciando vuota la panchina.

Una poesia elettrodomestica

In occasione della giornata mondiale della poesia, pubblico volentieri un breve componimento del poeta elettrodomestico Tullio Mancetta, che è stato ospite della quarta puntata de L’analfabeta funzionante (qui trovate il podcast, l’intervista è al minuto 37 circa). Questi versi in particolare sono tratti dalla sua raccolta “La bolletta salata”:

La tastiera del telefono

S’è rotto il 3
non va, non so perché
non funziona.
Dovrei chiamare
l’assistenza, lo so
ma il numero è
800.65.24.373.

Controcorrente

Di recente mi è successo di leggere un libro di Amedeo Balbi intitolato Dove sono tutti quanti?, nelle cui pagine si racconta e si spiega la ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta. Saggiamente, prima di dirci cosa potrebbe esserci là fuori (e dove, nel caso), Balbi ci dice cosa c’è qui, intanto, sul nostro pianeta, e soprattutto cos’è il “cosa”, cioè la vita, perché se vogliamo cercarla altrove dobbiamo pur sapere come riconoscerla. E no, non è così scontato.

Così, nel capitolo in cui si cerca di definire la vita, mi sono imbattuto in alche righe che mi hanno molto colpito:

La vita, però, non è solo complessità. Anche un cristallo, una nuvola o una galassia sono strutture molto complesse. C’è qualcosa di più, una caratteristica talmente importante da far sembrare i sistemi viventi profondamente diversi dal resto della materia che troviamo nell’universo: essi sembrano eludere la spontanea tendenza di tutto ciò che esiste a precipitare nel disordine. È una legge di natura, la seconda legge della termodinamica: lasciato a se stesso, qualunque sistema inizialmente ordinato si incasina inesorabilmente. Senza manutenzione i monumenti si sgretolano, e non ci aspettiamo certo che un mucchio di sassi inizi improvvisamente a mettersi assieme formando un edificio. Eppure, in un certo senso, un sistema vivente fa proprio questo, almeno finché ci riesce. Più o meno consapevolmente, è questo il criterio con cui distinguiamo ciò che è vivo da ciò che non lo è: la capacita sorprendente di restare separato dal flusso del decadimento che coinvolge ogni cosa. La morte non è altro che il ritorno di un organismo al comportamento spontaneo della materia inanimata, la perdita graduale di una struttura organizzata.

Insomma, la vita è una specie di resistenza. Un opporsi a un destino inesorabile, per un breve istante (almeno in termini cosmologici), emergendo per un attimo da un fiume in piena, nuotando controcorrente, faticosamente, per percorrere solo pochi centimetri, se non millimetri, e poi via, sfiniti, di nuovo dalla parte “giusta”, con tutto il resto.

Combattere sapendo di non poter vincere. Piccoli stupidi eroi.

Il naso della Sfinge

Quello che succede oggi è il risultato della somma di alcuni atti coraggiosi (o di una totale mancanza di senno).

Il primo è quello dello scrittore, Roberto Radimir. Scrivere, se non lo si fa solo per il cassetto della propria scrivania, è sempre un atto di coraggio. Se si è al primo romanzo, lo è ancora di più. Se il primo romanzo racconta di se stessi e della propria famiglia, figuriamoci.

Il secondo è quello dell’editore, Blonk. A parte che per un piccolo editore ogni libro pubblicato è un rischio, e non da poco, decidere di affidare una nuova collana a uno che di collane non ne sa niente è un bell’atto di coraggio.

Il terzo è quello del sottoscritto, più esattamente di colui che di collane non ne sa niente. O almeno non ne sapeva, e proprio per questo c’è voluto del coraggio ad accettare. Non che sia diventato un esperto, ovviamente, ma visto quello che succede oggi direi che l’essenziale lo maneggio.

Quello che succede oggi, ovvero la pubblicazione de Il naso della Sfinge, di Roberto Radimir, che inaugura una nuova collana Blonk intitolata Stravaganze, curata dal sottoscritto, è sul serio il risultato di una serie di atti di coraggio.

Forse anche di una totale mancanza di senno.

Poi però, s’inizia a sfogliarlo, Il naso della Sfinge. A leggere le prime righe, i primi paragrafi, che diventano in fretta pagine. Ci si immerge in un calore che non si sa bene se sia quello del clima egiziano o quello famigliare, dei propri cari, ma è un calore accogliente, invitante.

S’iniziano a intravedere vicoli polverosi, banchi di ambulanti circondati dalle mosche, ragazzini che corrono e s’infilano in ogni stretto pertugio tra la folla, scomparendo dietro gli angoli, soldati inglesi armati e annoiati, europei spaesati in mezzo a una massa umana vociante formata da talmente tante etnie, culture e fedi da apparire coerente nell’insieme.

L’odore inebriante delle spezie, ma anche quello nauseabondo della Molokhia che qualcuno sta preparando, chissà dove. Coppie che litigano, perché “vuoi mettere i greci rispetto agli armeni?” Qualcuno che nella hall di un albergo grida: “Zabakéria!”. Chissà cosa vuol dire. Cani dal pelo scuro che si aggirano come padroni delle vie. Orde di nazionalisti che vanno mettendo segni su certe case. Solo su alcune. Tram che frenano all’improvviso, senza motivo, coi passeggeri che scoppiano a ridere. Deserto. Oasi. Il futuro nei fondi del caffè. Minareti altissimi. Fotografi amanti dei giochi di parole, tristemente inascoltati. Passaporti. Partenze. E poi ritorni, alla ricerca delle proprie origini. Memorie frammentarie che si vanno incastrando. Nomi, foto, racconti, leggende, invenzioni e bugie.

E sì, forse un po’ di senno è mancato. E di coraggio ce n’è voluto.

Ma ne è valsa la pena dalla prima all’ultima parola.

Stravaganze

Sono successe delle cose, ultimamente.

Una delle cose che mi sono successe – anche se ufficialmente accadrà fra alcuni giorni – è che sono diventato un direttore di collana. Tolte le battute riguardanti gioielli e bigiotteria, resta questa definizione un po’ altisonante, che nella pratica vera e propria vuol dire semplicemente curatore di una serie di libri (molto meglio averne cura che dirigerli, i libri), ma di solito si dice così: direttore. E chi sono io per esimermi dal pavoneggiarmi un po’?

Com’è successo che sono diventato un direttore di collana? Ecco com’è andata. Un giorno mi telefona il buon Lele Rozza, direttore – nel suo caso è più azzeccato, il termine – editoriale di Blonk, casa editrice che ha pubblicato il mio romanzo (racconto lungo!) Eccì. Mi telefona e mi dice, più o meno: «Stavamo pensando di lanciare una nuova collana», e io: «Che bravi, fate bene», e lui: «Non hai capito. Dovresti farla tu, la collana», e io: «Ah. Ma non so mica come si fa». Io, mi rendo conto, devo essere abbastanza in controtendenza rispetto a quest’epoca in cui tutti dicono di saper fare tutto e fanno di tutto. Lì per lì dico: «Proviamo».

La prima idea naturalmente è stata quella di mettere in piedi una collana umoristica. Di letteratura umoristica, nel senso. Ovvero una delle mie passioni, nonché una cosa che nel panorama editoriale nostrano manca abbastanza.
Poi mi ricordo di quella volta che in una libreria di Roma ho chiesto dove fosse la sezione umorismo, e stava di sotto, in fondo a destra, nell’angolo, sul retro della colonna, davanti alla porta del gabinetto. E c’erano libri di barzellette, libri di “fenomeni del web”, e un paio di libri di Campanile che mi guardavano supplichevoli e sembravano dire “portaci via!”. Credo di averli portati via.
È un po’ così, da noi. O è narrativa, o è umorismo. Quantomeno a livello commerciale e di scaffali.

Niente collana umoristica allora. Però l’umorismo ce lo volevo, dentro. In una delle sue tante forme possibili: dalla sottile ironia alle demenzialità, dal tragicomico al brillante. Un po’ di satira, anche, se possibile. Dal riso silenzioso al sorriso al ghigno fino alla sganasciata. E chiedo scusa ai puristi, se mischio tutto nello stesso calderone.

E allora storie, di qualsiasi tipo o genere, finzioni o quasi-finzioni o poco-finzioni, ma raccontate in un certo modo peculiare. Un’esplorazione senza né mappa né navigatore, percorsi non chiari, a prima vista incoerenti, una miscellanea che disorienta, in cui ci si perde, mancando i riferimenti. Un cammino con solo questa – a volte quasi invisibile ma sempre presente – traccia di fondo da seguire, umoristica. Così è nata Stravaganze, una collana, lo dice la parola stessa, che vaga lungo percorsi non battuti, lontana dalle principali vie di comunicazione, e che facilmente conterrà stranezze e bizzarrie. Lassù in cima potete vederne il logo, a sé (credo renda bene l’idea che c’è dietro la collana). Qui, invece, inserito nel suo marchio.

Fra alcuni giorni Stravaganze vedrà la luce, col suo primo volume. S’intitola Il naso della Sfinge, e l’autore è Roberto Radimir (qualcuno qui sul web potrebbe riconoscerlo più facilmente dal suo nick, CoqBaroque). Per ora non vi dico altro, a parte che c’è un’apposita pagina Facebook che fareste bene a seguire per avere presto novità in merito. Intanto vi metto qui la quarta, come diciamo noi direttori di collana:

È notte quando la motonave Esperia, scivolando tra le onde scure del Mediterraneo, si lascia alle spalle le acque territoriali egiziane e al contempo la dittatura di Nasser. L’annuncio del capitano è salutato da un boato di gioia dei passeggeri: una gioia che ha il gusto dello scampato pericolo, anche se il futuro è incerto. Proprio da quest’epilogo prende avvio una narrazione che, un tassello dopo l’altro, ripercorre le vicende di una famiglia d’italiani d’Egitto, e insieme a quelle forma l’esotico e vivace mosaico della società cosmopolita in cui era immersa. Un percorso biografico tracciato con sottile ironia, in cui memoria, invenzione e ricerca storica diventano indistinguibili, ma che attraverso ritratti umani, aneddoti, ricette e canzoni ci racconta un mondo affascinante e caleidoscopico in cui religioni, lingue, usi e costumi molto diversi convivevano in perfetta armonia. Un mondo ormai scomparso, che si rianima però nella memoria e nella ricerca delle proprie origini.

Radio days

Cos’era? Ferragosto se non sbaglio. Ero a una grigliata con un po’ di amici. Una di quelle giornate in cui s’inizia a cuocere alle dieci della mattina e si finisce verso mezzanotte, giusto un attimo prima che si calino dagli elicotteri le squadre speciali inviate dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Fra una braciola e un bicchiere di rosso, un amico mi dice che c’è una mezza intenzione di tirar su una webradio. All’interno di una birreria. Cerco di pensare a una definizione migliore di paradiso ma lì per lì non la trovo, così il mio amico aggiunge che ha già fatto il mio nome, e se mi va di pensare a qualcosa, un’idea per un programma. Poi mi fa sapere quando c’è la riunione.

Beh, oggi quella cosa mezza accennata durante una grigliata è diventata una realtà, e si chiama Radio Sverso. Trasmette davvero da dentro una birreria (ops!, birroteca), che guarda caso si chiama Lo sverso, e contiene davvero, oltre a un sacco di bella musica, dei programmi in diretta.

E tra questi c’è pure L’analfabeta funzionante, un programma di cultura con la R maiuscola, ovvero il frutto di quell’idea che mi è stata chiesta a Ferragosto e chi mi porterà ai microfoni di Radio Sverso ogni martedì alle 22, a partire da domani 20 dicembre. Una grande avventura di scrittura e conduzione (e regia, a dirla tutta).

Se penso a tutto il mio scetticismo iniziale (giro sempre con diversi container di scetticismo, si sappia) e all’entusiasmo che circonda questa cosa in questo momento, non posso che riconoscere per l’ennesima volta una grande regola: un gruppo di cazzari, riuniti attorno a un tavolo e qualche birra, possono l’improbabile.

A domani sera, amici ascoltatori.