L’angolo del Natale

Perché poi, se uno ci si mette d’impegno a rifletterci su, andando proprio alle origini della questione, percorrendo all’indietro le tradizioni, le espressioni delle varie culture e società succedutesi, i riti, i legami dell’uomo con la terra che abita, indietro e ancora indietro, anzi più a fondo, fino al nucleo essenziale, originario, viene fuori che a Natale non si fa altro che festeggiare il fatto che l’asse terrestre è inclinato – almeno in questi ultimi tempi – di 23° 27′ rispetto alla perpendicolare al piano dell’eclittica.

Inventarsi nuove scuse

Ieri, ascoltando la radio, a un certo punto c’era questa speaker che commentava il messaggio di una ragazza che aveva scritto che lei, siccome faceva l’università, era assillata da tutti quelli che le chiedevano in continuazione “Quando ti laurei?”, e questa speaker le aveva risposto di stare pur tranquilla, tanto dopo la laurea tutti avrebbero iniziato ad assillarla con altre domande, tipo “Quando ti sposi?”, “Quando fai dei figli?”, domande che ti rivolgono soprattutto i parenti e soprattutto durante il Natale, quando ci si ritrova a tavola con loro, e anzi questa speaker si ricordava di una sua zia piuttosto fastidiosa che proprio a un pranzo di Natale continuava a chiederle “Eh ma quando ti sposi?”, e lei alla fine, estenuata, aveva perso la pazienza e le aveva dato una rispostaccia: le aveva detto che era lesbica. Così aveva messo a tacere la zia.

Solo che adesso, ho pensato io dopo aver ascoltato, i gay possono sposarsi. Perciò, ecco, come scusa contro le zie petulanti non funziona mica più, questa qui di essere gay. Tocca inventarsi altro.

Anche il progresso civile, qua e là, ha qualche piccola fregatura.

Senza un verso

Qualche tempo fa mi è capitato di riascoltare, da un decenne che ce l’aveva come compito per il giorno dopo, la poesia San Martino, di Giosuè Carducci. Quella, per capirci, che inizia con La nebbia agli irti colli. Quella con cui Fiorello fece una canzone, nel 1993. Come se fosse normale.

Insomma ero lì che ascoltavo questo decenne che ripeteva la poesia a memoria, ed ero tutto un groviglio – e quando mi ricapita? – di autorità e letteratura, un po’ per l’età, un po’ perché San Martino era l’unica poesia che ricordavo a memoria dai tempi delle scuole, delle scuole elementari, ed ero in grado di correggere i passaggi sbagliati e le incertezze.

Solo che a un certo punto, dopo su l’uscio a rimirar, il decenne dice tra le rossastre nubi, mentre io penso stormi d’uccelli neri, allora dico Tra le rossastre nubi?, e lui dice Sì, tra le rossastre nubi, e allora io dico Ok, e lui continua con stormi d’uccelli neri e tutti il resto, fino alla fine, mentre io penso Cazzo, ho sempre saltato un verso, chi l’ha detto mai tra le rossastre nubi? Vuoi vedere che pure all’epoca, quando me la chiese il maestro, alle elementari, mi ero sbagliato? E chissà poi quante altre volte ho sbagliato a dirla. Che disastro.

E insomma quel groviglio di autorità e letteratura s’è sciolto con la velocità di un trucco di magia. E mi sa che non mi ricapita più, che è meglio.

URP

Ieri mattina, per sbrigare delle pratiche, sono stato in un Ufficio per le relazioni col pubblico, che però è meglio chiamare URP, sennò al banco informazioni, quando chiedete dov’è l’Ufficio relazioni col pubblico, vi guardano un po’ strano, ci pensano su un attimo e poi dicono “Ah, l’URP!” (mi raccomando, dite urp, così com’è scritto, non dite u-erre-ppì, perché non so che reazioni possano avere, al banco informazioni)
Ora, io non dico che mi aspettassi freddezza o scortesia, in quest’URP, però si sa che gli uffici pubblici, vene della burocrazia, sono i luoghi del distacco, della distanza, del vetro che divide chi vuole da chi potrebbe. E invece entro e trovo queste due signore, sole, ognuna al proprio PC, nel loro URP, che mi accolgono come fossi un uomo scampato a un naufragio, quasi mi mettono una calda coperta attorno, una tazza di brodo in mano, e una di loro mi fa sedere davanti alla sua scrivania e inizia a prendersi cura di me, della mia pratica burocratica, con una gentilezza abbondante, disorientante, e mentre porta avanti il suo lavoro per me al PC porta avanti con me anche una conversazione, mi racconta delle cose, ne emergono degli elementi in comune, dei luoghi, delle persone, e chiacchieriamo amabilmente mentre la gelida macchina burocratica è scossa da quel calore che ne scioglie i ghiacci, e compilo moduli con attenzione, mentre l’impiegata (ma si può ancora chiamare impiegata, una persona che ha infranto quel vetro?) stampa fogli, me li fa controllare – c’è un errore, si rimedia subito – e ancora parole, piacevolezza, agio, qualche risata.
Alla fine, quando tutto è risolto, le procedure attivate, i codici consegnati, i moduli firmati e le copie fatte, ciò che avverrà spiegato, ci salutiamo con una bella stretta di mano. Esco dall’URP stupito, contento, soddisfatto. Ora, non so negli altri, ma in quell’Ufficio per le relazioni col pubblico, le relazioni col pubblico le sanno proprio fare.

Fiaschi

Giusto un appunto (che già il fatto mi sembra sparire dai resoconti e dalle riflessioni) a margine dello psicodramma “Italia fuori dai mondiali”.

Come nazionale, ieri sera abbiamo ufficialmente pareggiato, e quindi perso, alla fine del secondo tempo, col fischio dell’arbitro.

Come nazione, invece, avevamo già perso durante l’inno nazionale svedese, coi fischi del pubblico.

Speriamo che star fermi un giro ci aiuti a ripensare un po’ di cose.

Difetti di fabbrica

Il mio tallone d’Achille è il collo. Non solo nel senso che se qualcuno mi colpisce lì con una lancia allora addio. Ma anche e soprattutto nel senso che sono abbastanza un habitué dei dolori cervicali. Ne soffro, come si dice.

Ma al di là della predisposizione, ci sono poi i comportamenti. I fattori ambientali, credo si dica. Cioè l’esposizione alle correnti d’aria, girare coi capelli bagnati come il protagonista di un film degli anni ’70, la postura, il cuscino, il materasso, gli sforzi fatti male, i movimenti goffi. Tutte cose a cui bisogna stare attenti, e a cui viene data la colpa al risvegliarsi del fastidio o del dolore.

Poi un giorno ho letto ricordati chissà dove che il corpo umano è ben lungi dall’essere perfetto, e che quindi ha delle cose che, avendo i mezzi per farlo, andrebbero sistemate, aggiustate, modificate, per renderci creature più resistenti, più performanti anche. E una di queste cose non fatte benissimo era proprio la colonna vertebrale, che prima era fatta per scimmie più o meno quadrupedi, poi adesso, con pochi cambiamenti, ce la ritroviamo addosso noi, che però ci aggiriamo eretti, col peso che schiaccia le vertebre e questo collo reso rigido dal fatto di dover tenere su dritta la testa, sennò sembreremmo quelle bamboline hawaiane con la capoccetta che fa di qua e di là.

E appena ho letto questa cosa del collo fatto male, mal concepito, di molto migliorabile, mi sono detto “ah, ecco!”, e da quella volta invece di prendermela con me perché sto in mezzo alle correnti, sto tutto storto sulla sedia, faccio l’attore anni ’70 o il soggetto di un Picasso quando dormo, me la prendo con la natura che non ha saputo farmi a dovere, e mi fa soffrire, come poi diceva anche Leopardi.

Cosa vado a pensare

Poco fa mi è venuto in mente che sarebbe il caso di ricominciare a scrivere qui sul blog. Ora ci penso meglio.

Voi, nel dubbio, preparatevi.

Stupore

Se c’è una cosa che tutte le volte – tutte le volte che succede quello che è successo stamattina in una piazza di Roma – mi sorprende, e quasi addirittura m’affascina, è la capacità che il potere ha di preparare alla perfezione le condizioni perché si verifichi lo scontro. E non uno scontro “verticale”, di quelli che sono sotto, gli schiacciati, contro quelli che sono sopra, gli appoggiati. No. Uno scontro fra poveri, ultimi contro ultimi. Schiacciati contro schiacciati. Perché qualche violento comunque lo trovi, o qualche gesto goffo capita, non c’è nemmeno da pianificarlo. Il resto lo fa la tensione che si è accumulata: quello sì che è un lavoro di fino.

E allora lo scontro in piazza, lo scontro sui social, qualche sasso, qualche manganellata, qualche insulto, qualche segnalazione su Facebook e si arriva presto alla fine della partita, in un gioco che ci hanno messo davanti senza che volessimo giocarci.

È impressionante quanto sia bravo il potere a convincerci che siamo divisi in fazioni.

Una piccola ma importante precisazione

Solo per chiarire che no, nel frattempo – visto che non scrivo da un po’ – razzisti, fascisti e nazisti non sono diventati, nel caso vi fosse venuto il dubbio, portatori di idee alternative. Sono e restano razzisti, fascisti e nazisti.

ps: l’immagine ha il solo scopo di attirare il pubblico.

M3S

Qualche giorno fa si rifletteva sull’opportunità di fondare l’M3S, il Movimento Tressette, promuovendolo con lo slogan “Uno (nel senso dell’asso) vale uno”.

Come base elettorale, gli anziani da bar sarebbero una buona garanzia.

Adesso, fra una partita e l’altra, ci pensiamo meglio.

 

Referendoom

Non ci vuole molto per capire che, indipendentemente dal risultato del 4 dicembre, abbiamo già perso tutti.

Ha già vinto invece il potere. Il quale, tra le tante altre cose, è l’arte di convincerci che le persone sono divise in fazioni.

(e se quando avete letto “potere”, qui sopra, avete pensato a un politico in particolare, direi che ci è proprio riuscito)

Lettera a coloro che scrivono una lettera ai propri figli per spiegare loro certe batoste

Cari voi,
sì, il mondo è un posto per buona parte orribile, abitato da persone orribili che fanno cose orribili in modo orribile. E non vestono nemmeno troppo bene.
Il problema è che, a forza di stare in quel 5% dove ogni cosa è un po’ meno orribile, forse ce lo siamo dimenticati.
Così, quando capitano certi avvenimenti, e il 95% si mostra in tutta la sua orribiltà, la paura ci assale e l’istinto ci fa arretrare ancora, diciamo fino al 4%.
Dite ai vostri figli, sempre che ne abbiano bisogno, che a forza di arretrare fra poco il mondo sarà orribile al 100%. Così tutto andrà a posto e non ci sarà più bisogno di scrivere lettere simili.

L’inespugnabile

La cassaforte più sicura al mondo è stata la Milton-Cronhauser Mark 3, detta L’inespugnabile. Su questo primato però non c’è ampio accordo fra gli esperti; molti di essi infatti non ritrovano nella Mark 3 le caratteristiche sufficienti per poterla effettivamente definire una cassaforte. Inoltre, per la maggior parte degli addetti ai lavori L’inespugnabile è solo un nome altisonante che nasconde una delle più grandi truffe nella storia dei dispositivi di sicurezza.

Progettata in gran segreto da Edward Milton e Goerg Cronhauser, il primo esperto di meccanica e metallurgia, il secondo di logica e matematica, entrambi appassionati di denaro contante, fu prodotta a Boston in venticinque esemplari, a cavallo tra il 1928 e il 1929. Sotto la spinta dello slogan “La cassaforte che nessun ladro potrà mai aprire”, fu venduta a prezzi esorbitanti ad alcune banche della East Coast e a una manciata di miliardari.

Così ne parla nelle sue memorie, intitolate “Mani in alto, questa è una banca”, l’allora direttore della Central Bank of New York, Michael S. Bigelow: “La Mark 3 ci fu consegnata un freddo mercoledì mattina, nel marzo del 1929. Per essere un cubo di un metro per un metro per un metro era spaventosamente pesante. Avevamo deciso di acquistarla più per una questione d’immagine che di sicurezza. Viste le dimensioni ridotte, l’avremmo dedicata al deposito di gioielli unici appartenenti a qualche magnate con una moglie o un’amante piuttosto esigente. A gran fatica fu trasportata nel caveau. Non ricordo perché, però non la aprimmo subito. Semplicemente la lasciammo lì, scura e un po’ inquietante, in attesa di utilizzarla appropriatamente. L’occasione giunse un paio di settimane più tardi, quando Bob Sanders, che aveva fatto una fortuna inventando la lima per unghie portatile, venne da noi per mettere al sicuro l’Occhio di Ra, un diamante grande quanto un bagel di Harry’s, il cui valore si aggirava tra l’inestimabile e l’incalcolabile. Scesi nel caveau insieme a lui e ad altri tre pezzi grossi della banca, detti ‘i fidati’. La Mark 3 infatti, per essere aperta, necessitava di 5 chiavi che aprivano ognuna la rispettiva serratura. Una chiave sarebbe rimasta a Sanders, una l’avrei tenuta io, le altre tre sarebbero state sotto la custodia dei ‘fidati’. Inserimmo le chiavi nelle serrature e girammo. Non si udì alcuno scatto. Ritentammo, ma le chiavi sembravano andare a vuoto. Dopo qualche altro tentativo, per evitare imbarazzi decisi di accampare una scusa e usare la classica Mitterson del 1921 per mettere al sicuro il diamante. Prima di tornarmene su per sbrigare le pratiche del caso, osservai un po’ più nel dettaglio la Mark 3 e notai un dettaglio quantomeno curioso: nella parte frontale non s’intravedeva alcun solco, alcuna scanalatura là dove ci sarebbe dovuta essere quella dello sportello”.

Lo slogan con cui era stata pubblicizzata diceva la verità: nessun ladro infatti riuscì mai ad aprirla. Ma nemmeno alcun proprietario ci riuscì. Era davvero inespugnable. O, più semplicemente, non poteva proprio essere aperta. Questa sua favolosa caratteristica, si scoprì poi nel giro di poco grazie ad adeguate indagini, dipendeva dal fatto che la Milton-Cronhauser Mark 3 era un unico blocco d’acciaio, senza aperture di alcun tipo, a parte quelle 5 serrature del tutto inutili. Al centro di quell’ammasso di metallo stava un piccolo vano vuoto di dieci centimetri di lato, dove depositare eventuali valori. L’Occhio di Ra, per dire, ci sarebbe entrato senza problemi. Come infilarcelo, però, dio solo lo sa.

Quando la polizia fece irruzione nella sede della Milton-Cronhauser, i due creatori dell’Inespugnabile avevano già lasciato il paese, diretti chissà dove con un gruzzolo sufficiente a vivere in agiatezza fino alla fine dei giorni, lasciandosi anche qualche risparmio per dopo. Sul tavolo dell’ufficio fu trovato un breve appunto, firmato da entrambi, che recitava: “Abbiamo semplicemente realizzato il vostro sogno di non essere derubati. Alla lettera”.

Ultrà

Un’altra cosa che mi è capitata, di recente, è questa. Ero in treno, uno di quelli con pochi fronzoli e ogni tanto mancanti anche proprio dell’essenziale, ma che hanno questa impressionante capacità di fare quasi mai ritardo, e se ne fanno ne fanno pochissimo (certo, ci mettono di più ad arrivare, ma io di solito non ho fretta), e insomma a un certo punto si sente l’altoparlante che dice “Avvertiamo eccetera eccetera che nella stazione di eccetera eccetera saliranno dei tifosi, e quindi i gentili signori presenti nelle ultime tre carrozze sono pregati di spostarsi altrove”, e lo dice con un tono che il cervello capisce “Hanno trovato degli Unni che vagavano disorientati dai tempi delle invasioni barbariche, li riportiamo a casa nelle ultime tre carrozze, stanno per salire, fuggite sciocchi!”. Così prendo armi e bagagli (che è un modo di dire che col clima che c’è è meglio lasciar stare), e insieme a tre vagoni non pienissimi di gente mi dirigo verso la testa del treno, e alla fine trovo un posto. L’altoparlante dopo un po’ ripete l’avviso, e l’immagine di uomini barbuti e vestiti di pellicce che scendono forsennati dalle colline roteando asce e spade attraversa la mente di ognuno. Stiamo tutti lì in tensione per una buona mezz’ora. Poi arriviamo alla stazione degli Unni, appiccichiamo gli occhi ai finestrini, e non sale nessuno. Aspettiamo la mandria, controlliamo, ascoltiamo, e la mandria non arriva. Non si vede un tifoso nemmeno a offrirgli un biglietto in tribuna imperiale. Poco dopo ripartiamo. La delusione è palpabile. E le facce hanno tutte quell’espressione che vuol dire “Vuoi vedere che la storia, sui barbari, ci ha ricamato sopra?”.

Il non morto

C’è questa cosa che mi succede, che secondo me è un po’ strana. Poi magari capita a tutti e tutti i giorni, ma non credo. Insomma mi succede che ogni tanto do per morto uno. Nel senso, uno qui del paesello. Un signore che aveva un bar. Capita il suo nome nei discorsi, anche solo per caso, e io dico: “Ah, coso lì che è morto”. E tutti mi guardano un po’ stupiti e mi dicono: “Ma non è mica morto”. E io: “Ma va? Mi sembrava proprio”. E questa cosa succede ogni 3 o 4 anni, tipo, e fin qui non ha niente di strano, perché la memoria è quella che è, e certe fissazioni sono difficili da risolvere, e quindi io, di media, penso che quello lì è morto. E va bene, non muore mica nessuno. Non davvero. Solo che poi, il giorno dopo, dopo che ho detto “Ah, coso lì che è morto”, il giorno dopo di ogni 3 o 4 anni quindi, coso lì lo incontro per strada. Incontro il morto, in pratica. Solo che, naturalmente, è vivo, proprio come mi avevano detto. Cioè, io per 3 o 4 anni questo qui non lo vedo mai (il che, anche solo statisticamente, qui al paesello, è piuttosto difficile), poi, il giorno dopo che l’ho dato per morto, lo incrocio. Sempre. È un po’ come se mi volesse dire “Tiè, col cazzo che sono morto”, e avrebbe anche ragione. Oppure vuole dimostrarmi che dandolo per morto con tale regolarità e convinzione, lo sto facendo campare tantissimo, e ci tiene  a ribadirlo ogni volta. Oppure è solo un caso. Ma non credo.

Chiamateli matrimoni

Davvero qualcuno pensa che dirò cose tipo “Domenica prossima ho un’unione civile e non ho trovato ancora niente da mettermi”? Davvero qualcuno crede che mi arriveranno messaggi su WhatsApp con scritto “Venerdì sera alle 21.30 da noi per vedere le foto dell’unione civile e del viaggio più o meno di nozze”? Davvero c’è chi immagina dialoghi che iniziano con “Hai saputo chi si unisce civilmente?” o “Proprio belle le bomboniere di Carlo e Roberto”? Voi fate come vi pare, ovviamente. Io però li chiamerò matrimoni, senza aggiungere asterischi o postille. Anche se la norma non mi dà ragione. Perché credo che le parole costruiscano la realtà molto più rapidamente delle leggi. E queste ultime, a un certo punto, non possono che adeguarsi.

Direzioni

Siamo nel 2016. Trapiantiamo organi vitali, mandiamo persone nello spazio, giriamo con in tasca dispositivi che accedono istantaneamente a più o meno tutto il sapere disponibile sul pianeta, cuciniamo persino con poco olio. Eppure, nonostante tutti questi e molti altri incredibili progressi, sebbene il mondo sia diventato una miniera quasi infinita di possibilità e opportunità, siamo ancora fermi alle due direzioni tradizionali: destra e sinistra. O di qua e di là, per quelli che si sbagliano sempre. Che senso ha, nel 2016, costringerci a scegliere fra due sole alternative? Quanto progresso ci è precluso perché possiamo andare solo a destra e a sinistra, e non altrove? Non è dunque il caso di cominciare ad aprirci nuove strade, di puntare su tutte le variazioni possibili tra questi due poli che sono stati utilissimi in epoche in cui c’era bisogno di semplicità, di scelte nette, ma che ora sono un peso dell’antichità? Il primo passo da compiere è perciò ovvio: inaugurare subito una o due nuove direzioni. Nobostra e locistra, per esempio (o di qui ecco non proprio e di lì ecco infatti, per quelli che si sbagliano sempre). Ma in questo momento i nomi poco importano, ci penseranno le varie commissioni e istituti che presto fioriranno a questo scopo. Per ora la cosa importante è smettere di dar retta alle solite indicazioni, e a quelli che ci dicono di seguirli perché sanno la strada.