Il futuro dei Maneskin

Che botto che hanno fatto, i Maneskin. Sono stati così bravi ad aprire per i Rolling Stones a Las Vegas, che continueranno a farlo anche fuori dal palco, a casa di Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood (detto “il terzo”). Gli apriranno i barattoli col tappo duro, il portone di casa, la serranda del garage, certe bottiglie di vino col sughero antipatico, gli account sui nuovi social media. Perché comunque c’hanno quasi ottant’anni, e va bene che stanno in forma, i Rolling Stones, però a quell’età un aiuto serve sempre.

Bravi ragazzi.

Sfera Eppubblica

I social media hanno messo a disposizione di tutti una sfera pubblica. Un’enorme sfera pubblica. E non riesco a capire come a un certo punto questa possa essere sembrata una buona idea.

Certo, una sfera pubblica esisteva anche prima. Solo che prima non potevamo tenerla in tasca e tirarla fuori ogni due minuti.

La sfera pubblica precedente ai social media era protetta da un involucro fatto del materiale più resistente del mondo: la pigrizia. Le piazza e le strade, insomma, non erano piene di gente che arringava su qualunque tema a un pubblico che rispondeva e commentava e faceva a sua volta partire una nuova arringa e via così fino a una nuova definizione di girone infernale. Accedere alla sfera pubblica dal divano di casa, però, è comodissimo, e persino la pigrizia è andata in pezzi sotto i colpi del devo dire la mia.

Non mi stupisce più. Non ci stupisce più. È prassi, ormai.

Quello che ancora un po’, invece, mi stupisce, anche se sempre meno, come fosse un veleno a cui a forza di piccolissime dosi si diventa immuni, è l’utilizzo della sfera pubblica come se fosse quella privata. I cazzi propri trasmessi a social unificati. Alcuni probabilmente convinti che “i mei amici di Facebook” siano una sfera privata. Anche quando ne hanno cinquemila. E la privacy dei post impostata su “pure i morti”.

Sì, il primo motore dei social network è il potersi fare i cazzi degli altri. Però ogni tanto, davanti a un post, mi capita di pensare “io non dovrei sapere così tanto dei cazzi tuoi. Non dovrei sapere sempre dove sei, cosa fai, con chi, come, perché”.

Se non pubblichiamo online la cronaca puntuale e costante delle nostre vite, non moriamo mica . Quello succederà più avanti, nel metaverso che Zuckerberg ci sta arredando.

Diamoci un po’ di respiro.

Ah. Nel frattempo sono stato investito. Vi scrivo da sotto la macchina.

A Repubblica picchiano i gattini

Quello che mi piace di Repubblica è che nel momento esatto in cui ti convinci che non possa peggiorare, ti coglie di sorpresa e peggiora. E, com’è scritto in tutti i manuali di scrittura comica, la sorpresa è metà del lavoro (l’altra metà va al fisco). Quindi anche oggi, trovandomi davanti la prima pagina di Repubblica, sono stato assalito dal solito dubbio: non sarà mica un giornale satirico? Non sarà mica una specie di Vernacoliere che ce l’ha un po’ meno coi pisani? O una specie di Giornale che ce l’ha un po’ meno cogli immigrati?

Non che io pretenda che il secondo quotidiano nazionale per diffusione abbia in prima pagina titoli equilibrati e basati sui fatti, figuriamoci. Anche perché, se la linea editoriale della versione online è il clickbaiting, è sacrosanto mantenere la coerenza e uscire anche sul cartaceo coi titoli acchiappa clic. Nessuno se ne lamenterà, nemmeno quelli che cliccano col dito sulla carta aspettandosi che le pagine del giornale scorrano fino alla pubblicità, e dopo 15 secondi fino all’articolo.

Però non si può pretendere nemmeno che io prenda sul serio un giornale che apre con un titolo che sembra quello di un film di Roland Emmerich, perché sembra di sentire la voce dei trailer che con tono grave dice “dal regista di Godzilla, Independence Day e 2012, [suono di Inception] ‘AstraZeneca, paura in Europa’. A marzo sui vostri tablet”. E poi immagino scene con fialette che si rompono a rallentatore, pipistrelli giganti che inseguono persone nella cucina di un ristorante, zombie, generali dell’esercito che dicono “è la nostra ultima speranza” e infine il grido di una creatura enorme e sconosciuta che emerge da fotogrammi così scuri che non capisci se inquadrano una grotta buia o è ora di buttare il Chromecast.

Il problema è che mentre io mi rendo conto che si tratta di giornalismo sciatto e sensazionalismo da quattro soldi, molte persone leggono la prima pagina del secondo quotidiano nazionale per diffusione e, se avevano qualche dubbio sul vaccinarsi, decidono di non vaccinarsi, se non avevano dubbi se li fanno venire e se non volevano vaccinarsi hanno una nuova arma per dire ad altri di non farlo.

E non importa se sotto a quel titolo c’è un articolo che dice altro. Il danno è fatto. Qualcuno penserà che a Repubblica picchiano i gattini.

Deconstructing Dibba

Basta stelle, hai detto. A un certo punto disse così anche Lele Mora. (per rimanere sullo stesso calibro). È sempre un giorno triste quando uno di destra non riesce a fare coming out. Lo vedi arrampicarsi su quei né di destra né di sinistra, hai paura che cada. Ma tu, D., eri arrivato in cima senza ossigeno, e infatti i danni cerebrali a bizzeffe. Non mi chiedo cosa farai, adesso, D., mi chiedo cosa hai fatto prima. Cosa cazzo hai mai fatto. Eppure no, smentito dai fatti. Dal CV. Politico, giornalista, falegname, scrittore. Contieni moltitudini. Chissà il commercialista che impazzimento, con le aliquote e tutto il resto. Figlio di un grillo e padre di umani, un salto di specie che potevi fare il botto, se non ci fosse stato quello dal pipistrello, l’anno scorso. Ti ha deluso eh, l’altro D. L’amico dei giorni più lieti. Certe zingarate, insieme. A Bruxelles in macchina (madonna le risate). A fanculo di corsa. A Roma in giacca e cravatta. Un hard disk pieno di foto tue. E un hard disk pieno di foto tue con anche altre persone, i fan. L’Iran. I fan in Iran. Lì ancora ti ricordano. Gli anziani dei villaggi, riuniti la sera attorno a un fuoco (ce lo raccontavi così l’Iran, come in un libro di esplorazioni del primo Ottocento), in silenzio, finché uno non tira su il capo dalla pipa di betulla e chiede “Ve lo ricordate quel cojone?”. Dibba cuore d’acciaio Dibba. Un Veltroni che non ce l’ha fatta, se Veltroni fosse stato dell’Msi. E lobotomizzato. Ti si nota di più se non vieni o se hai un seggio in Parlamento? La seconda, ma tu no, la poltrona in Parlamento no, me le faccio da solo in garage, vedessi che lavorazione, da questa non mi scollo più. La stessa tigna, nelle politica e nello scartavetrare. Cosa faranno senza di te, D? Quattro stelle e mezza? “Ne avrei messe cinque ma il cameriere mai un sorriso”. Cosa lasci al Movimento? Il moto circolare? L’attrito? Piangerei, Dibba, se me ne fregasse qualcosa. Lo faresti anche tu, per l’occasione, lacrime di coccogrillo. [qui viene giù un fondale e due faretti]. E il Movimento, cosa ti lascia? Te lo affidano Travaglio o bisogna fare le battaglie in tribunale? Tocca telefonare di corsa a Bonafede finché ha le password? Ne hai viste cose, D., che noi umani non potremmo immaginarci. Meet-up in fiamme al largo dei baretti di Orione. I fasci B balenare a Porta a porta. E tutti quei momenti andranno perduti, come punti esclamativi nei post. È tempo di svanire.

Ma non vi pare incredibile

Ma non vi pare incredibile che per le cose che in anni e anni ho scritto qui sul blog, e per tutte le migliaia di battute sui social, e per le cose che scrivo e poi dico nei podcast, e per un sacco di racconti e raccontini sparsi in giro per l’internet, non vi pare incredibile – dicevo – che non vi abbia mai chiesto dei soldi?

Siete proprio fortunati, secondo me.

 

 

Domani

Oggi alle 18 ora italiana giurerà a Washington il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joseph Robinette Biden Jr., per tutti “Nonno Joe”.

Ci sono tante persone che aspettavano questo giorno da quattro anni, ma il mio pensiero va a tutti i battutisti e vignettisti americani che domattina si sveglieranno coi postumi di una sbornia da endorfine e ancora un largo sorriso in faccia che sparirà all’istante quando, riacquistato quel minimo di lucidità, penseranno: e adesso?

Un giorno come tutti gli altri

Poi ci sono quelli che “ma sì, alla fine Natale è un giorno come tutti gli altri”, a cui bisognerebbe rispondere “mamancoperilcazzo”, solo che di solito chi non pensa che Natale sia un giorno come tutti gli altri pensa anche che a Natale non è il caso di mettersi a litigare con qualcuno, e allora si lascia perdere e si risponde “ma sì, ma sì” e finisce lì. Un gesto natalizio, più o meno.

Solo che quest’anno, vista la situazione, è un po’ vero che Natale è un giorno come tutti gli altri. È un po’ meno Natale, diciamo.

Quindi volevo avvertire quelli che “ma sì, alla fine Natale è un giorno come tutti gli altri” che quest’anno, visto che è un po’ meno Natale, può darsi anche che un vaffanculo se lo prendono.

Ditelo con i fiori

Ricordo che alle elementari avevo un quaderno sulla cui copertina era disegnata una vignetta con questa scena: una specie di angioletto che annaffiava dei fiori chiedeva a una specie di diavoletto “A te piacciono i fiori?”, e quello rispondeva “Sì, col sale”.

Io lo capisco eh, che ormai dev’essere tutto comunicazione, immagine, sentiment, mood e tutto il resto, però dei padiglioni a forma di fiore nelle piazze per andarsi a vaccinare è un’idea carina per la copertina di un quaderno delle elementari, tutt’al più. Nella quotidiana e tragica realtà in cui siamo immersi, andrà benissimo uno stanzino anonimo, grigio, basta si faccia in fretta e si tenga traccia. Al limite, dopo, mi si può offrire un caffè della macchinetta, che per quanto possa essere cattivo mi sembrerà il più buono della mia vita. Mi pare anche più economico.

E poi, visto che il momento si può dire epocale senza nemmeno disturbare la retorica, visto che ci è stata data la sfortuna di vivere questo adesso che segnerà un prima e un dopo, forse è il momento giusto per archiviare un italianissimo difetto. Quello di trasformare tutto ciò che è serio in barzelletta e tutto ciò che è barzelletta in cosa seria.

Mica un passo avanti da poco.

 

Bene! Bravo! Bis!

La politica italiana dell’ultimo mese è stata un po’ come quel film, Donnie Darko. L’avete visto, e vi ha pure coinvolto, ma non avete idea di cosa cazzo parli. È successo di tutto e il contrario di tutto, coi giornali che raccontavano il contrario di tutto quando succedeva di tutto, e raccontavano di tutto quando succedeva il contrario di tutto, come loro abitudine.

Dire con esattezza come sono andate le cose è impossibile. Perché è caduto il governo gialloverde? Chi l’ha fatto cadere? Cos’è andato storto? Non lo sapremo mai. Io, nel mio piccolo, so solo che adesso, quando organizzo la serata poker a casa mia, tutti gli amici che invito non fanno che ripetermi “Oh, mi raccomando, dillo pure a Salvini!”. Ma no, non lo inviterò. Mi svuoterebbe la dispensa. Mi chiuderebbe il porto (ho un piccolo porto in casa).

Fatto sta che la crisi di governo più beckettiana da che siamo una repubblica si è finalmente conclusa, e il gialloverde è passato di moda. D’altronde l’estate sta finendo, ed è il momento di far partire la collezione autunnale, che giustamente è giallorossa, a ricordare le foglie pronte a cadere dai rami e certe ferite piene di pus. Dopodiché arriverà l’inverno: cioè il sonno, la morte, la putrefazione, ovvero il contributo del PD al programma. I 5 Stelle ci hanno messo la carta intestata.

El gobierno ha muerto, viva el gobierno!
(Elon Musk)

È vero, PD e 5 Stelle sono una strana coppia. Ma non so se siete mai stati di notte in certi parcheggi isolati di periferia.

Si sono presi a insulti per mesi. Anzi, per anni. E se avete esperienze matrimoniali sapete quanto questo conti perché la cosa funzioni bene. Finché morte non li separi, ovviamente.

Certo, le politiche sull’immigrazione dovranno cambiare. Dire a quei poveri disperati che arrivano sui barconi “non venite in Italia, non c’è lavoro, non ci sono opportunità” non funzionerà più. Non dopo aver dato una seconda chance sia a Conte che a Di Maio. Siamo ufficialmente il paese delle seconde possibilità.

Conte fa il bis. Peccato non si tratti di Paolo.

Ma va bene così. Abbiamo mandato a casa qualche ministro e qualche sottosegretario che persino a Mordor sarebbero stati visti con diffidenza.

Spiace un po’ per Toninelli. Di strada non ne ha fatta così tanta. E sì che era il ministro dei trasporti.

Vediamo cosa combina questo nuovo governo. I mercati ci credono, lo spread è in forte calo, e pure la glicemia di Salvini è rientrata nei valori normali. (va be’, un po’ di stress al fegato, ma quello ci sta)

Sarà un quadrimestre bellissimo.

 

Il prossimo dittatore italiano

Facciamo così. Per evitare una serie di polemiche inutili e noiose, e anche una serie di gag che poi alla lunga stufano, il prossimo dittatore italiano, una volta caduto, vediamo di appenderlo dal verso giusto.

Anzi, per essere ancora più sicuri, il prossimo dittatore italiano, quando cade, vediamo di non appenderlo per niente. Lo si appoggia a un muro, lo si stende a terra. Non lo so. Basta non appenderlo.

E se invece, per essere proprio sicuri sicuri al cento per cento, il prossimo dittatore italiano ce lo evitiamo proprio?

Dico soprattutto per praticità.

Tagliare (davvero) i parlamentari

Ho letto che il governo vuole tagliare il numero dei parlamentari. Così facendo, diminuirebbero i costi della politica. L’idea è di tagliarne 345. Non so perché 345, forse perché è un numero facile da ricordare, tipo 123 o 1789 (che intuito, i francesi, a fare la rivoluzione quell’anno lì), oppure c’è un motivo più serio. Ma non credo.

Su questo fatto di tagliare i parlamentari ho un solo dubbio: se l’obiettivo è quello di risparmiare, che senso ha tagliarne solo 345? Che senso ha tenersi tutti gli altri (circa 600), spendendo comunque una cifra considerevole? Tanto vale darci un taglio davvero, e lasciarne solo uno, che a quel punto deciderà su tutto e per tutti. E anzi, secondo me, se togliamo di mezzo tutti i parlamentari tranne uno, quell’unico che avrà il potere assoluto lo stipendio neanche lo vorrà, e non spenderemo nemmeno un centesimo per far funzionare la democrazia.

Una bella recensione

Prima, mentre cercavo su Google un ristorante nuovo che ha aperto da queste parti, sono incappato in una delle recensioni più belle che abbia mai letto, che diceva così: “Ancora devo andarci ma già fa cagare”.

Più di tutto, di questa recensione, ho apprezzato quel sottile senso di disperazione di chi, pur sapendo che un ristorante fa cagare, sa bene che ci finirà a mangiare, prima o poi.

Puntini

Poco fa, mentre scrivevo delle cose al computer, ho visto una macchia sul monitor. Era in basso, vicino al bordo, e risaltava spocchiosa sul fogliesco bianco di fondo. Ho provato a toglierla passandoci sopra il dito, ma niente, è rimasta lì. Allora ho usato l’unghia: stesso risultato. Così mi sono attrezzato a dovere e ho insistito, usando prima della barba di tre giorni, poi della carta vetrata da 40, della pietra pomice, un fascio di neutrini, delle battute salaci, un gufo reale che era rimasto sveglio tutto il giorno a guardare una maratona di film con Mel Gibson. Infine, quando già maledicevo i piromani dei pixel, ho notato le dimensioni non indifferenti della macchia, e la sua peculiare forma di puntino. È bastato scorrere appena la pagina per scoprire che sotto il puntino c’era il resto di una lettera i, isolata, solitaria, di certo fuorviante. E ho pensato che dei meticolosi si dice che mettono i puntini sulle i, ma di coloro che sono dediti all’equivoco, all’ambiguità e al fraintendimento – che credo siano i comici e pochi altri – non si dice mai che li tolgono. Forse è ora d’iniziare a dirlo.

Tornano i blog

Tutto scorre, diceva Eraclito, sopravvalutando la coda alle poste e la realtà in generale. Ma c’è da capirlo: ai suoi tempi il mondo era piccolo e semivuoto, e ogni cosa sembrava una novità.

Tutto torna, disse Nietzsche due millenni e mezzo più tardi, molto più realistico sulla questione, inaugurando il concetto di remake e facendo la fortuna dell’attuale cinematografia.

Nel tempo sono tornati i pantaloni a vita bassa, quelli a vita alta, quelli avvita e svita, i baffi a manubrio, i boomerang, i piumini, le camicie a quadrettoni, gli skateboard, l’odio razziale, gli scaldamuscoli, gli occhiali a specchio, le ricevute delle raccomandate, le battute sull’ora legale, i dischi di vinile, il cibo cinese, i jeans strappati, gli yo-yo, la Terra piatta, la cometa di Halley, D’Alema e molto altro. Giusto le sonde Voyager sembrano convintamente non voler tornare, ma chissà.

Tutto torna. O forse tutto si ripropone, perché non ce la facciamo a sfornare e digerire continuamente novità.

Tutto torna, se non si è capito. E adesso tornano pure i blog, mi hanno detto.

C’era bisogno? No. Ma quasi di niente c’è davvero bisogno. Tutto il resto è riempimento.

 

Velo Di Maio

Io non ne so niente di come si amministra uno stato, e infatti non lo faccio. Qualcosa in più, diciamo le basi, so a proposito di testi che seguono un percorso che va dalle mani dell’autore o degli autori fino alla loro diffusione pubblica, che sia su carta o tramite altri mezzi. E so che durante questo percorso il testo subisce modifiche in molti modi e per opera di mani – o manine che dir si voglia, dipende da quanto volete apparire vicini alla frequentazione della seconda elementare – diverse. E so che queste modifiche possono anche risultare non appropriate, o introdurre errori di varia natura. E so che, proprio perché si corrono tali rischi, il percorso del testo prevede, prima della diffusione, un controllo finale anche e soprattutto a opera di chi è all’inizio della catena di passaggi, ovvero l’autore o gli autori, affinché ci sia la ragionevole certezza che il messaggio che si voleva comunicare sia nel frattempo rimasto intatto, pur nelle modifiche apportate. E so anche che, in caso di catastrofi (per esempio, un libro che esce col nome dell’autore sbagliato in copertina) (sì, può succedere) (per esempio, un libro che esce con parti mancanti e al loro posto pagine bianche) (sì, può succedere), la responsabilità pubblica se la prende l’ente che cura la pubblicazione, che poi, in privato, farà i conti con i responsabili materiali, se sono rintracciabili.
Certo, amministrare uno stato è tutta un’altra cosa, e non ho idea di come si faccia. E infatti non lo faccio.

Mostruosi problemi di avviamento

C’è sicuramente stata un’epoca in cui le auto avevano gravi problemi d’avviamento, non ne dubito. Ma quest’era, di cui si può anche provare nostalgia (voglio dire, ci sono i nostalgici del fascismo, non mi sorprendo facilmente), è finita da un pezzo, grazie ai progressi raggiunti nel campo dell’automobilismo e della fortuna. Se così non fosse, ascoltereste molto più spesso quello che invece è diventato un suono parecchio raro, a meno che non abitiate in un’autofficina, e cioè quello di una macchina che non parte e di un motorino di avviamento che gira insistentemente a vuoto.
Faccio perciò un’esplicita richiesta agli sceneggiatori di film e serie TV: a meno che il film o telefilm non sia ambientato nell’epoca gloriosa dei problemi di avviamento, non si potrebbe smettere d’inserire la scena della macchina che non parte proprio quando il mostro o il cattivo insegue il protagonista? Grazie.
A meno che, ovviamente, il protagonista non sia uno che se ne frega della sua auto e trascuri i problemi di avviamento che ha da mesi. In quel caso però è giusto che non riesca a fuggire, che il mostro lo catturi e lo faccia a pezzi, così impara a svegliarmi tutte le mattine coi suoi dieci minuti di tentativi di far partire la macchina sotto la mia finestra.

Di cosa ha bisogno il PD

Ormai, l’abbiamo capito, tutto è narrazione.

I concetti di vero o di falso non sono più utili, perché alla narrazione non si applicano. La narrazione può essere convincente oppure no, funzionare o meno.

(Una narrazione che ha funzionato molto, ultimamente, per esempio, è quella dell’emergenza immigrazione, dell’invasione. Una storia sapientemente costruita, con pazienza, con le giuste immagini, i giusti toni, basata sulla reiterazione quasi ossessiva di pochi elementi di base, facilmente comprensibili, e che ha funzionato così tanto da divenire, per molti, paradigma interpretativo della realtà. Così come, dopo aver visto The Matrix, ti convinci di vivere all’interno di un software, coi suoi bug, le sue routine, Keanu Reeves e così via, dopo aver visto un TG ti convinci di essere circondato da immigrati che ti rubano soldi, lavoro, casa, donne, account Instagram.)

E se qualcosa abbiamo imparato dalla narrativa fantasy, è che nel momento più buio, quando ogni speranza pare svanita e il mondo sull’orlo di un baratro ormai inevitabile, allora, in quel preciso istante, appare una profezia. Scritta su una qualche pergamena che si credeva perduta. Pronunciata da un vecchio saggio morente. Comparsa sul tronco di un albero millenario o postata su Google+. Una profezia anche incomprensibile, misteriosa, che però serva da faro, da speranza.

Questo serve al – e dal – PD, adesso: una profezia.

Basta che non sia scritta da Veltroni.