Stravaganze

Sono successe delle cose, ultimamente.

Una delle cose che mi sono successe – anche se ufficialmente accadrà fra alcuni giorni – è che sono diventato un direttore di collana. Tolte le battute riguardanti gioielli e bigiotteria, resta questa definizione un po’ altisonante, che nella pratica vera e propria vuol dire semplicemente curatore di una serie di libri (molto meglio averne cura che dirigerli, i libri), ma di solito si dice così: direttore. E chi sono io per esimermi dal pavoneggiarmi un po’?

Com’è successo che sono diventato un direttore di collana? Ecco com’è andata. Un giorno mi telefona il buon Lele Rozza, direttore – nel suo caso è più azzeccato, il termine – editoriale di Blonk, casa editrice che ha pubblicato il mio romanzo (racconto lungo!) Eccì. Mi telefona e mi dice, più o meno: «Stavamo pensando di lanciare una nuova collana», e io: «Che bravi, fate bene», e lui: «Non hai capito. Dovresti farla tu, la collana», e io: «Ah. Ma non so mica come si fa». Io, mi rendo conto, devo essere abbastanza in controtendenza rispetto a quest’epoca in cui tutti dicono di saper fare tutto e fanno di tutto. Lì per lì dico: «Proviamo».

La prima idea naturalmente è stata quella di mettere in piedi una collana umoristica. Di letteratura umoristica, nel senso. Ovvero una delle mie passioni, nonché una cosa che nel panorama editoriale nostrano manca abbastanza.
Poi mi ricordo di quella volta che in una libreria di Roma ho chiesto dove fosse la sezione umorismo, e stava di sotto, in fondo a destra, nell’angolo, sul retro della colonna, davanti alla porta del gabinetto. E c’erano libri di barzellette, libri di “fenomeni del web”, e un paio di libri di Campanile che mi guardavano supplichevoli e sembravano dire “portaci via!”. Credo di averli portati via.
È un po’ così, da noi. O è narrativa, o è umorismo. Quantomeno a livello commerciale e di scaffali.

Niente collana umoristica allora. Però l’umorismo ce lo volevo, dentro. In una delle sue tante forme possibili: dalla sottile ironia alle demenzialità, dal tragicomico al brillante. Un po’ di satira, anche, se possibile. Dal riso silenzioso al sorriso al ghigno fino alla sganasciata. E chiedo scusa ai puristi, se mischio tutto nello stesso calderone.

E allora storie, di qualsiasi tipo o genere, finzioni o quasi-finzioni o poco-finzioni, ma raccontate in un certo modo peculiare. Un’esplorazione senza né mappa né navigatore, percorsi non chiari, a prima vista incoerenti, una miscellanea che disorienta, in cui ci si perde, mancando i riferimenti. Un cammino con solo questa – a volte quasi invisibile ma sempre presente – traccia di fondo da seguire, umoristica. Così è nata Stravaganze, una collana, lo dice la parola stessa, che vaga lungo percorsi non battuti, lontana dalle principali vie di comunicazione, e che facilmente conterrà stranezze e bizzarrie. Lassù in cima potete vederne il logo, a sé (credo renda bene l’idea che c’è dietro la collana). Qui, invece, inserito nel suo marchio.

Fra alcuni giorni Stravaganze vedrà la luce, col suo primo volume. S’intitola Il naso della Sfinge, e l’autore è Roberto Radimir (qualcuno qui sul web potrebbe riconoscerlo più facilmente dal suo nick, CoqBaroque). Per ora non vi dico altro, a parte che c’è un’apposita pagina Facebook che fareste bene a seguire per avere presto novità in merito. Intanto vi metto qui la quarta, come diciamo noi direttori di collana:

È notte quando la motonave Esperia, scivolando tra le onde scure del Mediterraneo, si lascia alle spalle le acque territoriali egiziane e al contempo la dittatura di Nasser. L’annuncio del capitano è salutato da un boato di gioia dei passeggeri: una gioia che ha il gusto dello scampato pericolo, anche se il futuro è incerto. Proprio da quest’epilogo prende avvio una narrazione che, un tassello dopo l’altro, ripercorre le vicende di una famiglia d’italiani d’Egitto, e insieme a quelle forma l’esotico e vivace mosaico della società cosmopolita in cui era immersa. Un percorso biografico tracciato con sottile ironia, in cui memoria, invenzione e ricerca storica diventano indistinguibili, ma che attraverso ritratti umani, aneddoti, ricette e canzoni ci racconta un mondo affascinante e caleidoscopico in cui religioni, lingue, usi e costumi molto diversi convivevano in perfetta armonia. Un mondo ormai scomparso, che si rianima però nella memoria e nella ricerca delle proprie origini.

Com’è andata poi quella cosa del circolo di lettori ed Eccì

(Victoria Singh, The Waiting Room)

 

Insomma ieri sera è successa questa cosa strana di cui vi dicevo qui.

È andata piuttosto bene, devo dire. Abbastanza da correre il rischio di montarsi la testa (ma resisterò, lo prometto).

E a un certo punto c’è stata questa signora che mi ha raccontato che lei era andata dal medico, e si era portata Eccì da leggere, per passare il tempo in attesa del suo turno. Solo che dopo un po’ che lo leggeva aveva dovuto smettere, perché le scappava così spesso da ridere che aveva paura che gli altri lì nella sala d’aspetto la prendessero per matta.

Se non è una cosa bella questa, cosa lo è?

Sarà presente l’autore

Eccì

Questa sera succede una cosa un po’ strana.

Due premesse:

1) Faccio parte di un circolo di lettori che si chiama Viola legge. In buona sostanza si tratta di un gruppo di persone amanti della lettura che all’incirca una volta al mese si riunisce per parlare di un libro, mangiare e bere, scegliere il prossimo libro in lettura, fare chiacchiere. Le riunioni si svolgono un po’ come quelle degli alcolisti anonimi (“Ciao, sono Cristiano e non leggo un libro da tre giorni”), nel senso che a turno ognuno dice la sua sul libro, lo elogia o lo massacra, racconta cosa ci ha visto e sentito, quali altre letture o esperienze gli ha ricordato, com’è andata con quello stile lì, se è stato faticoso o è andato dritto alla meta, se gli è toccato smettere dopo 31 pagine. Cose così. Una differenza sostanziale è che, rispetto agli alcolisti anonimi, da noi l’alcol non manca. Mettiamo anche un voto, alla fine, tanto per tenere una traccia quantitativa, che male non può fare. Nonostante lo scetticismo iniziale, devo ammettere che questa del circolo si è rivelata un’esperienza interessante e divertente, e il confronto con altri lettori fa scoprire cose – del libro e di molto altro – che nemmeno s’immaginano. Poi sì, quando trovi un libro che tu adori e un altro massacra, viene voglia di tirare delle sedie. È normale. L’importante è fermarsi un attimo prima di tirarle davvero, e ripiegare sul vino.

2) Ho scritto un libro intitolato Eccì.

Date tali premesse, ecco la cosa un po’ strana che dicevo: questa sera, al circolo Viola legge, il libro di cui si discuterà è proprio Eccì.

Non so se avete presente una situazione che è contemporaneamente il paradiso (l’ego gonfiato a 100 e passa atmosfere) e l’inferno (accerchiato da una piccola folla appositamente lì per giudicarti) dello scrittore. Ecco. Oppure lo straniamento di passare da giudice a giudicato, mentre ci si pente amaramente di esserci andati giù pesanti quella volta con quel libro, con quell’autore, e già ti pare di percepire il woof woof del boomerang che torna indietro.

A parte questo leggero oscillare tra gioia e terrore, l’unica cosa che spero non accada è che qualcuno, per colpa dell’autore lì presente, si autocensuri, e si trattenga dal tirare delle sedie. Perché dopo essere diventato un buon lanciatore, è ora che impari anche a schivarle.

Eppoi, come si dice, qualche sedia in faccia non può che far bene.

Eccì, gli effetti collaterali

Una delle cose che non mi aspettavo, dopo la pubblicazione di Eccì, è stata la reazione dei lettori. Non parlo tanto dei giudizi, positivi o negativi, dei complimenti o degli insulti: quelli li mettevo in conto. Parlo dei riferimenti, letterari e non solo, che i lettori ci hanno trovato dentro, dei personaggi che li hanno colpiti e dell’empatia o antipatia verso di loro, parlo di quei passaggi e di quelle frasi a cui hanno dato più peso rispetto al resto, che hanno sottolineato, delle loro ipotesi sui luoghi e sui tempi della vicenda, nonché sulle cause scatenanti degli eventi, dell’affezione o odio verso certi dettagli (i nomi, per dirne una). E queste reazioni, questi rapporti unici che si sono creati fra i singoli lettori ed Eccì, queste inaspettate costruzioni di cui io ho fornito a malapena le fondamenta, sono state una fonte inattesa di meraviglia, e non posso non prenderle come una dimostrazione tangibile dell’immensa potenza creativa del lettore, al cui confronto quella dello scrittore sembra poca cosa.

Fra tutti questi lettori però, ci sono due categorie che sento di dover apertamente ringraziare per aver mandato fuori scala la lancetta della sorpresa: al secondo posto, quelli che con Eccì gli ho provocato un continuo e fastidioso prurito, durante la lettura; al primo, quelli che, finito Eccì, gli ho fatto venire il raffreddore. Dicono.

L’accento tedesco

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Ieri, durante la prima presentazione di Eccì, a un certo punto Francesca, che era lì a presentarmi e a farmi delle domande, ha iniziato a leggere al pubblico un brano del libro in cui a parlare è un medico mezzo pazzo e mezzo tedesco, il dottor Kraus. Dopo qualche riga l’ho interrotta e le ho detto che lì, quando parlava Kraus, c’era da fare l’accento tedesco, e se voleva potevo leggerlo io, quel brano, che l’accento tedesco lo so fare. Così ho iniziato a leggere le parole di Kraus con l’accento tedesco, solo che questo accento tedesco non mi è uscito benissimo, e infatti poco dopo mi sono fermato, ho guardato i presenti e ho detto “mi sa che non è tedesco, questo”, perché usciva una roba con una erre strana che pareva più francese, e loro hanno detto “e infatti”. Al che ho continuato a leggere, e questo accento finto tedesco forse francese è cambiato di nuovo, ha preso una piega inaspettata, con la erre che ha quasi smesso di vibrare, e all’improvviso mi sono bloccato, ho guardato il pubblico (che dall’espressione media secondo me stava pensando “chissà chi bisogna chiamare quando fa così”) e ho detto “ah, no, questo è Guccini”, e loro hanno detto “e infatti”, così ho aggiunto “facciamo che lo leggo senza accento tedesco”, e loro “eh”, e ho fatto così.

Questo per dire che alla prossima presentazione, questa cosa dell’accento tedesco magari la evito.

Figli kafkiani

L’altro giorno, mentre avevo una copia di Eccì in mano, a un certo punto ho fatto uno di quei gesti goffi che noi svariatamente scoordinati ogni tanto facciamo, così il libro mi è scivolato e si è diretto molto einsteinianamente verso terra. Allorché, nel tentativo di recuperare sia il libro sia la mia atleticità agli occhi del mondo, mi sono esibito in un movimento rapido, deciso, mirato, e ho afferrato il volume grave con una stretta sicura di pollice e indice, applicata però a un angolo di pagina, che quindi, in virtù di alcune caratteristiche dei derivati della cellulosa, si è strappato. Il libro ha terminato la sua caduta sul pavimento, e io sono rimasto con un triangolino di carta in mano. Allora mi è venuto subito in mente (succede sempre, in questi casi) Kafka, che una volta scrisse un racconto intitolato Undici figli, in cui non faceva altro che descrivere i suoi undici figli; figli che, piccolo dettaglio, non aveva, ma che poi venne fuori che erano undici racconti a cui stava lavorando. Li considerava figli, i suoi racconti, Kafka. E anche a me piace un po’ considerarli così (figli miei, non di Kafka), i miei racconti. Perciò, quando l’angolo della pagina di Eccì s’è strappato, e il libro è caduto, che è un po’ come se uno avesse un figlio di carne e ossa e per una mossa sbagliata lo facesse cadere dalle braccia, e cercando di riprenderlo non dico gli staccasse un braccio, ma insomma gli facesse in qualche modo male, ecco, in quel momento lì mi sono sentito un po’ padre degenere. E avrei anche dovuto disperarmi e percuotermi il petto e piangere, solo che non mi è venuto spontaneo, e allora adesso cerco solo di starci un filo più attento.

Un esperimento pericolosissimo

A dicembre, ormai lo sapete, è uscito Eccì, il mio secondo libro.

Per la precisione si tratta di un e-book, un libro elettronico. È fatto cioè unicamente di elettroni. Ed è leggibile solo con certi apparecchi – tipo i kindle, i tablet, gli smartphone – che sanno gestire a dovere queste particelle. Chi non ha uno di questi apparecchi, oltre a vivere nella preistoria, non può leggere Eccì.

Allora adesso, insieme all’editore, abbiamo deciso di fare gli scienziati pazzi, e tentare un esperimento che non si era mai visto prima. Un esperimento che se lo dici a quelli del CERN ti guardano come se guardassero Paolo Fox.

Abbiamo deciso di aggiungere a Eccì i protoni e i neutroni.

Lo so, è una follia, però per il progresso questo e altro.

Non vi sto a dire la procedura perché si tratta di roba tecnica. (c’è da creare un p-book – protonic-book – e un n-book – neutronic-book – e poi unirli all’e-book di Eccì)

Comunque, se non saltiamo in aria nel frattempo, fra un paio di settimane dovremmo essere in grado di produrre Eccì con elettroni, neutroni e protoni tutti insieme. Atomi, in breve.

Cartaceo, in pratica.