Lunghina

Avere un cane, ho scoperto, ha delle conseguenze inaspettate. Alcune riguardano addirittura la funzionalità delle interfacce uomo-macchina.

Una per esempio l’ho scoperta qualche giorno fa, mentre eravamo in un parco con Olivia (la canagialla). Gironzolavamo tenendola con una specifica interfaccia uomo-cane, ovvero un guinzaglio. Un guinzaglio lungo. Molto lungo. Talmente lungo che lo chiamano lunghina, guarda un po’. Così lungo che è lungo 10 metri. No, non è un errore di battitura: dieci metri.

La lunghina è un guinzaglio utile all’addestramento, nel senso che grazie al suo utilizzo il padrone impara rapidamente a evitare la morte per stritolamento improvviso, a saltare con energia una corda impazzita, a risolvere in fretta garbugli paurosi (al cui interno posso ritrovarsi altri cani e altri padroni di cani, oltre a oggetti vari) e a seguire passo passo il percorso canino attraverso rovi, cespugli, paludi, fossi e asperità varie della natura.

Nonostante questo assiduo addestramento, anche il padrone più brillante può incappare in qualche piccolo incidente, come quello successo appunto qualche giorno fa, nel parco che si diceva.

Lunghina tenuta corta, diciamo un paio di metri, e stretta nella mano destra, perché ci avviciniamo a due cani e bisogna tastare il terreno. Il resto della lunghina, diciamo otto metri, nella mano sinistra, pronta per essere eventualmente rilasciata in caso di Defcan 5 (pace e amore tra cani). L’approccio coi due altri cani va bene, la fase di studio tra nasi dà responso positivo. Mollo la lunghina stretta nella mano destra. E parte immediatamente un gioco forsennato tra cani. Ovviamente prima che io riesca a rilasciare a dovere la lunghina rimasta stretta nella mano sinistra. Stretta, sì, ma non abbastanza da bloccare Olivia e la sua giocosa corsa, e quindi non abbastanza stretta da impedirle, alla lunghina, di scivolare molto ruvidamente via dalla mia mano per un paio di metri, piallando così con feroce e doloroso attrito una piccola ma non trascurabile parte di epidermide e impronte digitali. Guarda caso, proprio le impronte digitali del polpastrello dell’indice, cioè quelle che mi servono per sbloccare il telefono quando ce l’ho nella mano sinistra.

Così, almeno per un po’, potrò sbloccare il telefono solo con la mano destra. Però direi che ho imparato la lezione. Brava Olivia.

Bisogni

Insomma sono diventato uno dei due umani di riferimento* di una cana. Lei si chiama Olivia, viene da un canile, è un miscuglio di genomi che le ha donato la forma di canagialla, ha quasi un anno e mezzo e la cosa che ha fatto più spesso, nelle 36 ore circa che è qui, è stata dormire. Quindi ha già tutto il mio rispetto. Anche se poi dicono che è normale che dorma molto, nei primi giorni, perché le serve a gestire lo stress dei tanti cambiamenti che sta affrontando. (questa scusa me la rigioco anche io)

Un’altra cosa che all’inizio può succedere, dicono, e infatti è successa, è che non espleti le normali funzioni fisiologiche. Anche se portata regolarmente fuori, anche se pregata, anche se stimolata grottescamente come fosse umana, con quei suoni tipo “pssss”. Anche con offerte in denaro, niente. Quando ormai aveva raggiunto le 24 ore dall’ultimo evento espletativo, ed eravamo pronti a preoccuparci, ha espletato.

Meglio così, certamente. Ma devo ammettere che un paio di volte, nell’arco di quelle 24 ore, mi è capitato di pensare: che figata, abbiamo preso il modello che non piscia.

Di cani, mi rendo conto, non ho tantissima esperienza.

 

*definirci i “padroni” di Olivia l’abbiamo escluso, perché fa troppo capitalismo (e ce n’è già tanto in giro). “Umani di riferimento” ci è parsa la soluzione più adatta per descrivere il rapporto che sussiste con lei. In assenza di un contratto da lei firmato, quantomeno.