Ambidestra

Gualtiero è un bravo italiano. Di destra. I giornali, le tv, internet dicono estrema destra. Lui no, non vede cosa ci sia di estremo. Non vuole gli immigrati, non vuole i gay, non vuole il degrado, non vuole un po’ di altre cose. Vuole un’Italia di famiglie italiane, di lavoro italiano, di un’altra po’ di roba italiana. Che si righi dritto, insomma, come in quegli anni lì.

È di destra, Gualtiero, e militante. Militante nel senso che oggi, con gli altri, si fa il banchetto informativo in piazza. Perché è una vergogna, come stanno andando le cose. E la gente deve sapere, capire. E allora si porta il gazebo, il tavolino, un paio di seggiole, il coso per i manifesti (come si chiama?), i volantini. Ci si dà da fare.

Si chiama in aiuto qualche amico da fuori, da altre città. Dall’altra provincia. Loro qui sono in quattro. Pochi. Forti ma pochi. E siccome spesso non sono visti di buon occhio, si chiede una mano per far numero. Per stare sicuri. Se c’è da reagire, si reagisce.

Sono arrivati in sei da fuori. Fanno dieci.

Si somigliano un po’ tutti, nello stile, nell’abbigliamento, negli sguardi. Si danno da fare. C’è chi monta il gazebo, chi apre tavolino e sedie, chi sistema bandiere e volantini. Lui prende il coso per i manifesti (sì, ma come si chiama?), lo apre a un paio di metri di distanza, che faccia da segnale di stop. Che la gente possa leggere. Lo piazza lì. Poi chiede i manifesti, Gualtiero.

Ci sono quelli nuovi, gli dicono, molto belli. Gli passano un rotolo, prende le puntine, va fino al coso per i manifesti (qualcuno sa come si chiama? No?) e si piega. Srotola un manifesto, le due puntine in alto, quelle in basso, un paio dai lati ed è fatta. Fissato.

Lo fissa, Gualtiero, stavolta con lo sguardo. Basta feccia. Giusto.

Lo fissa di nuovo, sempre con gli occhi. Basta feccia. Alza lo sguardo, Gualtiero, guarda gli altri, il gazebo, i volantini, il tavolino, lo stile, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E si piega di nuovo. Toglie le puntine sui lati, quelle in basso, le due in alto, arrotola il manifesto e si alza. Basta feccia. Giusto.

Uno dal gazebo gli chiede se ha messo su il manifesto, il poster. Lui dice “Basta feccia”. Quello risponde “Esatto. Mettilo”.

Così Gualtiero si piega, poggia il rotolo a terra, prende un manifesto, due puntine sopra, due sotto, qualcuna ai lati, per sicurezza. Basta feccia. Giusto.

Guarda il coso (dai, come cazzo si chiama?) con su il manifesto, guarda gli altri, il banchetto informativo, le scritte, le idee. Basta feccia. Giusto.

E giù di nuovo, via le puntine di lato, quelle sotto quelle sopra di nuovo il rotolo di nuovo in piedi.

“L’hai messo?”

Basta feccia. Giusto.

“Lo metto”. Si piega, Gualtiero, ancora.

E via così. Per sempre.

 

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