Il naso della Sfinge

Quello che succede oggi è il risultato della somma di alcuni atti coraggiosi (o di una totale mancanza di senno).

Il primo è quello dello scrittore, Roberto Radimir. Scrivere, se non lo si fa solo per il cassetto della propria scrivania, è sempre un atto di coraggio. Se si è al primo romanzo, lo è ancora di più. Se il primo romanzo racconta di se stessi e della propria famiglia, figuriamoci.

Il secondo è quello dell’editore, Blonk. A parte che per un piccolo editore ogni libro pubblicato è un rischio, e non da poco, decidere di affidare una nuova collana a uno che di collane non ne sa niente è un bell’atto di coraggio.

Il terzo è quello del sottoscritto, più esattamente di colui che di collane non ne sa niente. O almeno non ne sapeva, e proprio per questo c’è voluto del coraggio ad accettare. Non che sia diventato un esperto, ovviamente, ma visto quello che succede oggi direi che l’essenziale lo maneggio.

Quello che succede oggi, ovvero la pubblicazione de Il naso della Sfinge, di Roberto Radimir, che inaugura una nuova collana Blonk intitolata Stravaganze, curata dal sottoscritto, è sul serio il risultato di una serie di atti di coraggio.

Forse anche di una totale mancanza di senno.

Poi però, s’inizia a sfogliarlo, Il naso della Sfinge. A leggere le prime righe, i primi paragrafi, che diventano in fretta pagine. Ci si immerge in un calore che non si sa bene se sia quello del clima egiziano o quello famigliare, dei propri cari, ma è un calore accogliente, invitante.

S’iniziano a intravedere vicoli polverosi, banchi di ambulanti circondati dalle mosche, ragazzini che corrono e s’infilano in ogni stretto pertugio tra la folla, scomparendo dietro gli angoli, soldati inglesi armati e annoiati, europei spaesati in mezzo a una massa umana vociante formata da talmente tante etnie, culture e fedi da apparire coerente nell’insieme.

L’odore inebriante delle spezie, ma anche quello nauseabondo della Molokhia che qualcuno sta preparando, chissà dove. Coppie che litigano, perché “vuoi mettere i greci rispetto agli armeni?” Qualcuno che nella hall di un albergo grida: “Zabakéria!”. Chissà cosa vuol dire. Cani dal pelo scuro che si aggirano come padroni delle vie. Orde di nazionalisti che vanno mettendo segni su certe case. Solo su alcune. Tram che frenano all’improvviso, senza motivo, coi passeggeri che scoppiano a ridere. Deserto. Oasi. Il futuro nei fondi del caffè. Minareti altissimi. Fotografi amanti dei giochi di parole, tristemente inascoltati. Passaporti. Partenze. E poi ritorni, alla ricerca delle proprie origini. Memorie frammentarie che si vanno incastrando. Nomi, foto, racconti, leggende, invenzioni e bugie.

E sì, forse un po’ di senno è mancato. E di coraggio ce n’è voluto.

Ma ne è valsa la pena dalla prima all’ultima parola.

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