Figli kafkiani

L’altro giorno, mentre avevo una copia di Eccì in mano, a un certo punto ho fatto uno di quei gesti goffi che noi svariatamente scoordinati ogni tanto facciamo, così il libro mi è scivolato e si è diretto molto einsteinianamente verso terra. Allorché, nel tentativo di recuperare sia il libro sia la mia atleticità agli occhi del mondo, mi sono esibito in un movimento rapido, deciso, mirato, e ho afferrato il volume grave con una stretta sicura di pollice e indice, applicata però a un angolo di pagina, che quindi, in virtù di alcune caratteristiche dei derivati della cellulosa, si è strappato. Il libro ha terminato la sua caduta sul pavimento, e io sono rimasto con un triangolino di carta in mano. Allora mi è venuto subito in mente (succede sempre, in questi casi) Kafka, che una volta scrisse un racconto intitolato Undici figli, in cui non faceva altro che descrivere i suoi undici figli; figli che, piccolo dettaglio, non aveva, ma che poi venne fuori che erano undici racconti a cui stava lavorando. Li considerava figli, i suoi racconti, Kafka. E anche a me piace un po’ considerarli così (figli miei, non di Kafka), i miei racconti. Perciò, quando l’angolo della pagina di Eccì s’è strappato, e il libro è caduto, che è un po’ come se uno avesse un figlio di carne e ossa e per una mossa sbagliata lo facesse cadere dalle braccia, e cercando di riprenderlo non dico gli staccasse un braccio, ma insomma gli facesse in qualche modo male, ecco, in quel momento lì mi sono sentito un po’ padre degenere. E avrei anche dovuto disperarmi e percuotermi il petto e piangere, solo che non mi è venuto spontaneo, e allora adesso cerco solo di starci un filo più attento.

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2 thoughts on “Figli kafkiani

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