Eccì, gli effetti collaterali

Una delle cose che non mi aspettavo, dopo la pubblicazione di Eccì, è stata la reazione dei lettori. Non parlo tanto dei giudizi, positivi o negativi, dei complimenti o degli insulti: quelli li mettevo in conto. Parlo dei riferimenti, letterari e non solo, che i lettori ci hanno trovato dentro, dei personaggi che li hanno colpiti e dell’empatia o antipatia verso di loro, parlo di quei passaggi e di quelle frasi a cui hanno dato più peso rispetto al resto, che hanno sottolineato, delle loro ipotesi sui luoghi e sui tempi della vicenda, nonché sulle cause scatenanti degli eventi, dell’affezione o odio verso certi dettagli (i nomi, per dirne una). E queste reazioni, questi rapporti unici che si sono creati fra i singoli lettori ed Eccì, queste inaspettate costruzioni di cui io ho fornito a malapena le fondamenta, sono state una fonte inattesa di meraviglia, e non posso non prenderle come una dimostrazione tangibile dell’immensa potenza creativa del lettore, al cui confronto quella dello scrittore sembra poca cosa.

Fra tutti questi lettori però, ci sono due categorie che sento di dover apertamente ringraziare per aver mandato fuori scala la lancetta della sorpresa: al secondo posto, quelli che con Eccì gli ho provocato un continuo e fastidioso prurito, durante la lettura; al primo, quelli che, finito Eccì, gli ho fatto venire il raffreddore. Dicono.

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