Clondaic

Cosa ne sapete voi del Klondike? Voi circondati dalle comodità, voi che nelle fredde notti invernali vi coprite con piumoni di lana di ovini pettinati in franchising da Jean Louis David, oppure giacete nudi, ma col riscaldamento a tavoletta, perché fa tanto intimità da pellicola americana, e affanculo le polveri sottili.

Noi le cercavamo davvero, le polveri sottili, polveri d’oro però, con le mani immerse nelle acque gelide, con le trote che non sopportavano l’indifferenza e ci s’infilavano tra le dita lanciandoci quello sguardo “catturami! catturami!”, ma noi no, niente, irremovibili, è la corsa all’oro, santo cielo, non siamo mica qui per pescare o per scrivere Pesca alla trota in America (che forse, in questo momento, è proprio lì accanto a voi, seduto).

Nel Klondike la vita era dura, i problemi veri, pratici, da uomini. Non passavamo certo ore e ore a lambiccarci per decidere da quale giapponese andare a cena, come fate voi oggi. Ce n’era solo uno, nel Klondike, di ristorante giapponese, e si chiamava Mitoshi. Andavamo tutti lì per forza. O quello o la carne di alce in salamoia in barili da 50 libbre, venduta nell’emporio di Hans, un tedesco con un naso solo che dopo un addio al celibato a Colonia si era risvegliato lì, sulle rive dello Yukon, e c’era rimasto a vivere. “D’altronde”, diceva Hans, “ero lo sposo, cos’altro potevo fare?”.

Cosa ne sapete voi di quella folle corsa? Cosa ne sapete delle difficoltà, iniziate ancora prima di arrivare, perché chissà se si pronuncia clondic, clondaic, clondaichi, clondec, e a voi suonerà ridicolo, coi vostri divais sempre pronti a risolvere ogni vostro dubbio fonetico, ma se cento e passa anni fa chiedevi le indicazioni per clondic, dopo 9 giorni di viaggio ti ritrovavi davanti al cartello “Clondic”, solo 426 miglia più in là di dove volevi andare. Clondic, paesino di merda fondato da un troll.

Cosa ne sapete delle bestie feroci che ci assalivano giorno e notte, soprattutto australiani e tizi dell’Alabama figli di matrimoni tra cugini vicini di casa. Cosa ne sapete delle terre selvagge, con le loro mille insidie, dove dietro ogni tronco d’albero poteva nascondersi un orso magrissimo, o una skiffle band di Austin, o un cantante neomelodico viennese trapiantato e concimato a dovere da se stesso.

Voi, che non conoscete la fatica di spaccare pietre su pietre, di frantumarle, di doverle reincollare una a una, perché la normativa sull’ambiente era severissima, e il principio era: “portate via l’oro, ok, ma lasciate tutto il resto come l’avete trovato”, voi no, non potete capire.

Voi, che non immaginate nemmeno di quali crimini efferati si macchiarono gli uomini, in quelle lande fredde e abbandonate da Dio, che aveva visto bene di trasferirsi in Florida qualche anno prima, per godersi la pensione schermandosi dagli ultravioletti con una protezione 50. Uomini che cedettero agli istinti più bassi, spinti dall’avidità e da una serie di pulegge. Uomini che vedevano la pagliuzza nell’occhio altrui, e glielo cavavano, perché la pagliuzza era d’oro, mentre la trave dorata, chissà, forse era solo una leggenda, o forse quella domus aurea di cui si sentiva raccontare sottovoce attorno ai fuochi esisteva davvero, da qualche parte, nel Tantucci.

Cosa ne sapete voi di avventura, voi che prenotate anche il sedile accanto al vostro, sulle Frecce, per non correre rischi.

Cosa ne sapete della febbre dell’oro, voi che con due linee appena andate subito giù di antibiotico, senza passare per il paracetamolo da 500mg.

Cosa ne sapete di Paperone, che ora la racconta mitica, certo, sui fumetti, ma i soldi veri li ha fatti coi subprime.

Cosa ne sapete.

Se questo è un oro, coperto di fango, grezzo, senza dignità, ma che poi ripulito, fuso e modellato, lucidato, diventa quel che diventa, nelle vostre mani, per poi finire, come facevamo noi, quella voltà lì, nel mitico Klondike, a venderlo al solito Compro oro.

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