Alla Seldon

 

Sì può guardare al mondo con estremo sconforto. Ci sono guerre, sfruttamenti, disastri e distruzioni. I potenti badano solo a rimanere tali e ad accrescere il loro potere. Tutti gli altri, mediamente, lottano per sopravvivere, poco importa se questo implica calpestare quelli che stanno appena appena, giusto di un centesimo o due, peggio di noi, e invidiare e idolatrare e raggirare quelli che stanno appena appena, giusto di un centesimo o due, meglio di noi. Tutto questo, mentre il pianeta non ci sopporta quasi più, e non manca molto al momento in cui ci sputerà via, unici indegni abitatori fra centinaia di migliaia di specie animali. Anche accorciando lo sguardo ai soli confini nazionali, lo sconforto non diminuisce comunque. Corruzione, malaffare, ignoranza, populismi, violenza, Mario Adinolfi. Nonostante la retorica del ce la possiamo fare, del più subiamo più reagiamo, come popolo, come sempre nella storia, la sensazione di decadenza senza ritorno è palpabile. Allora – sarà che di recente ho avuto il piacere di leggere il ciclo della Fondazione, di Asimov, con dentro le teorie psicostoriografiche di Hari Seldon – ho pensato che l’unica maniera di affrontare la situazione senza cadere in una nera depressione, ma anzi dandosi da fare per risolverla, con una soluzione alla Seldon però, è cercare di accelerare il disastro, la decadenza, facendo in modo che la catastrofe e la barbarie che verranno poi durino il meno possibile, perché il mondo e il paese tornino alla vita quanto prima. Noi, ovviamente, non ci saremo. Ma l’obiettivo, a dirla tutta, è proprio quello.

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