Sgambetti e altre commedie

E se – mi sono chiesto, dopo aver visto il video della reporter ungherese che fa lo sgambetto ai profughi – quelle immagini venissero isolate, tagliate e montate in un certo modo, aggiungendovi una musichetta da giostra o da vecchio videogioco, ritmata e incalzante, e anche qualche effetto sonoro nei momenti salienti, in un’opera di decontestualizzazione spudorata e totale; se lo facessimo, cosa impedirebbe a quelle sequenze di finire su Paperissima, immerse in quell’orgia di cadute, tonfi, scivoloni, inciampi, disequilibri, culate, facciate e crolli vari che sono il fondamento di quella comicità che passa per il cervello, sì, perché ci passa tutto nel cervello, ma dentro ci fa un giro abbastanza corto?

Magari non ci finirebbero oggi, su Paperissima, né fra sei mesi né fra due anni. Ma, poniamo, fra cinque anni, quando la memoria di quegli eventi tragici sarà stata ricoperta da tanta altra, e la scena e le facce saranno divenute irrintracciabili tra i ricordi, chi lo noterebbe?

E ne rideremmo. Con buona certezza.

E se – mi sono chiesto appena dopo – prendessimo i video di Paperissima e togliessimo quella musichetta quasi fastidiosa, e insieme a quella gli efetti sonori piazzati ad hoc, e smontassimo le immagini e le reincollassimo, in un percorso a ritroso di ricontestualizzazione, allargando tonfi, inciampi e rovinose cadute alla dinamica originale. Se lo facessimo, quante incredibili tragedie scopriremmo? Quante liti, quante catastrofi, quanti traumi? Quanta paura, quanto orrore anche?

Ne piangeremmo. Con buona certezza.

Perciò, a chi vuole separare il tragico dal comico, non date troppo retta.

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