Perché in Vaticano non portano i conti

È di questi giorni la notizia, fra le altre succosissime provenienti dallo stato più piccolo ma col maggior numero di filiali del mondo, che il Vaticano ha un lieve problema di gestione delle finanze.

Non ho intenzione di addentrarmi nei meandri tecnici della questione, impresa in cui non è riuscita nemmeno l’apposita commissione istituita da Papa F, che adesso si fa chiamare così per fare maggiore presa sui giovani e sugli youtuber (per un po’ si è fatto chiamare Numero 1, ma in vista dell’uscita di Spectre ha deciso di cambiare, in modo da evitare le polemiche e la Siae).

Ma se proprio volete farvi un’idea di come funzionano le cose, immaginate che al centro del Vaticano, all’interno della cupola di San Pietro, ci sia un’enorme cisterna: ogni volta che arriva una donazione, un otto per mille, un’offerta, il ricavato della vendita dei santini, le entrate derivate dallo sfruttamento dell’immagine di Papa Luciani o del nome Jesus, i dividendi di quella società produttrice di mine antiuomo, le sponsorizzazioni, i depositi dello IOR, tutto indistintamente finisce gettato, attraverso delle condutture marmoree con scene di martiri in bassorilievo, in questo enorme contenitore. In contanti. Banconote o monete che siano.

Lo so, fa pensare un po’ al deposito di Paperon de’ Paperoni (arcigno e avido capitalista della prima ora, sfruttatore altrui e insensibile alle umane sofferenze. Amatissimo dai bambini. Ricorda certi papi).

A questo silos colmo di denaro hanno accesso indiscriminatamente tutti coloro che sanno il/la/gender Salve Regina a memoria, i quali si recano con contenitori di varia natura e dimensioni (bicchieri, bottiglie, secchi; Bertone va con la damigiana da 54 litri) a prelevare le cifre di cui hanno bisogno per perseguire le finalità della Chiesa.
(già qui: trattandosi di ente morale, la Chiesa persegue – tra l’altro – la felicità e il benessere degli uomini. I quali uomini, spesso, ricercano la felicità e il benessere nel denaro. Quindi, tecnicamente, se un addetto a fare del bene prende dei soldi per fare del bene e se li tiene, è missione compiuta. Nonché efficienza e produttività sul lavoro e quindi premio produzione)

Insomma, le finanze vaticane sono gestite come uno di quei salvadanai che hanno il tappo sotto. Che è come se un pettine avesse il vento incorporato. O una piastra per capelli la nebbia. O le forbici J-Ax.

Non ho idea di come si possa risolvere questo problema. Forse commissariando la Santa sede. Oppure spostandola, tanto ad Avignone sono sempre lì che aspettano a braccia aperte e baguette in terra.

So però come questo problema ha avuto origine.

Bisogna risalire agli albori della Chiesa, alla sua fondazione.

Dopo l’uscita di scena di Gesù (nel senso, la seconda uscita di scena, quando se ne andò in volo), c’era da sbrigare tutta la parte pratica e burocratica. Gesù aveva lasciato chiaramente detto a Pietro che sarebbe dovuto essere lui, su una certa pietra (ma Pietro aveva subito capito che si trattava di uno dei tanti giochi di parole che Gesù sfornava giornalmente e di cui andava pazzo), a fondare la Chiesa.

Pietro si era preso così questo cavolo e si era messo di buona lena a girare per uffici e compilare moduli. La burocrazia era molto più leggera di quella dei giorni nostri, solo che le penne erano introvabili, così c’erano continuamente code agli sportelli. Spesso scoppiavano anche delle risse, perché tutti cercavano di registrare la propria religione prima degli altri, per avere un vantaggio commerciale.

Pietro fece tutto a modino, come si diceva nelle province orientali a quei tempi: registrò marchi e loghi, aprì la partita IVA e trovò una sede. Nominò Dio invano e presidente. Gesù vice (gisus vais, diceva lui).

Quando però arrivò il momento di decidere che forma societaria dare alla Chiesa, Pietro si trovò in difficoltà, perché le strade possibili erano tante, tutte con pro e contro.

Con la società in nome collettivo gli sembrava di prendere per il culo la Trinità, quindi non era il caso.

La società per azioni era un vero azzardo. La Chiesa era giusto all’inizio, una vera e propria start-up. I soldi erano pochi e il rischio di chiudere da lì a un paio d’anni era concreto. La concorrenza era spietata, e a Roma la Politeismo SpA faceva il buono e il cattivo tempo. Trovare investitori sarebbe stato difficilissimo. Quindi niente SpA.

La ditta individuale era quasi certamente vizio capitale.

Dopo tanto arrovellarsi, Pietro decise che per iniziare andava benissimo l’associazione culturale. Semplice da gestire, flessibile, poche spese. Facile da chiudere se le cose avessero girato male. Facile da portare su un altro livello se le cose avessero funzionato. In quel caso sì che ci sarebbe voluta una struttura più organizzata, solida, in grado di gestire anche eventuali flussi di denaro. (ma ti pare – pensava Pietro – che la Chiesa pensa ai soldi?)

Così fece. Fondò la Chiesa come associazione culturale. E tutto andò bene.

Anni e anni più tardi però, molto dopo la morte di Pietro, quando la Chiesa, guidata dai suoi successori, finalmente raggiunse il successo, nessuno prestò attenzione al dettaglio della forma societaria. Nonostante la forte espansione e le modifiche di struttura e organigramma, nonché l’aumento vertiginoso delle entrate, la Chiesa rimase un’associazione culturale.

E così nei secoli dei secoli. Fino a oggi.

Sarebbe ora di cambiare.

Che poi, in teoria, il segretario dell’associazione è lo Spirito santo.

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