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Not sliding doors

Capita spesso di chiedersi quanto contiamo. Per le persone che amiamo soprattutto, ma anche per tutti gli altri, che siano parenti o conoscenti o colleghi. Ce lo chiediamo anche a proposito del lavoro, quanto peso abbiamo, e qualche volta persino per le piccole cose quotidiane. È il nostro modo di capire quanto esistiamo, quanto siamo necessari nel mondo, quali traumi provocheremmo se sparissimo da un momento all’altro.

Abbiamo l’abitudine di risponderci che beh, sì, magari non siamo fondamentali, però ecco, c’è chi conta su di noi, e se ci sottraessimo alla realtà il meccanismo s’incepperebbe, ci sarebbero conseguenza mica da nulla.

Ci sopravvalutiamo un po’, di solito, è vero, ma non se ne può fare a meno. Anche perché a darsi una risposta completamente lucida e razionale si rischia di rimanerci male.

Così oggi è successo che stavo per entrare in un negozio, una catena d’elettronica, e quando sono a qualche metro dalle porte scorrevoli quelle si aprono ed esce una coppia sulla sessantina, lui occhiali e barba, lei vestita con sobria eleganza. Parlano del prezzo di qualcosa. Si allontanano e le porte restano per un attimo aperte.

Proprio mentre si stanno chiudendo arrivo io. Mi aspetto che invertano il loro moto e si riaprano immediatamente ma non succede. Si chiudono. Non mi stupisco, ogni tanto le fotocellule fanno cilecca. Faccio due passi indietro e riprovo: non si aprono. Ritento. Niente. Ritento ancora e le porte restano sigillate, indifferenti. Comincio a sbracciare un po’, magari sono fotocellule pigre. Non succede niente. Sbraccio forte. Zero. Porte chiuse. Gli sono invisibile.

Ecco, ho pensato, nemmeno più le porte scorrevoli.

Poi ho visto a destra della porta l’orario del negozio. Chiudevano alle 12.30.

Erano le 12.31.

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