Il razzismo come problema percettivo

Non ho mai capito se i razzisti, del colore della pelle, ne fanno un problema estetico. Tipo a me non piace il giallo. Quindi non mi ci vesto, e se devo decidere il colore delle pareti o di un oggetto che devo comprare, preferisco evitarlo. Difficilmente mi capiterà di scegliere il colore di una pelle da indossare, ma se dovesse accadere preferirei qualcosa che non dia sul giallo. Di certo però non vado a dire agli altri quello che devono decidere per loro. Non è che protesto se uno si compra la macchina gialla, saranno affari suoi. E nemmeno se uno usa una pelle gialla, addosso, vado a dirgli che fa schifo. Io, i razzisti, da questo punto di vista li capisco poco.

Poi la settimana scorsa è venuta fuori questa storia del colore del vestito. È blu e marrone o bianco e oro? A me è successo che prima l’ho visto bianco, poi quando ho riguardato la stessa foto era blu. Come se avessi bevuto un bicchiere di cocacola e al secondo sorso fosse stato chinotto. Mica perché mi fa schifo, però ci rimani male.

Quindi comunque dovremmo aver capito che la percezione della realtà, dei colori in particolare, non è che sia poi così lineare e condivisibile. Ognuno li percepisce in un modo un po’ tutto suo, e dipende da tanti fattori. La luce, lo sfondo, la posizione, il sesso, l’età, la digestione.

Questa consapevolezza potrebbe farci contestare meglio una multa presa per essere passati col rosso. Cioè, magari a me sembrava di essere passato col rosa antico.

Ma potrebbe anche aiutarci con i razzisti, che alle argomentazioni razionali sono poco sensibili per costituzione, spostando l’accento sulla percezione della realtà.

Così quando un razzista ti dice che odia i neri, più che cercare di farlo ragionare, che è dura, conviene fargli capire quella storia del vestito e dei colori, e dirgli “Boh, che ti devo dire, a me non sembrano mica neri. Cioè, tu li vedi neri?”, e lui ti dice “Sì, certo, sono neri, li vedo neri”, e gli spieghi che non esiste il colore in sé, esiste la percezione del colore, che è molto personale, e tu, quello che lui vede nero, non lo vedi nero.

Lui, il razzista, probabilmente si altererà un po’, che loro fanno così, però bisogna insistere, a dirgli che no, non è mica nero. “Allora cos’è?”, ti chiederà.

“Una persona”, tocca rispondergli.

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2 thoughts on “Il razzismo come problema percettivo

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