Il party editoriale

Che noi tutti si viva in un’epoca decadente lo sanno pure i quadrati costruiti sui cateti.

I segni della fine dell’impero – di qualunque impero si tratti: a dargli un nome ci penseranno gli storici del futuro – ci sono tutti.

Fra questi indizi, ho sempre pensato che uno dei più evidenti fosse il successo e la proliferazione dei programmi di cucina. Persone che guardano persone ai fornelli solo perché c’è uno schermo televisivo a dividerle. Se lo facessero in casa si prenderebbero della padellate in faccia.

Poi, qualche sera fa, mi è capitato di andare a un party editoriale.

Un party editoriale, per chi non ci fosse mai stato, è come una qualunque altra serata in un locale, solo che sul volantino c’è scritto che è un party editoriale.

La presenza di autori o di lavoratori dell’editoria non aiuta a distinguere il party editoriale da una serata qualsiasi. Non in Italia, dove scriviamo un po’ tutti, e veniamo pubblicati un po’ tutti.

(io compreso)
(a proposito, drizzate le orecchie, è questione di giorni)
(cos’è? La pubblicità va bene in mezzo a un film ma non in mezzo a un post?)

L’unico modo per convincersi di essere a un party editoriale era aggiungere “editoriale” a tutti i soliti elementi consueti.

C’era la coda editoriale all’ingresso, il controllo editoriale della tessera, il timbro editoriale per uscire e rientrare, la birra editoriale, i divanetti editoriali, la band editoriale, il dj editoriale.

Ecco, il dj editoriale.

Mi ci è voluto un po’ per capire. Quel clima di decadenza che si respirava proveniva dall’amplificazione, e prima ancora dalla console, e prima ancora dalla mente del dj editoriale.

Non che la musica in sé fosse decadente. La playlist era il classico poppettone che noi figli sfortunati degli anni Settanta adoriamo e balliamo, persino da non sbronzi. Da “acidoacida” ad Alberto Camerini, dal roccherrolle al centrosocialeoccupato, tutti pezzi che in qualche modo, in qualche punto del nostro passato, volenti e quasi mai nolenti ci sono appartenuti. Nessuna ricercatezza, un filo di nostalgia, modi di ballare scemi provenienti direttamente dalle serata dei tempi dell’università. Qualche pezzo schifato, giusto giusto per fumarsi una sigaretta in santa pace, o almeno finché non arriva il buttafuori molto molto alto a vietartela.

Non c’era niente di decadente nei singoli pezzi. Al limite un po’ di tristezza, ma la birra editoriale sopperiva.

Tutte canzoni adorabili.

O almeno lo sarebbero state, se fossero state in ordine.

Non dico nell’ordine giusto, che non esiste. Nemmeno nella sequenza migliore. Sarebbe stato sufficiente anche il più vago criterio di coerenza. Anzi, mi sarei accontentato di un criterio qualunque: cronologico, alfabetico, di nazionalità, di vendite, di taglio di capelli dell’artista.

Invece no, niente. Le casse sputavano le canzoni a caso, una dietro l’altra, disintegrando qualsiasi tipo di aspettativa, di previsione. Un attimo sei a fare i gesti meccanici di Rock’n’roll robot, un attimo dopo parte un flessuoso funky.

Il random innalzato a stile. Il superamento della funzione “brano casuale”, che comunque, probabilisticamente, qualche accoppiata la azzecca.

Il disorientamento dei primi minuti che lascia spazio, per tutto il prosieguo della serata, all’assenza di ogni stupore, all’accettazione di tutto, qualsiasi cosa sia, tanto non c’è niente da fare.

Se non è decadenza questa, cosa lo è?

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