Adesso a pranzo bisogna essere renziani (titolo provvisorio)

Non vado matto per la politica.

Le ideologie e le idee sono finite da un pezzo. Probabilmente erano il buffet in piedi.

Si sono però moltiplicate le riunioni per averne, di idee. I brainstorming, per esempio. O i think tank. O la palla numero 8. Sistemi che nel migliore dei casi producono un’idea già poco originale verso le fine del XVIII secolo, che è stata messa in pratica all’inizio del XIX ed è risultata un completo fallimento entro i primi 15 minuti dalla sua applicazione. Ma vuoi mettere l’innovazione di comunicarla in anteprima su Twitter? Vuoi mettere il salto di qualità di dotarla di un hashtag?

Le uniche riunioni che terminano con risultati concreti sono quelle che si decide di rimandare.

Non vado matto per la politica.

A meno che non la si intenda nel senso di ristorante.

In tal caso, non avendoci mai mangiato, sono pronto a farne una recensione positiva. Anche con 5 stelle, se mi pagano bene.

“Per fortuna avevamo prenotato giorni prima, perché all’ingresso c’era una lunga coda”, ci scriverei, “Il che è già un buon segno, perché vuol dire che o si mangia bene o si mangia tanto o dentro c’è un drago gigantesco”.

Quando un politico fa un comizio, in pratica fa catering.

L’unico dubbio di chi entra in politica è quale vino abbinarci. Un bianco, un rosso, un rosé, un passito, Civati. Checché se ne dica, che il rosso vada con questo e quello, il bianco con quello e quell’altro, alla fine è una questione di gusti. Se vi sentite più rossi, che rosso sia. Più bianchi, che bianco sia. Non fatene una questione posizionale: questa è politica, mica sono gli scacchi. Il discorso è estetico, tutt’al più.

Non vado matto per la politica. Ho sempre preferito l’ossobuco.

Il ristorante migliore, però, resta sempre quello di governo. Le carni più fresche, i pesci più grossi, il servizio più attento, gli chef col più alto monte-ore di presenze televisive.

(io, un incubo che ho spesso, è una puntata di Masterchef tutta in piano sequenza)

Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio piano. Di riforme.

Che poi chiamarle riforme, chiamarle leggi. Chiamiamole portate, chiamiamolo menù. Ad alcuni piacciono gli agnolotti, ad altri il Jobs Act. Sono gusti, anche qui. L’importante è che tutti abbiano a disposizione un piatto di loro gradimento.

– Tu che prendi?
– La buona scuola.
– Ah, ma è con i finocchi. A me danno l’acidità.

[la prossima potete saltarla]

– E per dessert cosa desidera?
– Panna cotta ai frutti di Boschi.

[infatti]

Ce n’è per tutti, non importa che regime alimentare seguiate, se mangiate con la destra o con la sinistra. C’è persino chi mangia con le mani, nessuno si scandalizza, nel ristorante della politica.

I regimi. Ecco. I regimi sono una mensa con una sola portata. E se siete allergici cazzi vostri.

Non so se c’avete mai fatto caso: i politici mangiano, ma a noi tocca digerire.
Che strano apparato.

Con le elezioni cosa si decide, se non il cuoco? (che infatti quasi mai è il proprietario. Il proprietario non si vede mai. E mangia altrove)

Renzi, come cuoco, da una parte è tutto finger food, appetizer, sale dell’Himalaya sparso dall’Anas sulle provinciali perché comunque lo stile lascia stare, tappeti di rucola bio a chilometro zero no OGM slave-free equo Kyoto no carb no Tav no rucola praticamente. Poi ti giri e senti che affetta la finocchiona. Solo che nei vassoi non la trovi mai. E sul conto però risulta.

Fare l’Expo, in Italia, sul mangiare, è stato il più alto momento d’autoironia sulla Terra dai tempi di quella mamma dinosauro che gridò “non tiratevi i sassi che vi fate male”.

All’Expo, comunque, c’era pure il padiglione della Spectre.

Mangiate o sarete assimilati. La resistenza è inutile.

E se vi resta l’amaro in bocca, state pur tranquilli. È il digestivo.

(questo post è stato approvato dalla Federazione internazionali neo-kantiani e rispetta le norme ISO per quel che riguarda l’appercezione e la conservazione dei cibi in atmosfera controllata)

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