Troppo

Ci sono quei libri che non avevi intenzione di leggere. Anzi, non sapevi nemmeno che esistessero, finché una persona non te l’ha prestato, ti ha detto Leggilo, e tu, Va bene lo leggo.

Poi lo apri, questo libro prestato, e l’introduzione, una paginetta, è di Raymond Queneau, e ti dici Be’ allora sono a posto, c’è il beneplacito di Queneau, non può essere una roba che non mi piace, o comunque è di quel genere che apprezzo.

Inizi a leggerlo, e in effetti ci sono quelle stranezze che ti aspettavi, dopo l’introduzione di Queneau. Nonsense, surrealismi, simbolismi, giochi di parole e tutto il resto. Solo che ce ne sono tante, a bizzeffe, tutto troppo denso, e cominci ad arrancare. E arranchi per 243 pagine, poi il libro finisce.

Così ti ritrovi che il libro non ti è piaciuto, hai fatto fatica a leggerlo (e sì che hai insistito fino in fondo), e ti dispiace anche, che ti sia dispiaciuto, perché le premesse dicevano il contrario. Ti sarebbe dovuto piacere. A molti è piaciuto. Invece niente.

Ti senti quasi in colpa. Alla fine però ti ricordi di una frase che ti ha colpito particolarmente, l’unica che ti sia rimasta impressa, di tutto il libro, che dice:

Quanta roba c’è di cui possiamo fare a meno, nel cervello d’un uomo, roba da non crederci, questo ti fa pensare.*

E forse è l’autore che ti dà un po’ ragione.

 


 

* Boris Vian, Lo strappacuore, Trad. di Gianni Turchetta, Marcos y Marcos, 1993, p. 147.

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