Lo storytelling come ammortizzatore sociale

Adesso che la disoccupazione ha raggiunto livelli catastrofici immagino una ressa furibonda per iscriversi alla Scuola Holden. Che – nel caso non lo sapeste – è quella scuola che vi fa diventare scrittori famosi (ricchi già lo siete, se potete permettervi la retta). Scrittori detto un po’ all’antica, ovviamente. Ché oggi si dice storyteller.

Lo storytelling, quella cosa che v’insegnano alla Scuola Holden insieme alle Performing Arts (l’equivalente di “Difesa contro le Arti Oscure” di Hogwarts), negli ultimi anni ha scalato tutte le gerarchie delle arti, entrando di prepotenza nel trivio, nel quadrivio, nel metodo Montessori, nella riforma Gelmini, nelle 100 cose da fare prima di morire, e posizionandosi bene anche tra le virtù teologali e nel campionato di serie C.

L’universo, in questo preciso istante, è storytellingcentrico (alla Holden v’insegnano a dirlo meglio e con più parole).

Consapevole della situazione, anche il governo sta cercando d’incanalare le diffuse energie creative post-industriali (disoccupati) verso questo grande attrattore artistico, e si prepara a una svolta epocale. Grazie a un apposito decreto, promosso all’unisono da tutte le forze politiche, molto presto ai lavoratori delle aziende in crisi verrà data la possibilità di scegliere tra la classica cassa integrazione e un corso di storytelling.

Non dubito che fra lo starsene a casa e percepire circa l’80% dello stipendio, magari integrandolo con qualche lavoretto in nero, e percepirne solo il 30% ma poter seguire un corso di storytelling, quasi tutti sceglieranno questa seconda via.

Volete mettere la differenza tra l’essere disoccupati e il narrare di essere disoccupati? Tra il disagio del lavoratore e il disagio dello scrittore? Tra lo sbattimento di protestare e la comodità di raccontare di protestare?

È il nostro intimo bisogno di storytellare. Non possiamo farne a meno. Da una parte trasmettiamo il nostro patrimonio genetico alle future generazioni, biologicamente, e dall’altra, usando pratiche in fondo non troppo diverse, trasmettiamo il nostro patrimonio narrativo. L’importante è non confondere le due parti: si rischia la querela.

Queste iniziative, la Scuola Holden, i corsi di marketing, i decreti inventati, non fanno che riportarci prepotentemente alle nostre origini di cantastorie. Siamo operai di una catena narrativa.

L’età in cui le cose esistevano e si facevano è finita. Ora si raccontano. E il bello è che si possono raccontare anche le cose che non esistono e non si fanno.

Non esiste più il vero, non esiste più il falso. Esiste il raccontato bene e il raccontato male.

Ecco perché c’è la fila alla Suola Holden.

 

 

 

 

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