Manifestare meno. Manifestare tutti

L’idea non è per niente sbagliata. Manifestare è un bell’impegno: ci vogliono tempo ed energia, innanzitutto. Poi, ovviamente, un minimo di pianificazione. Bisogna difendersi dal freddo, dalle cariche della polizia, preparare qualche panino e qualche fiasco di vino, i cartelli, gli slogan e tutta quella parte di forclore che fa di una protesta una protesta di successo, che meriti cioè un servizio nei tiggì delle 20.

Così, questi forconi, che lì per lì sembravano dei buzzurri, invece hanno dimostrato di avere un cervello fino, perché hanno ragionato così: invece di starci a rompere – quei quattro gatti che siamo – tutto il giorno in piazza o nelle strade, a prendere freddo, a spendere in speck e fontina, a vuotare le damigiane di casa, telefoniamo un po’ in giro e tiriamo su dei turni. Chiamiamo i contadini, gli autotrasportatori, gli artigiani del legno, i tifosi esagitati, gli appassionati di motocross, i collezionisti di spranghe, i metalmeccanici dentisti, i pescatori di frodo, gli impiallacciatori e anche tutti gli altri, e ci dividiamo questo rottura di manifestare. Turni di un’ora, un’ora e mezza. Se siamo abbastanza, ci tocca più o meno un turno a settimana. La protesta continua imperterrita ma noi si fa tutti l’indispensabile senza strafare.

A ragionare così, fanno la figura dei comunisti. Altroché.

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